Le rétour du mushroom

photo and title from B N C T O N Y

Ci sono viaggi immaginati, come lampi di cielo a squarciare stanze di neon. Ci sono immaginazioni fervide che danzano sulla vita delle cose e delle persone, come se quello che vedessero fosse l’unico mondo possibile, l’unico certo immarcescibile. E di questo sguardo mi piace vestirmi, per non dimenticarmi che ci sono stupori e stupori e i regali più graditi vengono quando non c’è previsione di essi, quando non ce n’è motivo alcuno. E la vita scorre sui marciapiedi, di tutte le mattine, di lunedi arrotolati, scappati da sotto le coperte, scippati alle loro sfumate certezze da risveglio coi contorni di albe non ancora accennate. Incroci di sguardo di donna che sorride,come se vi conosceste da tempo. Adoro guardare la gente. La gente che si lascia guardare, che si lascia suonare con pianoforti di ciglia e arpe di capelli scossi dal vento. Ed ecco una donna hippie con un labrador al guinzaglio e il suo piccino dalla mano, con un buffo cappellino troppo grande per la sua testa.. Costruire storie. Che la libertà di guardare ci è rimasta. E certe libertà sono inaspettate e valgono come il tesoro dei pirati.

(E.)

P.s. sotto la foto la musica, per assaggiare il concerto di stasera
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Se gli angeli sono inquieti

TV, photo by Benoit.P

Il silenzio che si staglia intorno a certi malati è sintomatico.
Paura di essere infettati.
La malattia come etichetta, come separazione fra buoni e cattivi, fra normali e non.
Il bisogno di non sentirsi emarginati, ma accolti nella comunità dei savi racconta una storia ben più lunga, ben più articolata.
Nessuna sofferenza ammette follia. E il contegno richiesto di fronte al dolore deve essere accettato come plausibile.
Paletti, limiti disegnati a matita, ma profondi come solchi sul terreno a segnare confini, rotte da non percorrere, terre che non è concesso di calpestare.
Eppure la follia è la ribellione al destino di morte che ci aspetta.
Una sorta di scarica elettrica che interrompe il flusso regolare dell’elettroencefalogramma.
E i manicomi. O come li chiamano adesso. Quegli antri infernali, quei luoghi in cui insegnano a chi si ribella come si muore. Quei luoghi raccontano storie miserabili, profonde, insulse, cariche di sogni, di speranze, piene di vuoto assoluto.
Quei luoghi custodiscono le nostre paure e i nostri mostri.
Li tengono stretti col coperchio chiuso.
E certi poeti inquieti ci insegnano che non è bene cancellare, togliere dallo sguardo.
Serve guardare in faccia il cane rabbioso e scoprire che ci somiglia.
Ciao Alda.
(E.)

Published in: on novembre 2, 2009 at 11:02 am  Comments (19)  
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Dei delitti, delle pene, dell’ansia tropicale e dell’ansia da prestazione

