Ho paura quando ho freddo

   la foto è mia, ieri, parco
In quei momenti interminabili e unici, quando niente può entrare e niente può uscire, nessun sussurro, solo gli uccelli e due pagine di un libro letto all’imbrunire finchè gli occhi possano distinguere le lettere, sulla soglia del balcone, in un tempo senza tempo, tornano sapori non ascoltati o fuggiti per troppa fretta di arrivare e non si è arrivati, non ci si è mai fermati.
Momenti di magliette verdi, rubate su un letto, mentre storie di solitudine si srotolavano in case che non ci appartenevano.
E quella maglietta verde, che abbiamo indosso, è l’unica cosa che ci ricorda che quei momenti ci sono stati e che li abbiamo sprecati. Ad ascoltare i rumori della tangenziale rombante, in quella casa dove non siamo più stati.
Col caldo che stava arrivando e le speranze che avremmo fatto questo o quello. E poi scendere in strada in un giorno qualunque e rivedere volti dimenticati, rumori tappati come bocche che dicono troppo e dovrebbero tacere.
Alzarsi sulle punte delle scarpe e sentirsi felici per un attimo. E ricordare quella felicità fatta di nulla.
Perché è il nulla che ci strappa un sorriso, il pieno ci ingolfa, ci leva il fiato.
E ricordarsi di amare come quella volta, di essere ancora l’involucro che raccoglie tutti quei sogni, quelle corse coi piedi di rugiada in un giardino qualunque.
Ricordare che dentro quella maglietta verde, con un buco ormai, vestita come si veste il silenzio di ciò che non abbiamo saputo trattenere, c’è sempre quel sogno, quel canto per sconfiggere la paura e il freddo.
Anche se il freddo in sere come queste è un frullo di uccelli e un rumore lontano della strada.
Che c’è ma non si vede.
(E.)
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Published in: on giugno 3, 2010 at 9:11 pm  Comments (5)  
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A ognuno la sua rivoluzione

“Nelle epoche rivoluzionarie, coloro che si attribuiscono con un così strano orgoglio, il facile merito di aver sviluppato nei loro contemporanei lo slancio delle passioni anarchiche, non si accorgono che il loro deplorevole trionfo apparente è dovuto soprattutto a una inclinazione spontanea, determinata dal complesso della relativa situazione sociale” (Auguste Comte, Corso di filosofia positiva)

Il relativismo delle nostre percezioni, ci fa sembrare ogni piccola conquista come un meraviglioso traguardo, ci fa sentire pionieri e fieri.

Nel deserto delle emozioni, nella mercificazione dell’immagine come fosse unico strumento per dimostrare la propria esistenza, nella assoluta massificazione dell’individualismo spacciato per community, nel sotterramento delle piccole grandi conquiste sessuali, culturali, sociali fatte passo passo nei decenni passati, dopo la grande depressione per l’essersi scoperti soli nel collettivo e dopo la trasformazione di questa solitudine in una moltitudine di parole senza volto, senza paternità e senza attributi, il senso della rivoluzione muta.

La rivoluzione diventa sottolineare la libertà. Sessuale, culturale, ideologica. Evidenziare col pennarello, per poi dimenticarsene nell’essenza. Come se la parola bastasse a ripulire tutto.

Coscienze e significati.

Dopo il clima intellettuale di masochismo e depressione degli anni ottanta, reduci dagli anni settanta di stregoneria e di superstizione, dopo l’euforico edonismo di cancellazione, dopo un ventennio di silenzi di messe in piega e di estetico annullamento della propria identità, conosciamo il torpore della rivoluzione.

Delle rivoluzioni che hanno creato a tavolino come fossero sempre state così.

Confezionate con una bella scatola ammiccante, nello scaffale del supermercato sotto casa.

Liberi di farci tristemente gli affari nostri, di fare la rivoluzione sessuale a patto che mio figlio non baci il compagno di basket.

Nemmeno la violenza, l’illegalità, il malcostume ci indignano.

La rivoluzione cibernetica ci fa firmare una petizione per dare banane fresche alle scimmie del Madagascar.

(E.)

Gentile Cliente

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Carte fedeltà, profumerie, supermercati. Le nostre tasche, i portafogli ci dicono chi siamo. Noi spesso ce lo dimentichiamo o quando sentiamo qualcuno che ce lo dice è uno schiaffo e proviamo a difenderci.
Tempus fugit. Ma guarisce, pare, per me è sempre stato così, almeno.
Ferite grandi e piccole.
Quelle grandi le lascia sanguinare in pace, le lascia comporsi da sole, faranno male un po’ ma prima o poi diventerà un tutt’uno con il respirare, il muovere le palpebre, sarà il prezzo da pagare, uno degli acciacchi della vecchiaia.
Quelle piccole le rimargina come meglio possa fare, alcune sono bastardissime, i tagli fatti con la carta per esempio, stanno lì per settimane a ricordarti che ogni giorno è come una pesca miracolosa e i pesci non vengono a galla, tocca cercarli e ci si punge, ci si lacera.
Ma vuoi mettere l’attesa della guarigione?
Il tempo vissuto annusando l’aria con il naso libero?
Vuoi mettere quando tutto questo passerà e ci ricorderemo solo degli anni nel mezzo, sbiaditi, come carta di giornale ad incartare le palle di natale da mettere in soffitta.
Solo la visione della nuova vita davanti, dietro le nuvole e dietro le veneziane blu di questi cubi che ci ingoiano tutti i giorni, ci basta. Ce la facciamo bastare.
E la sera, guardiamo le stesse piastrelle della stessa cucina, in venti minuti di ipnosi fra il prima e il dopo, che sono sempre gli stessi.
E in quei venti minuti ci accorgiamo d’esserci persi.
In mezzo ai piatti sporchi sul tavolo e al tempo che abbiamo lasciato ci portassero via.
Per comodità, per abitudine, per codardia, per stupidità.

Inserire il codice per perfezionare l’acquisto.
Il tempo va via come il pane.

(E.)

(la foto e` di Rosa Pomar, un distributore farlocco a Lisbona)

Published in: on gennaio 23, 2009 at 11:14 am  Comments (9)  
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