Life dangles your dreams in front of you

photo by BNCTONY

I calci in faccia servono.
Tocca saperli prendere, reagire quando concesso, ma soprattutto saperli incassare.
Ingoiare il dolore che viene e pensare che i barbari veri non li riconosci.
Sto leggendo un libro, un libro da compagnia, di quelli che ti illudono che il tempo ci sia, sei solo tu a non vederlo, perché si nasconde bene.
Leggo di barbari, in un tempo di barbari.
Paesaggi infreddoliti, relazioni accennate ed appannate, nascoste da silenzi interminabili e da pensieri quotidiani.
Mi sembra sempre di leggere non per caso i libri o forse mi accuccio in loro cercando parole che aprano porte.
E paesaggi, ancora, luci fioche e tempo smarrito.
Dondola la vita e i sogni. Dondolano senza un ritmo preciso, fra dita che si muovono e sorrisi che non sanno di verità ma di abitudine.
Dondola, e come con i bambini che non prendono sonno, serve a ipnotizzare.
Come se per affrontarla serva un po’ di oblio.
O è soltanto un periodo sbagliato e il mondo ha messo una benda sugli occhi per non vedere dove le rapide lo stanno portando.
Dondola.
Che.
Quasi quasi.
Mi addormento.
(E.)

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Published in: on marzo 3, 2010 at 10:59 am  Comments (16)  
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Paris, dimanche

the photo is mine

Un tramonto come un altro. Tinto di arancio in fondo. Il vento sparpaglia le cose senza senso. Capelli, emicranie, foglie dimenticate, colori, belle ragazze, fontane intirizzite dal freddo, una musica sottile che accompagna la vista delle case sotto ad un cielo che ha ospitato il sole e sa che può farlo ancora. Il cielo di una domenica da cartolina, di lunghe passeggiate come se il tempo avesse smesso di passare e fosse rimasto lì ad osservare. Cercare una meta al di là del Ponte George V, dietro ad alberi nudi e di bandiere stese a sventolare, in un tripudio di rumori a ricordare che anche se tutto corre lì sotto qui c’e` qualcuno che sa aspettare. E persone e volti e ancora strada, di tassisti con l’auricolare, di giacconi pesanti e di bistrots sempre troppo pieni. Di odori mescolati, di africa e di occidente. Arrivare a Chatelet e non sapere il proprio nome, ricordare flebile che la mente tutto può e non è ancora il tramonto, c’è ancora tanto da vivere. Torno a casa. Un po’ più sola e fredda, con le tasche vuote e le dita che stringono un trolley azzurro, confusa dalla fretta e dal rumore. In un cerchio immaginario, con il freddo fuori e il caldo dentro, con il passato recente negli occhi e la voglia di chiuderli per non perdere nulla. Come si fa con le scatole che conservano i nostri ricordi.

(E.)

Published in: on gennaio 18, 2010 at 3:22 pm  Comments (16)  
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