A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima

– la foto è di Lilya Corneli 

È Neruda che parla nel titolo. Neruda che sente quello che sento io da giorni. Parla di terra buia e nera. E di stelle lontane che fanno da ghirlanda ad un mare che gorgoglia mentre ogni giorno rincorre l’altro, senza sosta, muto.
La corsa è verso l’ignoto, gonfia e fredda. Livida. La notte assomiglia al giorno, con l’unica differenza che la notte canta, con la sua voce più lieve e fa cantare con sè ogni cosa, persino i pini abbandonati al vento. E tutto sembra umano, mentre ciò che umano dovrebbe essere ha perso la sua umanità sia nel buio che nel sole. E quegli alberi sbattuti dal vento cantano i nomi della gente, cantano i loro dolori e la loro vita, il brio e la tormenta. E mi sento parte di quel canto inanimato, prendendo le sembianze delle cose, spogliandomi delle mie. Un canto che parla di stelle che guardano e indicano luoghi dove andare e non dove rimanere. Che rimanere non serve, è solo stato in luogo. E nessun luogo ci appartiene.
(E.)

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Published in: on gennaio 8, 2008 at 10:09 am  Comments (18)  
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