Arbeit macht frei

Se ci portano via anche quello.
La nostra dignità.
Che un passo dopo l’altro lasciamo le orme su queste strade, unica prova per dimostrare che di qui ci siamo passati.
Il lavoro ci nobilita, ci rende liberi, ci permette di camminare senza sentire il freddo, il caldo, il sonno, la fatica, gli anni che passano.
Ci illudiamo sia così.
Hanno rubato quella scritta, quel simbolo. L’hanno staccata dal cancello.
L’antro dell’inferno.
Eppure quelle parole non ci dicono altro che fallimento.
Che se ci resta solo il negotium per dimostrare che siamo, allora l’otium torna peccato e la vita vera sprofonda sotto una coltre di neve, sparisce.
Che ci raccontavano che dovevamo soffrire per essere grandi, che poi saebbe arrivato il nostro riscatto.
E lo sapevano che non sarebbe stato.
Che la menzogna l’avremmo scoperta troppo tardi.
“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente”.
 
(E.)
Published in: on dicembre 21, 2009 at 10:39 am  Comments (9)  
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Touchdown

Nelle notti delle nostre attese, quelle notti in cui si tace sotto la neve silenziosa fuori dalle nostre finestre, in quelle notti in cui pensiamo di non essere stati mai e di avere sempre aspettato fosse, come in una perenne alba.
E in quelle notti, in cui lo specchio e i denti sono gli stessi, in cui se ti volti indietro trovi le solite scarpe sul tappeto e i teli azzurri puliti sulla cesta nel solito posto, in quelle notti proprio vorresti mettere altre scarpe e uscire.
Con le spalle imbottite per yarde e yarde. Senza lanci, come un running back.
Correre fuori.
Io di football non ci ho mai capito niente e nella corsa di resistenza non sono buona.
Ma di correre ogni tanto mi viene voglia.
Di sentire le narici nel vento e il freddo che si scioglie sulle guance.
E, alla fine, sfondare la linea.
Che è anche ora.

(E.)

Published in: on febbraio 2, 2009 at 11:12 am  Comments (8)  
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The human zoo

the-human-zoo

an untrained eye, vede parigi e il mondo con questi occhi e con questo titolo

Mon dieu de la France !
Come si fa a ignorare il sole e a prendersi d’aceto ?
Il sole sulla neve è bastardo, cela pericoli e si scivola che è una bellezza.
Gli equivoci sono dietro l’angolo. Si scambia una lastra di ghiaccio per una pozzetta d’acqua.
E ricominciare non è sempre facile, inutile pensare d’esser rodati, prima o poi le gambe cedono, gli occhi falliscono.
Dimenticare. Si fa presto.
Stamattina pensavo che un giorno o l’altro non sentirò più miagolare la mia gatta e il suo fastidioso lamento che ormai si è sostituito al miagolio delicato che non ricordo più, mi mancherà. Dimenticherò presto anche lei, come spesso facciamo in amore.
Siamo fatti per sopportare le assenze e sopravvivere ad esse.
Ma le lastre di ghiaccio si celano sempre e non possiamo prevederle.
Quindi rischiare e andare.
Che la bellezza anche se la perdiamo la sappiamo riconoscere.
(E.)

Published in: on gennaio 9, 2009 at 11:02 am  Comments (8)  
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Brodo primordiale

la foto e’ di libera strega, a maccalube di aragona
Sotto questa neve e affondando le scarpe cercando di trovare una strada spalata da qualcuno o semplicemente da altri piedi, ho pensato ai bambini del mondo.
A quelli soldato, che muoiono senza che nessuno possa piangere.
A quelli a cui abbiamo rinunciato per scelta e a quelli che abbiamo avuto nei nostri grembi insicuri, insicuri del futuro che attende noi e loro.
A quelli che hanno aperto gli occhi sui loro regali e si sono illuminati come le lucine degli alberi delle nostre case che non abbiamo ancora disfatto.
A quelli che siamo stati e che ci siamo dimenticati di essere.
A quelli che ci sono apparsi in sogno come una liberazione, a quelli che un giorno incontreremo e che ci strapperanno un sorriso.
A quelli che ci paiono sboccati in cortile che dicono cose che non diremmo nemmeno noi.
A quelli che guardano il mondo coi loro occhi e che lo disegnano semplice e magari lo fosse.
E questa neve diventera` fango.
(E.)
Published in: on gennaio 7, 2009 at 2:32 pm  Comments (10)  
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Promessa

