La strana storia del giorno che manda a dormire la notte

paula – photo by byfer

Ascolto distratta la radio, succede spesso, la radio accompagna, non invade, non agisce come catalizzatore, può stare li senza disturbare e lasciare che il mondo nel frattempo viva, parli, scriva, lavori. Bob Marley se ci faccio caso, ma non importa, il volume si sposa con questa luce filtrata dalle finestre alle mie spalle. E con la luce al neon, spenta sopra la mia testa. Mi è venuta in mente una storia, una di quelle che ho costruito da bambina. Una storia mescolata alle parole delle fiabe ascoltate prima di dormire. Che finché mi raccontavano fiabe e accarezzavo le labbra di chi me le raccontava non avevo paura del buio. Lasciavo che le parole nascondessero l’oscurità e la illuminassero di personaggi fantastici, di colori di cieli azzurrissimi e di prati perfetti, compatti e fioriti. Poi, smesso il racconto di fiabe ho riacceso la luce. Una piccola fioca luce a nascondere la mancanza di parole e di colori. Il racconto di fiabe inventate è il migliore e la mancanza di questa fantasia libera sprigionata prima di lasciare la coscienza riportò luce nel buio della solita stanza, conosciuta a memoria ma piena di ombre, di piante che parevano mostri, di mensole dalle ombre allungate e arancioni cupe. E questo è stato l’inizio di una grande storia, di una fiaba nuova. La luce si è spenta e si sono alternati i pensieri, quelli del giorno dopo, quelli del libro letto prima di spegnere, quello dei vestiti da indossare al mattino, in una sorta di carrellata dell’armadio, per morire dalla noia prima che dal sonno. Ma la storia più bella è sempre stata quella del giorno, impettito e pieno di energia, del giorno pieno di coraggio, di sprezzo del pericolo, che si inoltra in un bosco fitto all’imbrunire e decide di sfidare la notte, in un duello, lungo il tempo di addormentarsi. Un duello inesorabile in cui avrebbe vinto, forse. In cui la notte avrebbe ceduto e lui avrebbe potuto riposarsi. La notte nei segreti dei bambini, nelle forme che prende, nei pensieri che porta. Quella notte mandata a dormire, per non nuocere. Forse è per questo che la bellezza di rimanere a letto di giorno ogni tanto resta una sorta di rivincita. La rivincita del silenzio, delle fiabe sui mostri di sempre, che si lasciano fuori, col sole alto o con il buio più nero.

(E.)

Published in: on febbraio 2, 2010 at 9:16 am  Comments (6)  
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Life is short

photo by making coffee - porto - casa da musica
photo by making coffee – porto – casa da musica

A parte gli scongiuri, che ognuno fa o non fa, omofobi o meno, belli o brutti, intelligenti o bassi, ci sono notti che non vogliono decollare, come certe feste quando eravamo piccoli, in cui c’era tutto, c’erano tutti, musica e persone, salatini e mamme lontane e nessuno riusciva a far partire il motore. Notti di pensieri accavallati e di stati parainfluenzali e di parole ascoltate o su cui si è scivolati durante il giorno che si ripropongono come peperonate fuori stagione. Notti di coperte che paiono macigni e di viaggi inventati con parole fra il sonno e la veglia che paiono vere, che te le ricordi anche ad occhi aperti diverse ore dopo. Che ti appunti alla mente cose che invece perderai inesorabili. La verità è che i buoni libri non li scrivono più e che le compagne delle serate sono cornacchie che parlano da dietro gli schermi senza pudore alcuno. Quando il mondo gira per conto suo e non c’è verso di afferrarlo da un lembo della veste. Un mondo in cui tutto sembra possibile, vincere un premio nobel compreso. Il tempo che non esiste, poi, annulla del tutto la corsa forsennata di una vita che pur breve e unica che sia pare contare meno di una testa di un minerva. Nei giorni che si susseguono, che paiono sempre diversi ad una mente che cancella le cose vicine in modo inesorabile, può accadere tutto, di conoscere un barbagianni o di perdere completamente la testa per un paio di scarpe. E dal giorno in cui ti dicono che sei brava, al giorno in cui ti chiedono se hai fatto le scarpe a qualcuno, passa un soffio di vento. E potresti capire che hai sbagliato tutto quando hai deciso di non rischiare ancora e ti sei seduta sul letto del fachiro solo per un momento. Realizzare che se avessi preso sul serio quell’occhio fotografico o queste parole sgrangherate che avrebbero potuto fare la differenza, non del tuo conto in banca però, allora forse saresti più felice. Che felice è un aggettivo bastardo, perché si sa che è bugiardo e descrive un istante solo. E poi niente più. Mi resta la passione. Che anche se la vita dura il tempo di centrifugare due carote, forse restano piccole grandi soddisfazioni. Quelle di leggere i libri a scrocco nelle librerie, quelle di guardare il soffitto e di immaginare cose fantasmagoriche anche quando non ci sono, quelle di uscire al mattino dopo una notte insonne e pensare che anche se ti spremessero come un limone troverebbero sempre un sorriso da qualche parte. E che se parti, c’è sempre un luogo d’arrivo, anche se di passaggio.

