L’acqua e la pazienza

Voglio crescere. Fammi crescere i denti davanti.
Voglio andare. Fammi tornare senza essere mai partito, fammi bere senza vuotare il bicchiere, fammi sfamare l’africa delle nostre menzogne.
Fammi laureare i sogni di tutti, correre senza muovere un muscolo.
Vorrei raccogliere il fiore senza lasciarlo morire. Fammi soffiare la vita e non trovarmi in cima alla salita e non sapere se potrò mai tornare giù senza restarci secco.
Voglio l’erba del vicino. Fammi avere la pazienza di aspettare un giorno che anche se non arrivasse mi basterebbe per colmare tutto, per riempire il vuoto e andare senza di te.
Che senza di te, di qualunque te tu sia fatto, anche se nulla cambierebbe, ci sarebbero le stelle, i calendari, le briciole di pane, non potresti sentire questa ballata.
Questo delirio dell’amor perduto che non c’è mai stato.
Questo canto disperato senza disperazione, questo esercizio di equilibrio fra ciò che dovrebbe essere e ciò che mai sarà.
Senza di te.
Ci vuole sete e tempo.
Per bere e avere la pazienza di non pulirsi del tutto.
Che sporchi lo restiamo, tutte le volte che ci laviamo e il tempo ci attraversa.
(E.)

per la musica, qui
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Blue countryside

the photo is mine, the mood as well

the photo is mine, the mood as well

Le parole contano, si appoggiano sulle cose, vestendole e dando loro un nome e un modo per chiamarle. Che da sole le cose tacciono e rischiano di soffrire di depressione. Quando le parole si scambiano poi tutto diventa una danza, fatta di cose evocate che non sempre vengono alla mente. E nascono gli equivoci, nodi di parole fra di loro che colorano a modo loro tutto quanto, come se il colore vero non fosse abbastanza o non si riuscisse a vedere. E mettiamo i filtri. Parliamo di religione sapendo che nascerà uno scontro e cerchiamo di evitarlo a priori, mettendo un colore diverso alle parole usate, lasciandole danzare e colorarsi da sole col colore dell’umore che vogliano. E dopo una lotta impari fra un boa di piume color blu elettrico anche il paesaggio, sfinito dalle piume sul pavimento, si colora. Senza chiedere, soltanto restituendo.

(E.)

Published in: on settembre 28, 2009 at 11:52 am  Comments (8)  
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Piove anche se non voglio saperlo

emmaphotos

foto di emma, che non sono io

Non ci si arrende all’evidenza. Ti dicono che piove e poi piove, ma continui a non credere alle previsioni del tempo. Che gli oroscopi sono più attendibili, tanto non dicono mai niente di nuovo. Mi sono dedicata al bianco e nero. I sogni spesso lo sono, almeno così dicono. Se dovessi adesso pensare ai colori dei sogni non saprei cosa dire. Come di fronte a un milione di altre cose, peraltro. Il tempo trascorre sulle linee della mia fronte, ho una riga che detesto, che non è fissa ancora, ma che compare spesso, al centro della fronte, fra i due occhi, sopra il naso. La trovo e vorrei cancellarla, altre volte le sorrido, come se un vecchio amico fosse tornato a farmi visita. L’umore non puoi prenotarlo. Gli anni nemmeno. Ma tutto il resto sì. Non ditemi che piove, perché non m’interessa, avevo prenotato un lunedì di belle parole, mi hanno consegnato un pacco di caramelle masticate. Per possessori di dentiere nostalgici. Non so quanto abbiano sbagliato. I denti li ho, ma li do per scontati.

(E.)

Published in: on settembre 14, 2009 at 9:43 am  Comments (5)  
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Chiedi alla polvere

Saskatchewan – Felix Constantinople

Saskatchewan – Felix Constantinople

Giornate convulse, fatte di fiato rincorso, di esilio.
Esilio da se stessi.
Giornate di parole arrotolate e di altre sparpagliate a caso. Fatte entrare dalle orecchie o respinte, fatte circolare dentro e fuori senza lasciare traccia o pesate come fossero once di metallo prezioso.
Lingue fuse insieme, pensate da sole. Lasciate su una tastiera inglese, senza accenti, ritrovati sui simboli quando c’è tempo o dimenticati lì senza grossi rimorsi.
Parole di madre, in una casa vuota e enorme, senza mobili, che sgombera i resti di una famiglia che non ha mai avuto. Parole raccontate di fratelli coltelli, limati a dovere e pronti all’attacco, anche con sessant’anni a cranio. Mai domi, infelici e tristi, come gli intellettuali di cui sto finendo il libro.
E penso ai posti dove non sono mai stata. A posti lontani che non ci è concesso di raggiungere, alla Siria e al Medio Oriente tutto, che sento come il mio nocciolo.
All’America che rimane sempre troppo grande. Alle nostre case carbonizzate e a quelle cadute. A quelle in piedi che ci aspettano tutti i giorni, vuote. Con la penombra a combattere il caldo e le pale dimenticate accese al soffitto.
Al tempo che ci spezza. Che ci frantuma e non ci restituisce tutti i pezzi.
Alle persone smarrite, a quelle che vorremmo raggiungere per sfiorare loro il pancione e dire che siamo lì e che non ce ne andremo.
Alle persone che non si vedranno mai più e che all’improvviso ritrovi su un aereo che ti sorridono. A quelle che non saranno mai tutte insieme nello stesso posto.
A tutti i baci sperperati e a quelli dosati. Ai sentimenti spesi e mai restituiti. A quelli rimborsati sul 730 e alle case che non avresti mai voluto vendere, perché lì c’era il tuo essere, il tuo sudore. E alle pareti da ritinteggiare.
Che mettersi a ritinteggiare fa bene.
Pulisce i muri e i pensieri tutti insieme.
E a tutta la polvere intorno.
Quella che divora tutto.
(E.)