Another Slippery Slope, photo by ElectriqueKingdom
Potrei venire accusata di disfattismo, di rinuncia, di volontà molla come un budino.
I giorni sono duri come una bistecca appena levata dal congelatore eppure il sole lì fuori potrebbe anche accelerare lo scongelamento.
Questo è un paesaccio. Un paese di disinformati presuntuosi, di poltroni divoratori di pastasciutta, di pedissequi ricalcatori ai vetri.
Ricordo che alle scuole medie i pomeriggi in cui avevo geografia, mi aiutavo con i fogli sovrapposti sul vetro per recuperare le forme strampalate di nazioni frastagliate, lontane e fredde.
È un paese di belle promesse, di belle prospettive, di bei monumenti, di bello.
Di begli stronzi a pascolare con i nostri soldi dentro ad auto blu, di belle donne comprate e di belle speranze tritate in uno sminuzzacarte.
Di leggi che annullano le successive, di elasticità pari alle fettucce dei mutandoni di lana.
Rigidi per natura e morbidi per necessità, ma non virtuosa.
Posti di lavoro venduti come spezie in un mercato nemmeno tanto bello, venduti a brutti ceffi da battitori all’asta ubriachi.
Malcostume. Prostitute e favori. La cosa pubblica svenduta per un paio di servizietti.
E la crisi, gli ammortizzatori, gli investimenti che non si fanno con una cecità pari a quella di un tasso che esca alla luce del sole.
E poi arriva la ruota della fortuna o la roulette russa. Il posto ti resta o lo perdi?
E con quello che hai riuscirai a non sentirti una fetecchia tale da non riconoscere il tuo volto la mattina allo specchio, con tutti gli anni in fila davanti ai tuoi occhi che cosi tutti insieme non li avevi mai visti?
Non mi sento una rinunciataria se desidero andare via da questo posto.
Non mi sentirei sconfitta se avessi la possibilità reale di raccattare quelle due cose che ho e andare altrove, dove per esempio una persona conta più del peduncolo di uno spillo e dove costruiscono le strade per far muovere la gente e non promettono ponti e tagli dell’irap.
Che poi l’irap promettono di fargli il funerale da quando è nata e le corone sono state acquistate ormai da tempo, come da tempo sono pronti i coccodrilli per andreotti e invece scopriamo che vive e lotta in mezzo a noi, assieme a totò riina e bernardo provenzano.
E quasi viene da pensare in certi giorni che ce la si potrebbe fare, anche se non siamo del piddì.
Perchè al mattino scopriamo che tremilioni di cristiani hanno versato due euro per dire che vogliono un segretario dell’opposizione. Che lo vogliono. Che vogliono opposizione. Che non si nascondono.
Sei milioni di euro per non morire.
Mentre molti resistono con duecento euro al mese. E muoiono soli. Senza suina e senza pallottole.
Molti resistono anche senza nessuno che dia loro dignità, che li riconosca.
Molti di noi sono invisibili. Vivono in questo paese senza avere il tempo di lasciare la loro ombra, nemmeno una cicca di sigaretta che dimostri che son passati di lì.
Viaggiano leggeri.
Molti di noi vorrebbero andarsene, non perché si arrendono, ma perché vorrebbero andare in un luogo dove poter tornare a vivere.
Dove poter sentire ancora che essere italiani sia annusare il film di tornatore e ricordare quello che non sono più.
(E.)
Published in: on ottobre 26, 2009 at 10:49 am  Comments (15)  
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Blue countryside

the photo is mine, the mood as well

the photo is mine, the mood as well

Le parole contano, si appoggiano sulle cose, vestendole e dando loro un nome e un modo per chiamarle. Che da sole le cose tacciono e rischiano di soffrire di depressione. Quando le parole si scambiano poi tutto diventa una danza, fatta di cose evocate che non sempre vengono alla mente. E nascono gli equivoci, nodi di parole fra di loro che colorano a modo loro tutto quanto, come se il colore vero non fosse abbastanza o non si riuscisse a vedere. E mettiamo i filtri. Parliamo di religione sapendo che nascerà uno scontro e cerchiamo di evitarlo a priori, mettendo un colore diverso alle parole usate, lasciandole danzare e colorarsi da sole col colore dell’umore che vogliano. E dopo una lotta impari fra un boa di piume color blu elettrico anche il paesaggio, sfinito dalle piume sul pavimento, si colora. Senza chiedere, soltanto restituendo.

(E.)

