El viaje

photo by byfer

Smettere. Si smette prima o poi.
Di fare dire baciare. Si decide, o nemmeno, e si smette.
Certe volte bisognerebbe farlo.
Come per convincersi che, dopo, il prima e il poi diventino del tutto diversi.
Bisognerebbe, anche se questo non avvenisse.
Svegliarsi e smettere, così, senza preavviso.
Di respirare, di sorridere, di camminare.
E fermarsi. Che smettere è difficile, ma fermarsi pare ancora peggio.
Lasciare tutto com’è e ridursi a parte del mondo statico.
Che pare ormai nessuna stasi sia ammissibile.
E mi ritrovo a guardare l’ombra di una foglia tremante, rimasta sola su un ramo.
Pronta anche lei a partire per il suo viaggio.
Smettere quindi.
E partire.
(E.)
Published in: on gennaio 22, 2010 at 12:01 pm  Comments (19)  
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Breakfast in America

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

Indignazione silenziosa, di quelle impotenti, da hula hoop sul tiggì e da chi frega è più fico. Pagare per poter vivere. Come una scommessa. Chi offre di più. Dignità uno, dignità due, dignità tre. Aggiudicato. Un russo ci verrà a comprare. Un cinese ci farà le scarpe su misura, di cartone. Un giornalista chiedera` milioni per dire idiozie. Mentre centinaia di migliaia vorrebbero mille euro di salvezza. Per non scivolare. Andarsene potrebbe sembrare una sconfitta. Ma è la vera sfida forse. Via dalle logiche europee, dice Magalie. Lei che se ne è andata in Thailandia, senza certezze, solo sapendo che non sopportava più la vecchia Europa bofonchiona. E sabato ha i cartoni pronti per spostarsi ancora. A sud ovest, a Hua Hin, bord de mer, dice lei, che viene da Argences e lì ci torna solo quando ha nostalgia della matelote o del calvados. Che basterebbe solo avere il coraggio di perdere le abitudini e tornare a rischiare. Basterebbe per alzarsi una mattina e decidere che breakfast in america non è solo una canzone, ma anche un possibile piano per la giornata.

(E.)

Published in: on ottobre 23, 2009 at 9:42 am  Comments (13)  
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Life is short

photo by making coffee - porto - casa da musica
photo by making coffee – porto – casa da musica

A parte gli scongiuri, che ognuno fa o non fa, omofobi o meno, belli o brutti, intelligenti o bassi, ci sono notti che non vogliono decollare, come certe feste quando eravamo piccoli, in cui c’era tutto, c’erano tutti, musica e persone, salatini e mamme lontane e nessuno riusciva a far partire il motore. Notti di pensieri accavallati e di stati parainfluenzali e di parole ascoltate o su cui si è scivolati durante il giorno che si ripropongono come peperonate fuori stagione. Notti di coperte che paiono macigni e di viaggi inventati con parole fra il sonno e la veglia che paiono vere, che te le ricordi anche ad occhi aperti diverse ore dopo. Che ti appunti alla mente cose che invece perderai inesorabili. La verità è che i buoni libri non li scrivono più e che le compagne delle serate sono cornacchie che parlano da dietro gli schermi senza pudore alcuno. Quando il mondo gira per conto suo e non c’è verso di afferrarlo da un lembo della veste. Un mondo in cui tutto sembra possibile, vincere un premio nobel compreso. Il tempo che non esiste, poi, annulla del tutto la corsa forsennata di una vita che pur breve e unica che sia pare contare meno di una testa di un minerva. Nei giorni che si susseguono, che paiono sempre diversi ad una mente che cancella le cose vicine in modo inesorabile, può accadere tutto, di conoscere un barbagianni o di perdere completamente la testa per un paio di scarpe. E dal giorno in cui ti dicono che sei brava, al giorno in cui ti chiedono se hai fatto le scarpe a qualcuno, passa un soffio di vento. E potresti capire che hai sbagliato tutto quando hai deciso di non rischiare ancora e ti sei seduta sul letto del fachiro solo per un momento. Realizzare che se avessi preso sul serio quell’occhio fotografico o queste parole sgrangherate che avrebbero potuto fare la differenza, non del tuo conto in banca però, allora forse saresti più felice. Che felice è un aggettivo bastardo, perché si sa che è bugiardo e descrive un istante solo. E poi niente più. Mi resta la passione. Che anche se la vita dura il tempo di centrifugare due carote, forse restano piccole grandi soddisfazioni. Quelle di leggere i libri a scrocco nelle librerie, quelle di guardare il soffitto e di immaginare cose fantasmagoriche anche quando non ci sono, quelle di uscire al mattino dopo una notte insonne e pensare che anche se ti spremessero come un limone troverebbero sempre un sorriso da qualche parte. E che se parti, c’è sempre un luogo d’arrivo, anche se di passaggio.