(E.)

Nel sogno andavi di fretta

photo by making coffee

photo by making coffee

Le cose stanno così. Chi mi ama mi sogna che corro.

E la cosa in tempi di vacche magre e di giocati i numeri al lotto potrebbe assumere tante connotazioni. Sulle quali farò finta di niente. Come è del tutto normale fare per sentirsi terribilmente alla moda.

Questo spazio è nato da una mia idea; sono sempre stata una col pallino della scrittura, pur non avendone il sufficiente talento, il tempo, la fortuna e altre decine di doti delle quali sono altrettanto sprovvista.

Proposi l’idea balzana alla donna migliore che conosca, che ho la fortuna di conoscere da oltre trent’anni, quindi da quando entrambe avevamo lasciato da poco il pannolino.

E l’esperimento partì.

Durò poco la cosa a quattro mani, del resto due donne, anche se si amano alla follia, restano donne, competitive e anche, soprattutto la sottoscritta, rompiscatole.

In realtà la mia compagna di viaggio, la spagnola del duo, in questi anni ha cambiato la sua vita, specialmente dal 10 agosto in avanti.

Insomma ci sentiamo meno, ma ci amiamo lo stesso. A modo nostro, come abbiamo sempre fatto.

Sin dai tempi in cui le passavo i mandarini sotto il banco. Sin da quando la ricordo con la parrucca da damina e il neo disegnato con il kajal.

Il tempo di dirsi le cose è rimasto fermo ad aspettare un bus, ci restano pochi scampoli di righe e una chiamata sporadica in cui alla fine ti rendi conto che volevi dire altre cose e che non hai avuto il tempo di dirle.

E allora abbiamo deciso di incontrarci nei sogni. Per parlare.

Era inverno e ti incontravo sotto i portici di Via Ugo Bassi, a Bologna, quelli che incrociano via Indipendenza. La gente creava confusione e io che ti intravedevo cercavo di attirare la tua attenzione per salutarti correndoti un po’ dietro. Io avevo avuto un incidente in Via Rizzoli dovuto a una nebbia tremenda, così fitta da non lascire intravedere nulla. Riuscii a sentire solo l’impatto dell’incidente. Io in bici, con una moto di due giovani ragazzi un po’ ubriachi. Poi proseguo e cerco di beccarti, ma tu viaggiavi con delle cuffiette e a piede sospinto per cui se non mi avvicinavo davvero non mi avresti né vista né sentita. Ti sentivo che non stavi bene, che avevi molto da fare e da pensare e che tiravi avanti col freddo della cittá. Indossavi un enorme cappotto nero, un po’ old fashioned. Ecco ti ho sognata e mi è rimasta la voglia di parlarti visto che nel sonno andavi di fretta e il pianto di Mat ha interrotto il sogno.

E per una volta quindi che ci incontriamo, a Bologna, lontane da tutto, quasi tornate indietro nel tempo, senza fretta, senza bisogno di prendere un aereo, io vado di fretta e ho le cuffiette.

E mi sono detta che la cosa sarebbe potuta benissimo accadere stamattina. Che di fretta ci vado sempre, che rubo il tempo e che prima o poi verrò condannata.

Anche se l’applicazione della legge non è uguale per tutti, almeno così dicono.

(E.)