Published in: on settembre 28, 2009 at 11:52 am  Comments (8)  
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Piove anche se non voglio saperlo

emmaphotos

foto di emma, che non sono io

Non ci si arrende all’evidenza. Ti dicono che piove e poi piove, ma continui a non credere alle previsioni del tempo. Che gli oroscopi sono più attendibili, tanto non dicono mai niente di nuovo. Mi sono dedicata al bianco e nero. I sogni spesso lo sono, almeno così dicono. Se dovessi adesso pensare ai colori dei sogni non saprei cosa dire. Come di fronte a un milione di altre cose, peraltro. Il tempo trascorre sulle linee della mia fronte, ho una riga che detesto, che non è fissa ancora, ma che compare spesso, al centro della fronte, fra i due occhi, sopra il naso. La trovo e vorrei cancellarla, altre volte le sorrido, come se un vecchio amico fosse tornato a farmi visita. L’umore non puoi prenotarlo. Gli anni nemmeno. Ma tutto il resto sì. Non ditemi che piove, perché non m’interessa, avevo prenotato un lunedì di belle parole, mi hanno consegnato un pacco di caramelle masticate. Per possessori di dentiere nostalgici. Non so quanto abbiano sbagliato. I denti li ho, ma li do per scontati.

(E.)

Published in: on settembre 14, 2009 at 9:43 am  Comments (5)  
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The man who sold the world

buzz aldrin - sotto bowie

buzz aldrin - sotto bowie


Non era lì eppure c’era e mi auguravo sparisse e non si facesse piu vedere.
Soffiava nei miei occhi tutta la polvere delle stelle dei millenni trascorsi.
Come se fossi stella e fossimo stelle tutti noi.
Che si sono già spente da tempo ma non lo sanno ancora, perché brillano ancora e da lontano paiono piene di vita e di calore.
Appresi che camminavo e avevo sempre camminato in un deserto di carcasse, in una landa di sogni mai realizzati, in potenze di uomini mai nati.
Come se tutte le identità fossero state strappate prima di essere assegnate.
Come se le stelle avessero più senso e la luna riacquistasse vita, nelle sue pietre inanimate, dimenticate.
Universi soli e soli di universi vuoti.
A scaldarmi quella stretta di mano. Con colui che ci aveva venduti.
(E.)
 p.s. dove si incontrano Hughes Mearns, Philip Dick, David Bowie e un lunedì quarantennale della passeggiata lunare.
Published in: on luglio 20, 2009 at 9:33 am  Comments (7)  
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Deriva genetica

Sono un braccio solo rubato all’umanismo. Non come movimento politico. Che mi sono fatta due risate quando l’ho visto in tivvù. Il partito umanista. Pfui. Umanismo nel senso etico, non politico. Ma anche canismo, gattismo, a patto che non si esageri considerando i nostri animali domestici come soggetti di diritto. Ecco. Mi sento male quando sento parlare certe persone che si dicono animaliste. Torno nei binari. Umanista intendo di formazione. Eppure l’altro braccio è sempre stato ancorato alla scienza. Non che non siano conciliabili, se fossi tuttavia una contraddizione non mi stupirei.  Conciliabili se non altro per via del fatto che l’umanismo ai suoi albori, quello panteista per esempio, portò lentamente all’assurgere della scienza come metodo, come strumento. Torno a terra. Formazione umanistica quindi, con abilità scientifiche sopite. Così poco femminili, dicevano. Spesso convinta anche d’essere stata catapultata per caso in questo tempo e in questo posto. Sempre cercato di andare a cercare altro posto più consono, anche, ma nessun posto ho scoperto potesse vestirmi del tutto. In tutto questo caos di intrecci inutili, ne esco subito dicendo che la mia in piccolo è una deriva genetica. Espressione della deriva genetica globale. Deriva nel senso di casualità ma non solo. Nel senso di degenerazione anche. A caso come fogli sparsi, modifichiamo il nostro ordine e le nostre cellule. Affrontando casualmente ma con successo le leggi della sopravvivenza. Quando ci stupiamo degli esemplari derivati da questa centrifuga, prendiamocela con la variazione della frequenza dei geni dovuta al caso. Con una importanza enorme dei flussi migratori, della scelta del partner e del candidato premier.

(E.)