(E.)

In tasca

bag to the future
bag to the future – detroit airport – photo by samirdiwan
Ho scoperto un mondo collegato a Detroit, e quindi ne riparlo, come quando si ripassa in un luogo che ci è piaciuto. Uno di quei caffè da giornale fresco da aprire al mattino, uno di quei luoghi dove ci piace andare per sentirsi meglio, che piacciono solo a noi e non ne conosciamo il motivo.
Il mondo di Detroit, dicevo. Si tratta di un mondo di fotografi che la amano, come fosse una sorta di musa strana, di quelle da scoprire e da interpretare, da spogliare e rivestire, che le belle donne nude piacciono di meno.
La verità è che sono invidiosa. Invidiosa di chi parte senza motivo. Con una macchina fotografica e poco altro. La pasta del capitano nel borsone e un paio di magliette pulite.
Partivo così parecchio tempo fa.
Qualunque tempo facesse. Nessuno scoraggiamento.
Avevo i capelli lunghi, vivevano una vita propria, maestosa.
Gli occhi erano sempre vivi e le gambe forti, sempre con gli scarponi, come se avessi paura di volare via senza.
E i viaggi erano il senso di tutto.
I momenti in cui tutto il resto trovava una ragione.
Avrei voluto lasciare tutto. Prendere il coraggio e lanciarlo via oltre frontiera.
E invece oggi cerco ragioni per inventarmi un viaggio nuovo, che non sia di lavoro o di famiglia.
E sto cercando una fotografia che mi dica dove, come se adesso una ragione sia necessario averla prima.
Che la responsabilità la misuriamo in ragioni e in scale di priorità.
Come se desiderare non bastasse.
Non è mai bastato. Avremmo fatto più sciocchezze di quante ne abbiamo fatte se fosse bastato.
Un po’ di incoscienza, questa era la mia musa.
Oggi è in tasca.
(E.)
Published in: on ottobre 9, 2009 at 10:55 am  Comments (9)  
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Nel sogno andavi di fretta

photo by making coffee

photo by making coffee

Le cose stanno così. Chi mi ama mi sogna che corro.

E la cosa in tempi di vacche magre e di giocati i numeri al lotto potrebbe assumere tante connotazioni. Sulle quali farò finta di niente. Come è del tutto normale fare per sentirsi terribilmente alla moda.

Questo spazio è nato da una mia idea; sono sempre stata una col pallino della scrittura, pur non avendone il sufficiente talento, il tempo, la fortuna e altre decine di doti delle quali sono altrettanto sprovvista.

Proposi l’idea balzana alla donna migliore che conosca, che ho la fortuna di conoscere da oltre trent’anni, quindi da quando entrambe avevamo lasciato da poco il pannolino.

E l’esperimento partì.

Durò poco la cosa a quattro mani, del resto due donne, anche se si amano alla follia, restano donne, competitive e anche, soprattutto la sottoscritta, rompiscatole.

In realtà la mia compagna di viaggio, la spagnola del duo, in questi anni ha cambiato la sua vita, specialmente dal 10 agosto in avanti.

Insomma ci sentiamo meno, ma ci amiamo lo stesso. A modo nostro, come abbiamo sempre fatto.

