Jupiter crash

mix di commons (Elspeth and Evan)

Ci sono altalene di pensieri che possono fare meglio di una carezza, di un sorriso, di un bacio di Ospedaletti incartato nel cellophane.

Quando anche Giove vacilla e si sfalda come polvere, quando il silenzio sarebbe la migliore cura per ogni cosa, mancata, sperata, dannata. Ecco allora in quel momento arriva una mano a prenderti e trascinarti via.
Prende un lato del maglioncino, su cui si posa il riflesso del sole che filtra dalle veneziane e vola.
Come morire dimenticati.
Sotto macerie o dentro a un pozzo.
Spegnere il cielo e sfidare il buio.

Ho smesso di scrivere. Il tempo ha ingoiato le mie parole inutili, quelle che non producono danaro o che non sono necessarie a salire sull’autobus, a chiedere un caffè, a fare reclamo con la compagnia telefonica.
L’inutilità in effetti si è impadronita della mia vita. Ho come l’impressione che tutto questo affannarsi quotidiano non abbia senso alcuno. Danzare sarebbe meglio, non guardare il proprio volto sfiorire sarebbe meglio, viaggiare sarebbe meglio, non sentire più la propria voce seria sarebbe meglio.
E ho smesso. Un giorno, senza preavviso ho smesso.
Che si taglia in questi anni, si tagliano i servizi, mi hanno appena tagliato l’autobus che mi porta al lavoro. Senza preavviso, da lunedì.
E io ho tagliato.

Ho spento il cielo.
(E.)

Published in: on marzo 25, 2011 at 2:19 pm  Comments (12)  
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Green plastic watering can

Mi piacciono i ritratti.
Scritti, fotografati.
Quelli sconditi, fatti di pure rughe di tempo, di giorni scompigliati di vento, di nevischio che non arriva a poggiarsi sull’asfalto.
Mi piace scoprire il silenzio negli sguardi delle persone.
Eppure non amo molto la gente. Penso di esserne affascinata, ma di sentirmene distante.
Come quando una vetrina ammicca dall’altra parte della strada, piena di luci e di colori, e la si lascia dov’è, non le si corre incontro.
La falsità mi spaventa. Quella di cui ci si veste, di cui ci si copre.
Coi vestiti, le parole.
Mi piacciono i ritratti letti sui libri, in cui si scoprono le persone da parole messe una dietro l’altra a comporre un mosaico. I ritratti accennati, come tratti di lapis, o slavati come acquerelli a raccogliere il cielo luminoso che si affanneranno a riprodurre.
Mi piacciono i ritratti muti fotografati, messi sui cataloghi. Di persone che senza parlare dicono tutto.
Eppure la gente, quell’ammasso di cuori, di vite, di fango, spesso la rifuggo, pur sorridendogli senza un motivo ferma ad un semaforo.
La verità è che mi piace guardarla, attraversarla la gente. Mentre cammino con la musica nelle orecchie.
Proprio in quel momento il mondo mi pare meraviglioso.
Colorato e lento. A tempo.
E mi piace costruire storie o lasciarle fluire dai passi e dalle note.
Vedere nelle pieghe dei volti un racconto irraccontabile, che si svela senza mistero nel briciolo dell’attimo dell’incontro.
Se solo potessi essere ciò che vuoi.
O fossi ciò che voglio.
Se solo potessi vedere anche tu ciò che vedo io, tutto questo silenzio, questa gente muta, potrebbe parlare.
Sentiremmo la sua voce. Anche con le cuffie nelle orecchie.
Come sentiamo la voce delle piante al sabato mattina. Con in mano il nostro annaffiatoio di plastica.
(E.)
Published in: on febbraio 9, 2010 at 10:45 am  Comments (7)  
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This train terminates at Leyton

