A nuoto

schwimmhausboot

Schwimmhausboot, Flo Florian and Sascha Akkermann
Ecologico. Come se fosse un nuovo credo, una chiesa nuova, con adepti e con eletti. Scuole di pensiero. Letame e smaltimento.
La bontà si misura in gradi di ecologia. E se targhi tutto con l’ecologia puoi sporcare il mondo.
Il non detto, le cose taciute, manipolate, nascoste. A domanda risposta, circoscritta ed equivoca. Mai dire troppo, inutile spiegare tutto. Tanto i ladri sono tali solo se vengono scoperti. E spesso non vogliamo vedere.
Necessitiamo di credere, ci inventiamo filosofie nuove, ci convertiamo. Perché crediamo qualcuno prima o poi ci risponda. E invece in un parcheggio ci poniamo una domanda e la risposta viene subito, senza bisogno di rivolgerci alla divinità. Ci risponde il mondo, solo se sappiamo osservarlo. Solo se non gli passiamo di fianco distratti, ma proviamo ad ascoltarlo e ad ascoltare tutti i pesci che ci nuotano dentro.
Vorrei vivere altrove. Vorrei andare a nuoto a casa, superare il luogo comune che si attacca all’asfalto, prendere una bici e volare via. Mettere le pinne e il boccaglio e attutire sott’acqua i rumori di questi martelli pneumatici. Inutili. Che non costruiscono niente, che confondono.
Troverei la mia casa galleggiante, non una palafitta, ma una tana acquatica. Il design per una volta non messo a caso, ma utile, necessario.
Uscirei da questo cubo di latta dentro al quale lavoro e andrei lungo il fiume Hunte, a Oldenburg, una cittadina della Bassa Sassonia. Lì troverei un giardino sul tetto di una casa barca, un luogo più umano di tanti altri. Dai vetri il fiume e i raggi del sole a disegnare le creste delle onde.
Il fiume. La speranza porti via tutto e lo nasconda per sempre alla vista.
E ci restituisca un mondo nuovo, tutti i giorni, con acqua nuova e energie rinnovate.
Che non bastano le rinnovabili se non ci sono le energie.
Servono le energie.
Che non costino. Perché non paghiamo i nostri muscoli per muoversi.
E quindi scarpe buone e camminare.
O pinne. A nuoto.
Che servono solo polmoni. E un panorama che ti aspetti, per ripagarti.
Per curarti.
(E.)
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Talk to my hand

Ci sono mal di testa differenti.
Potrei classificarli in una lista di allerta.
Parlano anche, alcuni, dicono di scappare via, di mollare tutto.
Altri accompagnano come fedeli levrieri, accoccolati prima dell’ora di caccia.
Quello di oggi parla lingue strane, rammenta quanto tempo a disposizione prima del tracollo. E posso intuirlo, non avverto tutte le parole, ma sento che il tempo a disposizione sta per terminare.
Mi dice: talk to my hand, because my face, you are talking with, doesn’t understand.
Con una bella mano davanti, a negare ogni altra offesa.
 
La frase viene spesso ripetuta qui, fra queste mura, entro le quali mi agito tutti i giorni. E agito non è un verbo messo a caso.
Quando si ricevono pesanti attacchi immotivati e il sarcasmo prende il sopravvento.
Almeno rimane quello.
Almeno c’è quello.
E quindi talk to my hand.
(E.)
Published in: on Mag 11, 2009 at 5:39 pm  Comments (4)  
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Vaa a scua’ l mar cun vert l’umbrela

lo schizzo è di riccardo guasco

Un piccolo cinese di corsa, piccolo, con mani piccole, occhi semichiusi. Dal sonno o dalla luce.
Piccolo con una madre piccola.
Piccoli stivaletti di gomma, giacchetto e passi piccoli, misurati.
Fretta ponderata, come un giorno che inizia, non trangugiato, ma preso a sorsi decisi ma distanziati.
Per non farsene ingolfare.
Picolo ombrello, blu, di un colore da tendone estivo.
E una cosa bizzarra in cima.
Al vertice, sulla sommità, piccola, del piccolo ombrello, una specie di bottiglietta.
Quel piccolo mandorlato! Guarda che lezione!
Raccoglie l’acqua piovana!
Chissà per farne cosa.
Mi vengono in mente le vasche dei cortili dell’antica roma, la parsimonia dei gesti degli asiatici, misurata e determinata, come ad insegnare che le cose si ottengono con l’efficacia e non con la voce grossa e i gestacci di noi, piccoli ciarlatani.
E poi ecco una cosa che mi pare inutile, lì, camminare davanti a me, sotto la pioggia.
Raccogliere l’acqua piovana.
Per misurare i mm caduti? Una ricerca a scuola? Il tempo da casa a scuola?
E` solo l’ipotesi di una visionaria, che guarda piccole dita stringere un manico.
Nitido, mentre il resto è sbiadito dai soliti colori. Di città che non guardano.
Cecità di cose pratiche, di operoso discernimento di faccende che meritano e di altre che restano trasparenti.
Come se l’utilità andasse ponderata prima di far lo sforzo di considerarla.
(E.)