Sin dai tempi in cui le passavo i mandarini sotto il banco. Sin da quando la ricordo con la parrucca da damina e il neo disegnato con il kajal.

Il tempo di dirsi le cose è rimasto fermo ad aspettare un bus, ci restano pochi scampoli di righe e una chiamata sporadica in cui alla fine ti rendi conto che volevi dire altre cose e che non hai avuto il tempo di dirle.

E allora abbiamo deciso di incontrarci nei sogni. Per parlare.

Era inverno e ti incontravo sotto i portici di Via Ugo Bassi, a Bologna, quelli che incrociano via Indipendenza. La gente creava confusione e io che ti intravedevo cercavo di attirare la tua attenzione per salutarti correndoti un po’ dietro. Io avevo avuto un incidente in Via Rizzoli dovuto a una nebbia tremenda, così fitta da non lascire intravedere nulla. Riuscii a sentire solo l’impatto dell’incidente. Io in bici, con una moto di due giovani ragazzi un po’ ubriachi. Poi proseguo e cerco di beccarti, ma tu viaggiavi con delle cuffiette e a piede sospinto per cui se non mi avvicinavo davvero non mi avresti né vista né sentita. Ti sentivo che non stavi bene, che avevi molto da fare e da pensare e che tiravi avanti col freddo della cittá. Indossavi un enorme cappotto nero, un po’ old fashioned. Ecco ti ho sognata e mi è rimasta la voglia di parlarti visto che nel sonno andavi di fretta e il pianto di Mat ha interrotto il sogno.

E per una volta quindi che ci incontriamo, a Bologna, lontane da tutto, quasi tornate indietro nel tempo, senza fretta, senza bisogno di prendere un aereo, io vado di fretta e ho le cuffiette.

E mi sono detta che la cosa sarebbe potuta benissimo accadere stamattina. Che di fretta ci vado sempre, che rubo il tempo e che prima o poi verrò condannata.

Anche se l’applicazione della legge non è uguale per tutti, almeno così dicono.

(E.)

Scrivilo sui muri

photo by Luis de Diego

photo by Luis de Diego

Ho messo una scarpa dietro l’altra. In sequenza, senza pensare fossero le mie.
Ho preso la vita di un altro e l’ho messa addosso come si fa per una camicia.
Era fresca, sapeva di bucato ben steso, all’aria vera, non come fanno in molti qui che stendono dentro i bagni e i panni sanno di aria ammuffita e i bagni di bucato.
Ho creduto di poter parlare in una lingua che non conosco, perché mi sentivo un altro, semplicemente.
Un uomo o una donna non conta.
Un altro. In un altro posto.
Con i vestiti messi alla rinfusa, i colori anche.
Che ogni tanto si vorrebbe fare una follia.
Uscire col sole, prendere dei fiori e del pane, passeggiare. Senza fretta.
Passeggiare senza che le scarpe nuove stringano.
Senza che faccia troppo caldo o troppo freddo.
In un tempo mite e d’autunno.
Con le foglie pronte a cadere quando sei fermo a guardarle.
Un tempo Berlino.
Con un libro e una panchina, un caffè distratto e una mappa.
La vita di un altro restando noi.
Che quando andiamo via ci pare sempre che a nessuno importi se torniamo.
(E.)

Mar adentro

foto di Une petite touche française

Ci sono mattine di vento, immaginate, mattine in cui qualunque tempo sia il tempo dentro è impetuoso, arriva piano nelle orecchie e soffia fra i vestiti.

Rammenta il mare e il silenzio, le urla della natura che ti accoglie in sé senza chiederti nient’altro che semplice, completo abbandono.

Questa mattina il risveglio è stato dolce, come se tornasse la vita a bussare dopo troppe porte lasciate chiuse per non farla entrare, perché il tempo non c’é mai.

Pensieri spettinati, come spettinati si dovrebbe stare di fronte a se stessi, che quando ci si mette a posto si diventa qualcun altro.

(E.)

