Oroscopi e bombe

Two hundreds miles above Central Asia, the skies are visibly calmer as polar mesospheric clouds are captured on film. While the earth is still shrouded in darkness, the clouds are illuminated by the first streaks of sunlight (courtesy of NASA)

Calendari e nuvole rosa su questo mattino di fine anno.
Un sole arancio da risveglio da savana sui tetti lividi di una città che dorme senza scampo, col ghiaccio a terra e la neve a pochi chilometri, sui rami spogliati da un inverno inclemente e due cuffiette nelle orecchie che concilierebbero piu` il sonno che un inizio di giornata di lavoro.
Il cielo si tinge di rosa, colora le finestre e i cavalcavia, la lattuga oltre i guard-rails, le scavatrici lasciate a dormire lungo la strada.
Dura qualche minuto questo silenzio e questa magia, poi tutto torna normale, come se te lo fossi sognato e il sole, un miracolo, inonda tutto, come fosse sempre stato lì.
Lì a guardare tutto.
Il mondo, i conflitti, le bombe, i morti ammazzati, le auto accartocciate, gli addobbi natalizi, i libri sul comodino, i corpi nudi di chi si ama e i corpi denudati dalla povertà e dalla morte.
Le cose tutte insieme, sparpagliate come in una soffitta, come un riassunto strampalato, fatto di immagini, di gol, di tacchi a spillo, di elezioni, di striscia di gaza, di into the wild, di finestrini appannati, di pagine scritte fitte, di mani troppo spesso dimenticate.
E avremo un secondo in più domani. Lo hanno stabilito senza chiederci il permesso.
E giù retorica sul valore di un secondo.
Che vale davvero un secondo. Non un primo, nè un dessert.
Vale quanto una parola detta piano, senza fretta. Che duri il tempo giusto e che significhi tutto il suo significato, pieno, senza risparmiarsi.
Vi auguro quella parola.
Quella che volete.
Ché si muore un po’ quando qualcosa finisce e gli occhi pieni di lacrime illuminano ancora di più la vista di un sole inatteso.
Io prendo il sole. Lo prendo per mano, lo infilo nei calzettoni. Fin quando ce n’è.
(E.)

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White lies

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Mentire è difficile.
Partendo da questo presupposto e da quello che tenere a mente le cose più improbabili, dovendo quindi fare spazio nella propria mente per conservare informazioni di scarsa necessità, trovo sia un inutile ingombro.
Dopo aver capito questo, anni fa, ho deciso che, oltre che dal punto di vista etico, che in fondo non credo fosse il primo dei miei pensieri, la cosa più comoda è non mentire.
Chi cerca alibi distingue anche i tipi di bugie e la cosa trovo sia ancora più deprimente.
Mentire dolcemente o meno non fa la differenza.
Ennesima ricerca stavolta commissionata da una azienda di bevande alcoliche.
Innanzi tutto mi chiedo come mai una azienda che distribuisca alcolici debba scomodarsi a stilare un elenco delle menzogne più diffuse. Quale possa essere quindi il suo scopo.
Trovare uno slogan che possa infinocchiarli tutti, che sia credibile e bevibile da tutti?
Forse.
Dunque, ricercatori di mercato pagatissimi hanno chiesto agli inglesi che frottole siano soliti raccontare.
Ve ne do un estratto:
“Sono bloccato nel traffico”, “Che messaggio?”, “Non ho campo”, “Certo che ti voglio bene”, “Il nostro server non funzionava”, “Che piacere vederti”, “Stasera lavoro fino a tardi”, “La sveglia non ha suonato”, “Mi è morta la batteria”, “Il treno era in ritardo”, “Ti richiamo io tra un minuto”, “Che buono!”,”Stasera vado in palestra”,”Siamo solo amici”.
Bene.
Premettendo che questi ennesimi soldi buttati allo scopo di scoprire queste verità imponderabili sarebbero potuti servire per ben più alti scopi, ma che le aziende di tutti i tipi sono propense a fare con i loro soldi investimenti di questo tipo anche solo perché se ne parli, io non credo ad una sola parola.
Credo che il contrappasso dell’azienda sia stato la menzogna della società di ricerche ingaggiata.
Hanno scritto frasi a caso e le hanno vendute profumatamente.
Penso che chiunque possa partorire frasi di questo tipo spacciandole per lo scopo che desidera e poi, continuo ad immaginarmi la faccia ipotetica dell’intervistato, inglese, con le efelidi e le aspirazioni del suo accento, e quanta perdita di tempo inutile per costruire una bugia per poi sputtanarla in questo modo, in una intervista, giocandosela davanti ad un perfetto estraneo.
Il mio segreto ce l’ho. E non ho paura di svelarlo, lo trovo inattaccabile.
Io non mento. Per definizione, scelta ed analisi.
Io ometto. Semplicemente.
La difficoltà sta solo negli approcci iniziali. Tocca condurre amabilmente l’interlocutore in una “stanza” nella quale si possa star bene, senza troppe domande.
Parlare senza chiedere. O chiedendo moderatamente.
Le obiezioni a questa teoria le conosco, ne ho analizzate tante.
A domanda precisa? Rispondo.

La carriera politica non fa per me.

(E.)

Published in: on gennaio 15, 2008 at 8:57 pm  Comments (20)  
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