Published in: on luglio 13, 2009 at 10:55 am  Comments (5)  
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I treni vanno a ballare nei musei a pagamento

prepare for landing - di Ault

prepare for landing - di Ault

Le vacanze sembrano ancora lontane. Appena arriveranno saranno già alle spalle, come tutti i presenti, tutti i presenti della nostra vita che diventano passati prima di sbattere le palpebre. Gli eventi sbattono sui nostri scogli, si schiantano come fulmini senza patria sugli oggetti che delimitano il nostro orizzonte.

Le vacanze paiono lontane. Le sento arrivare ma non so come andare a prenderle. Un tempo incomprensibile. Pioggia di notte da non farci dormire. E giorni di promesse, di cantieri roventi, di asfalti posati e di residence nuovi di zecca per i capi di stato. Compagnie di assicurazione che risarciranno i francesi dei giorni di sole mancati. I treni, gli aerei, i mezzi di trasporto, di locomozione, i mezzi che permettono di partire, di arrivare.

Scommettere. Come il superbowl. Come il lotto, numero star e tanti saluti e grazie. Non so quante caselle annerire, quanti numeri. Ti guardano come fossi sceso da marte.

Non si vince se non si gioca. Non si gioca se non si vince. Non si vince. Soddisfatti o rimborsati. Scommettere sull’arrivo, sul buon esito, sul numero di singhiozzi consecutivi. Scommettere sugli anni di vita del proprio cane. Scommettere sul numero di centimetri di pioggia caduti, sulle stelle che si contano in una notte intera, sui passi che ci separano dalla meta, sull’uscita dalla crisi, sui chilometri con un litro, sui giorni dall’apocalisse. E poi si va alla cassa, con lo scontrino. Un premio qualunque, purchè questa appaia come la nostra giornata.

Prego, gratti pure lei.

(E.)

p.s. per la musica cliccate qui

Sbronze

sotto le porte di Patrick Smith, Walking in the rain – Grace Jones

Mi sono ubriacata di Michael Jackson. Mi sono ubriacata di cose inutili, di iniezioni inconsapevoli. Mi sono chiesta perché niente è cambiato da quando ero piccina. Ho sentito dire che gli anni ottanta sono stati gli anni più trasgressivi, quelli in cui tutte le devianze sono uscite allo scoperto. Mi sono chiesta come mai questa ignoranza venga iniettata a così alte dosi e quali siano gli altri effetti collaterali. Oltre agli effetti desiderati. Ho bevuto sorsi di Socrate per controbilanciare. Ho sorseggiato una cedrata per stemperare tutto quell’alcool. E ho aggiunto due gocce di Wilde, così per non smettere del tutto. Ho pianto sulle tombe della cultura, dell’arte e della scienza, ormai rimaste senza fiori.

(E.)

(penso ai morti senza folla di sotto a piangere, i morti di teheran)
Published in: on giugno 29, 2009 at 9:56 am  Comments (13)  
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Escapologia

Giustizia - Cappella degli Scrovegni - Giotto

Giustizia - Cappella degli Scrovegni - Giotto

I viaggi e le evasioni. Interpretazioni, semplici scomposizioni delle parole.
Davanti al secondo caffè della giornata, col ricordo del primo ancora negli occhi, assonnato in cerca di conferma di sole fuori, fra le tende e gli alberi.
Liberarsi dalle catene. Senza leggi ad hoc.
Liberarsi dalla camicia di forza. Senza corrompere nessun secondino.
Fuggire.
Non si torna indietro dopo. Anche se spesso ci viene concessa una seconda occasione.
E nessun illusionismo ci riporta indietro la coscienza, se essa è stata ingoiata dal mostro di passaggio, travestito da occasione, da denaro, da comodità, da salvezza.
E nessuna religione o filosofia.
Nessun rimedio, appiglio. Nessun gancio per arrivare in cima a mani nude.
Perchè siamo costruiti con carne e illusione.
Con un soffio di vita nel mezzo.
“Se dici  ad una capra di disegnarti dio, disegna una capra”.
(E.)