No talking ‘bout the rain, no more

Ci torno sempre.
Quando ho bisogno di trovare un posto che raccolga tutti i miei pensieri e che non me li restituisca, quando cerco un luogo onesto che non faccia nulla per piacere.
Torno nel bar sotto al mare.
Un posto in cui il tempo pare non sia mai passato. Le stesse mani, le stesse gambe intrecciate, i sapori nitidi della giovinezza, che torna a sedersi al tavolo accanto, come se non se ne fosse mai andata.
E riporta il profumo di zagara, si specchia coi capelli lunghi e gli scarponi sempre troppo grandi, percorre strade sconosciute e disegna dall’alto i campi come fossero figure geometriche.
Una giovinezza che dura il tempo delle immagini di una canzone o di un paio.
Che pare abbia ripreso forza, che debba restare lì e non andarsene lasciando il conto da pagare.
Il bar c’è sempre.
E la musica pare sia fatta per questo.
Che non ti accorgi, ma quando vuoi puoi tornare lì.
E svegliarti, ancora, in una mattina qualunque, a vent’anni.
(E.)

Cous cous

baking - bonita (che ritrae sua figlia) - new zealand

baking - bonita (che ritrae sua figlia) - new zealand

Ci sono ricette da fine settimana.
Il cous cous è una di quelle.
Con le verdure, fresco e leggero. Senza pretese.
Il dolore si snocciola in grani sottili, a volte si attaccano fra loro, si fanno compagnia, ma il sapore si sente, intenso e forte, salato di salsa di soia.
Il bene contiene tutto questo. Contiene i granelli di cous cous e il salato, il dolore spezzettato. Il bene comprende.
Quindi non si sente. Non si percepisce, mentre il dolore sfonda forte, tutto insieme, prorompente.
E si  distingue netta più la assenza di questo sapore che il sapore stesso. Come un bassorilievo.
Il bene non si coglie, il male tutto insieme, le lontananze, le assenze, i turbamenti.
E le cose smarrite diventano più nitide di quelle avute, le pause di rincorsa più degli arrivi.
Quindi il cous cous ci manca quando non lo mangiamo.
Fermarsi quando lo mangiamo sarebbe meglio.
Non perdere questi arrivi e prendere i luoghi. Fermarli.
Stati in luogo.
Dove sei tu.
(E.)

Alla fiera dell’est

shakhrisabz, uzbekistan – foto di papuck

Gatto che mangia topo. Cuscino che chiama sonno. Logica di successioni.
Nel caso di un giorno qualunque ci sono motivi che sfuggono.
Comete che non passeranno o che sono già passate e noi s’era troppo distratti per averle viste.
Il tempo non lascia scampo, ma di scampi ce ne sono tanti. C’è senza via di scampo di simenon, c’è uno scampo crudo in bellavista.
C’è il bastone e c’è il bastonato.
C’è una strada solitaria e una vecchiaia inevitabile.
Pulsare di cose le une sulle altre che pare di non aver tempo per tutte e invece quel tempo la scampa.
E ti viene a bussare.
E se apri, ti stupisce, sorride, fa le moine. Ti pare un bambino colto dalla meraviglia.
E la vita procede a bocca aperta. In una continua scoperta.
Di volti, amori, colori sgargianti, note messe in fila che è una bellezza.
E il tempo ti porta tutto e tutto si riprende.
Per due soldi.

(E.)