Published in: on aprile 27, 2009 at 9:23 am  Comments (15)  
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Alice et moi

Ci sono lunedì che non vuoi, ce ne sono altri che arrivano con la giacca pesante, quando l’avevi dismessa, e ti dicono di provare a raggomitolarti, ti dicono che hai una buona cera, anche con grigio fuori.
Oggi vi regalo uno short-movie. Uno di quelli adatti a certe giornate, in bianco e nero, con tanta ironia e molte sfumature di grigio, che vanno dalla storia universale a quella delle nostre città, dalle relazioni alla famiglia, da un passato nebuloso ad un futuro incerto.
Siamo noi. Fratelli a tutte le latitudini.
Soli e persi, smarriti in volti cancellati dalle nostre aspettative, dai desideri che abbiamo cucito sopra. Vogliosi di appartenere a qualcuno, ma sordi all’ascolto.
In sfogo perenne sulle nostre mancanze.
In bianco e nero.
Tanti lui come me.
(E.)

p.s. avevo detto a Zau che avrei postato un corto, in cui il doppiaggio non sarebbe servito, o forse avrebbe tolto qualcosa, eccolo.
Published in: on aprile 20, 2009 at 11:21 am  Comments (9)  
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so what?

Piove.
Sugli asfalti intossicati e sui bordi masticati dei marciapiedi.
Sui piedi che corrono dentro a scarpe che non ci raccontano nulla di nuovo.
Ché le scarpe non parlano, non sempre almeno.
Qualche volta ciancicano qualcosa. Spesso quando hanno i tacchi te lo dicono chiaro e tondo, altre basta solo qualche goccia a terra per farle tacere, per attutirle.

Piove.
Ché quasi pare non abbia smesso mai, perché la pioggia ha questo potere, di sembrare eterna, interminabile.
Ché governo ladro non ha più senso dirlo, ché non è solo ladro.

Piove. Nulla di nuovo. I bordi dei pantaloni sono umidi. Il caffè sa di caffè.
Le luci al neon sono meno bianche del cielo lì fuori.
Il bianchetto mi ha tinto un pollice e l’ora legale m’ha rubato il sonno.
Lunedì insomma. Ché se piove almeno sai con chi prendertela.

(E.)

Published in: on marzo 30, 2009 at 11:38 am  Comments (11)  
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Non tutti i mali

la foto è del solito, bravo, BNCTONY (Tony Aubry)

Giusto il tempo di espatriare per tornare e rendersi conto.
Che la primavera accarezza le finestre.
Che c’est Fini.
Che le barzellette sono sempre le stesse e non fanno più ridere.
Che noi mangiamo con meno burro.
Che volendo si possono mettere le ballerine.
Che le banche non sono poi così salde come volevano farci credere.
Che si torna in trincea tutti i giorni, anche se da noi, per fortuna, è solo un modo di dire.

I mali e i nocimenti.
Ma tutto il mondo è paese. Il partito socialista si riuniva ieri in Francia nella primavera delle liberta`. Non c’è piu` religione, libertà e primavera nella stessa frase. La domanda più ricorrente fra i partecipanti: ma ci sono match di calcio oggi?
Obiettivi: sviluppare la solidarietà e la fratellanza.
Quindi libertà evocata e anche fratellanza.
Libertà ch’è si cara…
L’uguaglianza può aspettare. Altrimenti ai banchieri cosa diciamo.
(E.)

Contromano

la foto è  di BNCTONY, che trova le immagini ai miei pensieri, inconsapevole

La gente abbandona qualunque cosa per strada. Lascia pezzi di sé senza paura di essere scoperta dai dettagli delle cose. Senza paura che le cose urlino chi li ha abbandonati e chiedano di essere riportati indietro.
Certe cose pare che stiano lì a chiamarti, come una terra che chiede acqua. E come un fiore reciso, chiedano il perché dell’abbandono.
Questi oggetti abbandonati sono come le persone. Raccontano, parlano di sé.
Dicono cose dolci con l’amaro in bocca, di chi ha conosciuto il sole e adesso è solo fango. Non hanno memoria, ma sono memoria.
Smemorata storia di vite degli altri.
E se si potessero fermare quelle storie, in una immagine.
Stamattina avrei voluto avere una macchina fotografica pronta.
Una donna anziana vestita di rosso in bicicletta con una sciarpa sui capelli e gli occhiali da sole, andava contromano.
Scesa da un pianeta diverso.
Ci ricordava che se non fossimo intruppati nelle regole anche noi saremmo liberi.
Di andare contromano senza farci male.
(E.)