Talk to my hand

Ci sono mal di testa differenti.
Potrei classificarli in una lista di allerta.
Parlano anche, alcuni, dicono di scappare via, di mollare tutto.
Altri accompagnano come fedeli levrieri, accoccolati prima dell’ora di caccia.
Quello di oggi parla lingue strane, rammenta quanto tempo a disposizione prima del tracollo. E posso intuirlo, non avverto tutte le parole, ma sento che il tempo a disposizione sta per terminare.
Mi dice: talk to my hand, because my face, you are talking with, doesn’t understand.
Con una bella mano davanti, a negare ogni altra offesa.
 
La frase viene spesso ripetuta qui, fra queste mura, entro le quali mi agito tutti i giorni. E agito non è un verbo messo a caso.
Quando si ricevono pesanti attacchi immotivati e il sarcasmo prende il sopravvento.
Almeno rimane quello.
Almeno c’è quello.
E quindi talk to my hand.
(E.)
Published in: on maggio 11, 2009 at 5:39 pm  Comments (4)  
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Chercher à noyer le poisson

Maker: Eadweard J. Muybridge (1830-1904) Title: Jumping; running straight high jump – Date: ca. 1884 – 1887 – George Eastman House Collection

La cosa che mi ha sempre affascinato, a parte la lingua in sé e il suo attraversare i tempi, le tempeste, le carestie, le influenze, le conquiste e le disfatte, sono certi modi di dire, unici.

E ci sono certi scenari deliziosi su cui far muovere i nostri personaggi, come maschere di teatro, maschere di gesso, tragiche e grottesche.

Fare cedere una persona, snervandola. Tramortirla, sino a farle dimenticare il motivo del contendere.

Sono un po’ così anch’io, ma sorrido al solo pensiero di essermi messa così sul bancone del pesce. Nuda.

Ma ci sono mercati e mercati e taluni pescivendoli sui moli delle nostre isole siciliane per esempio, come delle isolette greche poco affollate di turisti, hanno il loro fascino e la loro poesia rugosa, nascosta sotto strati di sale e di vento scolpiti sugli zigomi.

Ma l’espressione, noyer le poisson, evoca i tempi moderni e le corse di chiacchiere verso il nulla, non tanto l’abilità del pescatore di fare cedere il pesce che ha già abboccato dal proseguire a muoversi vorticosamente, lasciandolo in una pozzetta d’acqua, in poco spazio da fargli perdere le forze. Da l’epuiser, direbbero i francesi.

Alludo alle chiacchiere distraenti, alle tecniche di marketing del distrai il cliente per fregarlo meglio. A certe caricature di ammaliatori di serpenti, di casanova da quattro soldi, di parroci di campagna in delirio di onnipotenza.

Alludo a questo mondo che rotola giù senza mister muscolo, in un ingorgo di inutili chiacchiere che viene voglia di spegnerlo e di dormire.

Eppure il sonno tarda ad arrivare.

(E.)

Published in: on maggio 5, 2009 at 10:29 am  Comments (3)  
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There’s nothing at home

Una cosa non fatta o fatta troppo tardi non c’è nessun esercito di parole che possa sperare di contenerla.

Ci sono eserciti inutili, in tutte le nostre stanze.
E parole che potremmo tenere per noi.
Ci sono sogni che dicono bugie, che raccontano di altre ferite, sottopelle, di sottili rotture e di cambiamenti.
Ci sono giornate di sole improvvise.
E controlli del tempo che servono solo a darci una verità, una qualunque come di carte da gioco sparpagliate.
Ci sono eserciti di armi sguainate che feriscono chi li manda.
E tornare a cena pare un miracolo.

(E.)