photo by themanilow

Questo treno si fermerà. Tutte le mattine attraverso il silenzio che devo riempire con musica. Forse non devo, ma voglio. Come se cercassi risposte a una fine che a volte vedo quasi riflessa sui vetri dell’autobus. E cerco di imprigionarla, come se sapere di possederla potesse restituire il tempo annegato. E corro su quelle rotaie ancora, con gli occhi chiusi a sentire il rumore di un tempo più leggero. E scendo dal treno, cammino piano, so che i passi posso contarli, so che posso ridere alla gente, so che il mondo che mi circonda adesso, in quell’adesso che non è più, lo ricorderò. High Road piano, contando le lettere sui cartelloni, sbirciando dentro ai pubs di legno, dentro gli occhi dei pakistani, dietro ai cartelli dei menu, fra le lettere non scritte, nei cieli immaginati del futuro che sarebbe stato. Quel treno quando finiva a Leyton era destino che dovessi prenderne un altro, scendevo alla fermata dopo, Leytonstone, guardavo Stratford passare, poi Leyton e poi se continuava era fatta, la voce anche se la sentivo che diceva Epping non mi fidavo, guardavo fuori, che lì il tube è esterno e corre tagliando campi e case tutte uguali. Scendevo e facevo quella strada lunga fino alla casa che ospitava persone che non vedo più quasi da allora. La facevo col caldo e col freddo, avvolta nel cappotto o con un golfino leggero barcollando la sera dopo i bagordi a Leicester Square. E quel treno l’ultima volta l’ho preso al contrario, parlavo con un rosso della Normandia, Cedric, credo, scesi ad Holborn e non lo vidi più. I treni terminano. Fanno dei giri immensi, tornano indietro per farti montare su a volte. Se sei veloce. E poi finiscono.

(E.)

Vi invito ad ascoltare questa (qui)
Published in: on dicembre 11, 2009 at 11:36 am  Comments (5)  
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Non considero il ritorno. O non sarei partito mai.

VW - photo by Jangel19

Mi ricordo di una casa in campagna. Una campagna a due passi dal mare, come solo una natura rocciosa può permettere.
Un giardino part time con cani e un frutteto. Credo con aranci ma anche ulivi d’argento svettanti.
Ricordo vasco in sottofondo che non mi piaceva già allora.
Cantava liberi liberi e a me pareva fosse una bugia.
Vedevo natura mescolata, di persone cose e di solitudine chiassosa. Di capelli raccolti da bambina e di scarpe inzaccherate, di fango e frutta.
Ricordo una campagna calda e lacrime da moto da enduro.
Troppo presto a girare intorno, senza quattordici anni addosso.
Calzettoni arrotolati in basso e la voce di mio padre. Che faceva tremare gli alberi.
Part time  anche lei. Ma quanto bastava per farsela addosso.
Ricordo pomeriggi di sollievo nascosta nell’incavo di un tronco a sognare sorrisi sconfinati.
A pensare che nulla sarebbe durato per sempre.
Aspettando la fine illesa.
Ricordo i ritorni. Ho sempre considerato il ritorno.
Come una cura, come una  casa che avrei avuto e  che mi avrebbe accolta senza chiedere nulla.
Che il bello dell’amore è questo. Che non  dovrebbe chiedere nulla.
(E.)
Published in: on novembre 26, 2009 at 1:07 pm  Comments (14)  
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Le rétour du mushroom

photo and title from B N C T O N Y

Ci sono viaggi immaginati, come lampi di cielo a squarciare stanze di neon. Ci sono immaginazioni fervide che danzano sulla vita delle cose e delle persone, come se quello che vedessero fosse l’unico mondo possibile, l’unico certo immarcescibile. E di questo sguardo mi piace vestirmi, per non dimenticarmi che ci sono stupori e stupori e i regali più graditi vengono quando non c’è previsione di essi, quando non ce n’è motivo alcuno. E la vita scorre sui marciapiedi, di tutte le mattine, di lunedi arrotolati, scappati da sotto le coperte, scippati alle loro sfumate certezze da risveglio coi contorni di albe non ancora accennate. Incroci di sguardo di donna che sorride,come se vi conosceste da tempo. Adoro guardare la gente. La gente che si lascia guardare, che si lascia suonare con pianoforti di ciglia e arpe di capelli scossi dal vento. Ed ecco una donna hippie con un labrador al guinzaglio e il suo piccino dalla mano, con un buffo cappellino troppo grande per la sua testa.. Costruire storie. Che la libertà di guardare ci è rimasta. E certe libertà sono inaspettate e valgono come il tesoro dei pirati.

(E.)

P.s. sotto la foto la musica, per assaggiare il concerto di stasera

L’acqua e la pazienza

Voglio crescere. Fammi crescere i denti davanti.
Voglio andare. Fammi tornare senza essere mai partito, fammi bere senza vuotare il bicchiere, fammi sfamare l’africa delle nostre menzogne.
Fammi laureare i sogni di tutti, correre senza muovere un muscolo.
Vorrei raccogliere il fiore senza lasciarlo morire. Fammi soffiare la vita e non trovarmi in cima alla salita e non sapere se potrò mai tornare giù senza restarci secco.
Voglio l’erba del vicino. Fammi avere la pazienza di aspettare un giorno che anche se non arrivasse mi basterebbe per colmare tutto, per riempire il vuoto e andare senza di te.
Che senza di te, di qualunque te tu sia fatto, anche se nulla cambierebbe, ci sarebbero le stelle, i calendari, le briciole di pane, non potresti sentire questa ballata.
Questo delirio dell’amor perduto che non c’è mai stato.
Questo canto disperato senza disperazione, questo esercizio di equilibrio fra ciò che dovrebbe essere e ciò che mai sarà.
Senza di te.
Ci vuole sete e tempo.
Per bere e avere la pazienza di non pulirsi del tutto.
Che sporchi lo restiamo, tutte le volte che ci laviamo e il tempo ci attraversa.
(E.)