Published in: on marzo 16, 2009 at 10:02 am  Comments (8)  
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The seasons know exactly when to change

Maker: Shin-E-Do Title: Japanese woman with mirrors Date: ca. 1890 Property: George Eastman House Collection
Illusioni di primavera, azzurri improbabili nel cielo e canzoni disegnate fra le nuvole.
I fine settimana volano sulle ali di certezze costruite su ciotole di riso e riso di labbra scavate dalla pioggia di asfalti consumati.
Come la gentilezza non conosce vergogna, e si vergogna piuttosto di essere ancora in piedi nonostante il fatto sia ignorata, senza pudore alcuno.
Come il sole sa sin dall’inizio del tempo che gli tocca salire e scendere, tornare indietro e bruciare con le stelle lontano e poi tornare a specchiarsi nei laghi dei nostri giorni.
Come le cose belle non hanno un prezzo e non chiedono nulla per esserci e il solo fatto di guardarle è il modo per ripagarle.
Come le canzoni che sui tetti lì fuori danzano sotto ombre allungate verso ovest, tendendo le loro dita a toccare orizzonti di montagne visibili solo quando è così limpido.
Come il collo sotto a questa giacca ancora pesante cerca di trovare spazio e di uscire allo scoperto.
Come un giorno di gioia sperata, di camuffati foulards di seta, di desiderati raggi di fiori sui terrazzi. Come un giorno come gli altri, che si differenzia solo perché viene guardato dritto negli occhi, senza passare distratti.
Come tutti questi giorni.
Le stagioni sanno esattamente quando è il momento di cambiare.
(E.)
Published in: on marzo 9, 2009 at 10:33 am  Comments (10)  
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Terebinto rosso pallido

Certi ritorni sono naturali. Come se nulla fosse la vita torna ad essere quella di prima, anche se nel frattempo altra acqua è passata ed ha fatto in tempo a inquinarsi sino a passare di qui.
Non ho mai visto un terebinto, almeno così credo. Forse ci sono passata davanti ma ero distratta. Sogno di leggere sotto un terebinto, col profumo di iodio.
Leggere in silenzio con la natura intorno, ascoltando semmai i suoi richiami, indecifrabili. E nient’altro.
Un terebinto rosso pallido. Suona bene, sì. Suona come un verso di una poesia, suona come le foglie accarezzate dalla brezza marina. Suona come il mare in lontananza in mezzo ad un parco solitario.
Suona.
E i suoni vanno colti senza distrazioni.
Come i ritorni. Che sono sempre diversi, non sono mai come prima della partenza.
Apparizioni e suoni nuovi.
Restituzioni.
(E.)

Published in: on marzo 2, 2009 at 10:18 am  Comments (9)  
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Palloncini

la foto è di Ghiro60

Le cose belle devono essere inafferrabili.

Sapere di poterle avere quando si vuole, poterle imprigionare, vuol dire ferirle, ucciderle. Far loro perdere la bellezza. Lasciare che essa sfiorisca come un fiore reciso, precocemente.

Sapere invece di poterle riincontrare prima o poi, consapevoli della loro esistenza al mondo, è una sensazione piacevole. Trovarla e fare tesoro di questa netta emozione è cosa rara, ma di una pace indescrivibile.

La prima naturale tentazione di fronte alla bellezza è di scovarla, di averla,  di trattenerla. La seconda  di mostrarla a chi si ama per farla riamare di ritorno, perché la condivisione è parte della conoscenza, rende la conoscenza conoscibile.

E invece basterebbe lasciarla solo andare ed imprimere il suo odore,  aspetto, colore nella mente prima di vederla sparire. Liberarsi dell’egoistico afflato. Del sistematico bisogno di avere e lasciare andare il colpo, mollare, sciogliere le dita e lasciar scivolare via.

Salutare la bellezza, lieti di averla incontrata e lasciarla tornare a mescolarsi col mondo. Salutarla senza sapere se mai si rivedrà.

(E.)

Published in: on febbraio 23, 2009 at 9:20 am  Comments (11)  
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