Published in: on aprile 30, 2009 at 11:33 am  Comments (9)  
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Gentile Cliente

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Carte fedeltà, profumerie, supermercati. Le nostre tasche, i portafogli ci dicono chi siamo. Noi spesso ce lo dimentichiamo o quando sentiamo qualcuno che ce lo dice è uno schiaffo e proviamo a difenderci.
Tempus fugit. Ma guarisce, pare, per me è sempre stato così, almeno.
Ferite grandi e piccole.
Quelle grandi le lascia sanguinare in pace, le lascia comporsi da sole, faranno male un po’ ma prima o poi diventerà un tutt’uno con il respirare, il muovere le palpebre, sarà il prezzo da pagare, uno degli acciacchi della vecchiaia.
Quelle piccole le rimargina come meglio possa fare, alcune sono bastardissime, i tagli fatti con la carta per esempio, stanno lì per settimane a ricordarti che ogni giorno è come una pesca miracolosa e i pesci non vengono a galla, tocca cercarli e ci si punge, ci si lacera.
Ma vuoi mettere l’attesa della guarigione?
Il tempo vissuto annusando l’aria con il naso libero?
Vuoi mettere quando tutto questo passerà e ci ricorderemo solo degli anni nel mezzo, sbiaditi, come carta di giornale ad incartare le palle di natale da mettere in soffitta.
Solo la visione della nuova vita davanti, dietro le nuvole e dietro le veneziane blu di questi cubi che ci ingoiano tutti i giorni, ci basta. Ce la facciamo bastare.
E la sera, guardiamo le stesse piastrelle della stessa cucina, in venti minuti di ipnosi fra il prima e il dopo, che sono sempre gli stessi.
E in quei venti minuti ci accorgiamo d’esserci persi.
In mezzo ai piatti sporchi sul tavolo e al tempo che abbiamo lasciato ci portassero via.
Per comodità, per abitudine, per codardia, per stupidità.

Inserire il codice per perfezionare l’acquisto.
Il tempo va via come il pane.

(E.)

(la foto e` di Rosa Pomar, un distributore farlocco a Lisbona)

Published in: on gennaio 23, 2009 at 11:14 am  Comments (9)  
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Set us free

Vicini al capodanno cinese.
Sti cinesi ne sanno una più del diavolo, ma questo è un altro discorso.
Con Obama insediato e un fiume di cappottini senape a popolare i nostri incubi notturni.
Col cuore colmo di speranza, bianco che più bianco non si può, anzi con cenere attiva. Perdonate i rigurgiti da massaia.
In attesa. Ché l’attesa è sempre la cosa che ci viene meglio.
Ché poi ci perdiamo in un bicchiere d’acqua quando siamo al dunque.
Non ci regge il cuore, ecco.
E torniamo piccoli, ai tempi delle letterine di natale, desideriamo la pace nel mondo, i pozzi colmi d’acqua in africa, la corrente elettrica, i fiori nei cannoni, i razzi come sinonimo di petardi, solo per i fuochi d’artificio, lontani dalle case, eh.
E da antiamericani diventiamo tutti americani, come fossimo stati fulminati.
Attesa e speranza. We can.
E pare il purgatorio, fra wall street che non ci crede e aretha franklin che pare un pacco regalo.

“Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe”.
(Purgat., Canto I)

.. e se conoscessero rino gaetano in america, avrei volentieri consigliato ahi maria.
Chi mi manca sei tu.

(E.)

Published in: on gennaio 21, 2009 at 11:14 am  Comments (12)  
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Il resto di niente

Copertina di un libro satirico del vignettista francese Siné  che pubblica sul giornale “Charlie Hebdo” – Mercoledì il vignettista, dopo aver pubblicato la settimana scorsa una vignetta ritraente il figlio del Premier francese, nella quale si alludeva ad una sua presunta conversione alla religione ebraica, lasciando intendere che la cosa potesse essere sintomo di prestigio sociale acquisito, è stato censurato, accusato di antisemitismo e costretto a lasciare il giornale.

 

Venerdì di parole.
Le parole che non si esprimono, quelle che si scrivono, quelle di cui non ci si deve fidare.
Le parole satiriche, quelle che sono sassi, quelle che servono e quelle inutili.
Le parole di chi esagera e non si rende conto, le parole a sproposito, quelle dette per fare colpo.
Le parole di scusa, quelle di esaltazione, le parole che puzzano di propaganda, quelle che profumano di promesse mantenute e sembrano cirri rari in un cielo di cornacchie.
Le parole che parlano da sole, quelle che hanno bisogno dei sottotitoli, le parole scritte e quelle lanciate al vento.
Le parole che se non le dici ti penti e quelle che ti penti di aver detto.
Le parole di carta e quelle di piombo, le parole di luce e quelle di buio pesto, le parole colorate e quelle in bianco e nero come i sogni, le parole che bruciano come incendi estivi, dolose e incuranti, quelle che rinfrescano come piogge miracolose, dopo mesi di siccità.
Le parole che curano, quelle che ammalano.

Liberarsi dal contingente e fuggire dal resto. Non prenderlo.
Lasciare le monetine sul tavolo.
(E.)

Published in: on luglio 18, 2008 at 10:01 am  Comments (19)  
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