Colza e vento

(foto di Eros Gritti )

Immagini sfocate, tutte insieme, come se fossero giunte da un luogo nascosto della mente e si affannino tutte a volere uscire, ma lo fanno in modo confuso, come dopo una sirena dentro ad un luogo chiuso.
Come se non ci fosse più tempo per fermarsi e necessitassero tutte di prendere aria, di avere respiro, di dissolversi nel mondo, cui appartengono, necessariamente.
Prati di colza, stesi a coprire nudi panorami anonimi. Volti nascosti di donne per strada, con occhi fieri e sereni e nessun silenzio che tu riesca a leggere fra quelle ciglia. Nel fruscio delle vesti, nel rumore delle mie suole, che colpiscono lo stesso marciapiede, alle stesse ore, e spesso incrociano gli stessi occhi. Cui viene quasi naturale sorridere.
Rassicura la vita comune.
Allontana, penso, dalle brutture e spesso confonde da esse, trasformandoci in esseri di passaggio, in attesa giunga un nuovo orizzonte da guardare.
Come se bastasse sperarlo l’orizzonte per farlo arrivare.
E tutte queste immagini eccole danzare, davanti ad una giornata come le altre, una di tante, cui ne seguiranno altre ancora. Ed è sempre vento sotto ai vestiti, sempre vento fra i capelli e sempre vento che accarezza e cancella ciò che non potremo vedere.
Quelle cose che ci siamo persi, per strada, in questo giorno, fuori, a casa, sotto al letto, fra i vasi del balcone.
Tutte quelle che non abbiamo potuto vedere ma ci sono state. Tutte quelle, la colza, il vento, i volti di chi non ci siamo soffermati a guardare, le parole che abbiamo lasciato scorressero via senza afferrarle, i rubinetti che abbiamo lasciato aperti senza curarci che forse portavano via le lacrime che potevamo lasciare non andassero.
Tutto quello che non abbiamo potuto toccare.
Prati di colza sfiorati dal vento.
(E.)

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Published in: on maggio 15, 2010 at 8:07 pm  Comments (1)  
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Eye Eye

photo by superhoop

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Assenza di politica, manovre politiche dovunque.
I giovani crescono con le idee sempre più chiare di cosa sia il mondo privo di politica, ma impregnato di politica laddove essa apparentemente non debba avere spazio.
Esperimenti sociologici le aziende.
Quando dissi questa frase davanti ad un consesso di capi davanti a me in un ristorante lussuoso di Parigi, ci fu un bel silenzio.
Cercavo di arrampicarmi anch’io ai muri del giardino pensile del Costes. Mi sono sentita edera o qualcosa magari di più esotico.
Sentivo le mascelle di qualcuno che si muovevano, cercavo le parole di altri per avvolgermi dentro di esse e non sentire più nulla. Osservata per lunghissimi due o tre secondi di silenzio rotto da cascate d’acqua di vasche inverdite e di scrosci di vino nei bicchieri. Corde di legno come corde di violino intorno alla mia giugulare.
La reazione, dopo quel tempo interminabile, fu un sorriso di chi mi aveva chiesto un parere. E quel silenzio parve cancellato, ma rimase come se l’esperimento sociologico fossi io, da dentro un barattolo di vetro, sotto al coperchio ben avvitato.
E i condor e gli avvoltoi, le iene e gli sciacalli, le oche e i leoni. Più che sociologia credo sia zoologia. Pollice opponibile aggiunto, ma con poca importanza e utilizzato a caso.
E nei giorni che viviamo, quelli più vicini, si consuma il teatro delle marionette dinnanzi ai nostri occhi.
Managers alla ricerca di un secondo di gloria che possa rimanere su qualche e-mail da non stampare per non contribuire al disboscamento globale.
E le lotte, fratricide, di giovani che si affrettano a dare degli incompetenti agli altri. Lotte di sedie levate prima di rendersene conto.
Coccigi immolati al dio sociologo, al dio aziendale senza faccia e senza nome, al dio della gloria effimera.
E come tutti i sacrifici, si consumano i riti sugli altari. Con vittime sacrificali notturne, per salvare il dio diurno che tutto vede e ha il palmare attaccato al naso.
Ed ecco la vittima, silenziosamente lasciata a morire, per salvare qualcun altro.
Quando si manda  a casa una persona per salvarne altre che hanno fallito, è un fallimento multiplo.
E i fallimenti vanno anche valutati in scale, come guardando un termometro.
Le temperature sopportate hanno range precisi. Se si sta fuori di un grado non è drammatico. Invece il cut off è spietato. E chi sta su e poteva evitare, poteva assorbire, poteva giustificare, tace o viene messo a tacere con sottili e non celate manovre di ridimensionamento verbale.
E il carnefice comunica senza comunicare. Avverte senza dichiarare il suo fallimento o quello di qualcun altro.
Che la politica c’entra. Se dichiari fallito pubblicamente un tuo sottoposto ammetti un tuo errore, quantomeno di valutazione, se non peggio. E i principi di responsabilità poi.
E la territorialità e la dignità e il pregiudizio.
E la mano mozzata di qualcuno.
Che punirne uno vorrà dire pure qualcosa, vero?
Che sia di lezione, anche se non lo diciamo. Anche se il suo nome non viene pronunciato.
E tristezza infinita. Comunicato scarno sopra il comunicato. Manager diverso. A dimostrare la superiorità, che altrimenti non si vedrebbe. O che si conosce ma va reiterata in modo chiaro. Anche se chiaro non lo è.
E ti dico cosa fare, tu, piccolo uomo, che sei salvo per miracolo.
E ti dico che sei un incapace senza dirtelo, ma tu lo sai.
E le lotte fra managers diventano guerre sanguinarie. Fatte di ombrelli aperti di protezione e vassoi pronti per servire qualcosa di talmente freddo da dover indossare i guanti per reggerlo.
Solo che non sempre lo spettacolo vale la pena di essere osservato.
Si lasciano cadaveri sul percorso.
E le lenzuola usate per coprirli non sono abbastanza.
 
Ho firmato la petizione per la libertà di stampa.
Come firmerei per esempio molte altre petizioni, se solo servissero a qualcosa.
Ogni tanto firmo qualcosa per dire a me stessa che il mio numero conta.
Ma risponde sempre la legge del taglione.
Lunga vita a Serena Dandini, Presidente.
 
(E.)