una mia foto di mattina, di neve alla cieca, sotto la musica giusta

Come alberi nella neve, muti e freddi. Sfumati e carichi di promesse, di un futuro che arriverà, ma che non è dato di conoscere.
Strozzate parole di chi conosce e non dice, di chi vede e lascia scorrere.
Scorrere o correre. Non c’è differenza. Ché l’acqua corre anche, se sai vedere le sue gambe, e scorrono i giorni, come nei ruscelli addormentati, come nei canali di nebbia mattutina.
La sorte che ci è toccata o le porte che non apriamo.
La corte di un palazzo dinnanzi a noi o la morte che non ha palazzi ma alberga, silente, nelle nostre stanze.
Il giorno tarda ad arrivare e lo vorremmo adesso. Subito.
Noi che non sappiamo aspettare.
E l’attesa, invece, è la promessa migliore.
(E.)

Published in: on dicembre 8, 2008 at 10:30 pm  Comments (11)  
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Pan, vin e zoca, lassa pur che’l fioca

ponti-rado

la foto è di giancarlo rado

Il veneto non ti accoglie, ma si fa prendere.
Ti bacia piano, sferzandoti le guance col vento più freddo della stagione.
Non teme il tuo giudizio, continua a scorrere nei suoi fiumi, a girare nei suoi mulini, a rimanere verde nei suoi prati e ad offrirti il suo vino per scaldarti.
E il ritorno è un tramonto da est ad ovest con le sue strisce accecanti ad indicare la strada verso casa.
Che nessuna dolcezza può essere comparata al sole che muore con i colori di cui tinge un cielo di novembre qualunque.
Giallo, poi arancio, poi rosa, poi violetto.
E poi le luci.
Sull’asfalto della serenissima.
(E.)

Published in: on novembre 24, 2008 at 10:00 am  Comments (10)  
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Se ne dicon di parole

cacciatore siberiano - foto di giuseppe tornatore - proprietà dell'archivio fotografico italgas di torino

sotto la foto la musica

In lingua inuit, la lingua dell’artide, si scoprono meraviglie inusitate.
E questo venerdì lo voglio dedicare alle parole e soprattutto all’uso che se ne fa, a volte immediato, non soffermandosi spesso a capirne il significato o l’accezione.
Leggende metropolitane e trovate giornalistiche vogliono che ci siano miriadi di parole che vogliano indicare, proprio in quella lingua così lontana e sintatticamente diversa dalle nostre più comuni, la parola neve.
Ma le leggende mi piacciono, specie quando non fanno male ad una mosca.
Specie quando nessuno rimane deluso da una realtà diametralmente opposta.
Più di quaranta parole diverse per la neve e nessuna per la guerra.
Gli inuit non cercano risposte dal destino o dal futuro, vivono nel presente, questo vuole la loro tradizione, che poi li porta anche ad una sorta di megalomane convinzione che siano il mondo intero. Nessun compito trascendentale, nessuna ricerca del dopo, del domani, della vita di altri mondi. Il mondo è qui, si tocca, prende le forme della neve, dei volti scavati dei loro uomini e donne.
Lì le stelle sono più vicine eppure non credono, non credono se non nelle loro mani.
E chiamano le stagioni con parole usate per verbi, come la stagione in cui il mare ghiaccia, la chiamano “ascoltare”, perché sul ghiaccio si può scorrere e viaggiare verso i villaggi vicini e sapere, conoscere, ascoltare ciò che intorno accade.
E sopra sempre le stelle, vicine che si possono toccare in quel buio e da quella visuale privilegiata.
E il sole che per loro è donna e la luna, che è suo fratello, uomo, durano tanto, mentre da noi il giorno resta uomo nel sole e la notte donna nella luna e non facciamo caso alla benedizione di poter scorgere una luce di stella. Ché il mondo appare illuminato, a noi che conosciamo la guerra e che diamo un genere maschile a chi ci dà la sveglia.
E chiamiamo ordine ciò che la natura chiama forza e cemento.
(E.)

Published in: on settembre 19, 2008 at 8:05 am  Comments (22)  
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