Published in: on settembre 22, 2009 at 8:54 am  Comments (8)  
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Wait for me

photo by pianococtail, for the music please put cheers darlin' of damien rice

Piano americano, piano medio. Interno sala d’attesa, Paris, CDG. Leggo con le dita leggere sulla copertina, leggo ascoltando musica, che non so quando sia iniziata; bello avere due cuffie che mandano ciò che a loro pare, senza chiedere il permesso. Annullare l’attesa, anche se l’attesa è tutto ciò che più di bello possa esserci prima dell’estasi. E se l’estasi non venisse? Se questo ingannare il tempo fosse solo inganno e niente altro? Se tutto il mondo ruotasse solo intorno a questa sala a questo sogno trasposto in questa attesa, su queste ruote, con questo libro? La musica sussurra nelle mie orecchie, come una carezza. Continuo a sognare cose strane, come se vivessi solo nei sogni ultimamente. E partissi nei sogni. E tornassi meno. Partire a vela e non restare. E attese lunghissime, di contorni disegnati, di colori diluiti. Attese di caffè rinunciati e di camicie non stirate. Attese di oboe. Di preludio.

(E.)

Published in: on settembre 7, 2009 at 9:42 am  Comments (3)  
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Lost and found

meet us in lisboa - photo by memo vasquez

meet us in lisboa - photo by memo vasquez

A volte la strada è ipnotizzante.
Anche se e` la stessa tutti i giorni, vederla scorrere con una luce nuova o semplicemente com’è, pare un miracolo.
Pare qualcosa di meraviglioso.
Scorre anche lei, come se tutto il resto corra per lei e le dia fiato.
 
Ci sono strade che si vedono nelle immagini degli altri, strade di città, stradine che non hai mai visto, che si diramano magari da quelle che si fanno tutti i giorni.
Ci sono persone che le occupano, oggetti inanimati che si animano, storie che portano con loro, storie che raccontano senza dirle.
 
Certe mattine scorro nella strada, mi accorgo che ultimamente scorro parecchio.
Come se necessitassi di mutare pelle o di prendere il largo e lasciare la foce.
Ma vedere passare davanti le cose e lasciarle andare è quasi terapeutico.
Dicono che rimanere attaccati alle cose, afferrarle, sia un po’ come iniziare a perderle.
 
(E.)
Published in: on settembre 4, 2009 at 8:10 am  Comments (8)  
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The mexican

cartier bresson

cartier bresson

Ferma sotto una tettoia di bamboo, ferma a cercare un paio di storie su cui soffermarmi, distratta dalle parole in bergamasco che ascolto, mentre il mare davanti mi ricorda che non sono in lombardia. Apro questa pagina dai giorni passati, come se fosse ancora viva, colori ancora chiari negli occhi, vividi, come li avessi qui davanti. Tavoli di plastica bianchi, sassolini sui piedi, un cappello da messicano su una parete del capanno, due celle frigo con disegni di gelati sopra, si scorge dentro un bancone, unto e silenzioso. Ferma lì, con in bocca ancora il sapore di caffè e negli occhi le onde davanti, raccolgo i pensieri, convinta che mi ricorderò tutto questo per poterlo scrivere. Che ricorderò il volto abbronzato e spavaldo del finto milanese che racconta le barzellette o del silenzioso nell’angolo che legge le notizie sportive. Convinta che questo sarebbe il posto migliore per scrivere, come un buen retiro, se questo capanno fosse mio d’inverno e se potessi metterci dentro qualcosa che me lo rendesse casa. Gli agavi intorno, i ciottoli, i fichi d’india, piccini, ripiantati dopo la mareggiata devastante dello scorso inverno. Un colore rossastro assieme al verde al grigio e all’azzurro. Un colore spietato con altri indulgenti. Come la vita. Che sorprende e scuote, riportando in bocca i sapori dell’adolescenza e poi schiaffeggia con la costanza di un pendolo e la crudeltà di una tempesta. Guardo il mare di fronte, in basso, riesco quasi a vedere il fondo sotto il pelo dell’acqua. Potrei farti venire a vivere qui, se ne avessimo il coraggio.

(E.)

p.s. il luogo raccontato esiste e tutti gli anni non posso non andarlo a trovare.