per la musica, qui

Breakfast in America

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

Indignazione silenziosa, di quelle impotenti, da hula hoop sul tiggì e da chi frega è più fico. Pagare per poter vivere. Come una scommessa. Chi offre di più. Dignità uno, dignità due, dignità tre. Aggiudicato. Un russo ci verrà a comprare. Un cinese ci farà le scarpe su misura, di cartone. Un giornalista chiedera` milioni per dire idiozie. Mentre centinaia di migliaia vorrebbero mille euro di salvezza. Per non scivolare. Andarsene potrebbe sembrare una sconfitta. Ma è la vera sfida forse. Via dalle logiche europee, dice Magalie. Lei che se ne è andata in Thailandia, senza certezze, solo sapendo che non sopportava più la vecchia Europa bofonchiona. E sabato ha i cartoni pronti per spostarsi ancora. A sud ovest, a Hua Hin, bord de mer, dice lei, che viene da Argences e lì ci torna solo quando ha nostalgia della matelote o del calvados. Che basterebbe solo avere il coraggio di perdere le abitudini e tornare a rischiare. Basterebbe per alzarsi una mattina e decidere che breakfast in america non è solo una canzone, ma anche un possibile piano per la giornata.

(E.)

Published in: on ottobre 23, 2009 at 9:42 am  Comments (13)  
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Love will tear us apart

foto di emma c (che non sono io)

foto di emma c (che non sono io), sotto la foto susanna & the magical orchestra

Ho acceso le cuffie per non sentire il caldo che fa.
C’è qualcuno che accarezza una pianola, pare nordica.
Non so se sia nordica, ma mi piace pensarla cosi.
Rivoltarsi.
E non sentire nessun rumore.
Scegliere di non sentirlo.
Una sottile gioia di incoscienza.
Come quando si abbandona tutto e non si hanno rimpianti.
Scivolare senza timore, abbandonarsi al silenzio e ad un frescore da occhi chiusi.
Di quelli immaginati che viene la pelle d’oca.
La testa pare dissolversi.
Gas.
(E.)
Published in: on luglio 17, 2009 at 12:05 pm  Comments (6)  
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Sbronze

sotto le porte di Patrick Smith, Walking in the rain – Grace Jones

Mi sono ubriacata di Michael Jackson. Mi sono ubriacata di cose inutili, di iniezioni inconsapevoli. Mi sono chiesta perché niente è cambiato da quando ero piccina. Ho sentito dire che gli anni ottanta sono stati gli anni più trasgressivi, quelli in cui tutte le devianze sono uscite allo scoperto. Mi sono chiesta come mai questa ignoranza venga iniettata a così alte dosi e quali siano gli altri effetti collaterali. Oltre agli effetti desiderati. Ho bevuto sorsi di Socrate per controbilanciare. Ho sorseggiato una cedrata per stemperare tutto quell’alcool. E ho aggiunto due gocce di Wilde, così per non smettere del tutto. Ho pianto sulle tombe della cultura, dell’arte e della scienza, ormai rimaste senza fiori.

(E.)

(penso ai morti senza folla di sotto a piangere, i morti di teheran)
Published in: on giugno 29, 2009 at 9:56 am  Comments (13)  
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There’s nothing at home

Una cosa non fatta o fatta troppo tardi non c’è nessun esercito di parole che possa sperare di contenerla.

Ci sono eserciti inutili, in tutte le nostre stanze.
E parole che potremmo tenere per noi.
Ci sono sogni che dicono bugie, che raccontano di altre ferite, sottopelle, di sottili rotture e di cambiamenti.
Ci sono giornate di sole improvvise.
E controlli del tempo che servono solo a darci una verità, una qualunque come di carte da gioco sparpagliate.
Ci sono eserciti di armi sguainate che feriscono chi li manda.
E tornare a cena pare un miracolo.

(E.)

Published in: on aprile 30, 2009 at 11:33 am  Comments (9)  
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