It’s not my cup of tea

Questo mondo tarda ad arrivare, me lo avevano promesso dopo una serie di peripezie.
Che ci sono state puntualmente.
Ma lui non arriva.
Credo di non essere il suo tipo, credo sia inutile mettersi all’ascolto, annusare profondamente i giorni sino alla loro fine.
Non verrà.
Il mondo adulto, quello che pareva facile da ragazzi, quello di cose sicure, salde e di puntelli lungo le rocce.
Un mondo di montagna sonnecchiosa, un mondo di stabile placido passeggiare con scarpe che non facciano male, con piedi fermi.
E invece piove, ho una bustina di nel cassetto e dovrei dimenticarmi di quello che c’è intorno e delle attese e delle inutili giornate.
Immergersi come bustina in un qualunque brodo.
Guardare fuori e dimenticare il mio nome o solo confonderlo con le note della vita intorno che va ininterrotta, noncurante, strafottente.
Note che suonano nel rumore della pioggia che cade.
Che la mattina pare troppo presto e la sera non c’è mai tempo.
Tempo di avere tempo.
Un mondo qualunque ma non questo.
Non quello che rincorre senza sapere dove andare, che si perde in un rumore assordante di parole messe a caso che si assorbono senza davvero chiedersene il senso, il modo, lo scopo, l’arrivo.
Che non è vero che c’è sempre un arrivo dopo una partenza.
Che le partenze sono solo tazze di , brodaglia d’illusione esotica.
Non arriverà.
Non c’è verso di aspettarlo alla fermata.
Tutti i giorni, di cui ho perso il conto.
Che dicono maggio, ma possono essere anche ottobre o chiamarsi alfredo.
Perché i giorni dovremmo chiamarli per nome e non lasciarli marcire in attesa.
Prendo un tè.
(E.)
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A ognuno la sua rivoluzione

“Nelle epoche rivoluzionarie, coloro che si attribuiscono con un così strano orgoglio, il facile merito di aver sviluppato nei loro contemporanei lo slancio delle passioni anarchiche, non si accorgono che il loro deplorevole trionfo apparente è dovuto soprattutto a una inclinazione spontanea, determinata dal complesso della relativa situazione sociale” (Auguste Comte, Corso di filosofia positiva)

Il relativismo delle nostre percezioni, ci fa sembrare ogni piccola conquista come un meraviglioso traguardo, ci fa sentire pionieri e fieri.

Nel deserto delle emozioni, nella mercificazione dell’immagine come fosse unico strumento per dimostrare la propria esistenza, nella assoluta massificazione dell’individualismo spacciato per community, nel sotterramento delle piccole grandi conquiste sessuali, culturali, sociali fatte passo passo nei decenni passati, dopo la grande depressione per l’essersi scoperti soli nel collettivo e dopo la trasformazione di questa solitudine in una moltitudine di parole senza volto, senza paternità e senza attributi, il senso della rivoluzione muta.

La rivoluzione diventa sottolineare la libertà. Sessuale, culturale, ideologica. Evidenziare col pennarello, per poi dimenticarsene nell’essenza. Come se la parola bastasse a ripulire tutto.

Coscienze e significati.

Dopo il clima intellettuale di masochismo e depressione degli anni ottanta, reduci dagli anni settanta di stregoneria e di superstizione, dopo l’euforico edonismo di cancellazione, dopo un ventennio di silenzi di messe in piega e di estetico annullamento della propria identità, conosciamo il torpore della rivoluzione.

Delle rivoluzioni che hanno creato a tavolino come fossero sempre state così.

Confezionate con una bella scatola ammiccante, nello scaffale del supermercato sotto casa.

Liberi di farci tristemente gli affari nostri, di fare la rivoluzione sessuale a patto che mio figlio non baci il compagno di basket.

Nemmeno la violenza, l’illegalità, il malcostume ci indignano.

La rivoluzione cibernetica ci fa firmare una petizione per dare banane fresche alle scimmie del Madagascar.

(E.)

Ordinary people

caracol - snail - photo by pedro pacheco

Propositi di inizi che tardano ad arrivare, trascinati su strade che non vogliamo più percorrere, ci piacerebbe prenderne una diversa una volta e vedere dove ti porta. Accontentarsi. Che pare un miracolo quasi, che significa che già qualcosa si ha e allora non si può chiedere oltre. Decadenza intellettuale. Decadenza. Come prescrizione, come perdita, come allontamento. Gli uomini invecchiano, si deteriorano, terminano. E quindi basterebbe riuscire a distinguere l’essenziale dal superfluo per smettere di perdere tempo con inutilità e prendere tutto il tempo che abbiamo e farne qualcosa di buono. Che il tempo non lo acciuffo nemmeno se corro da forsennata. Che se tutte le mattine trovo lo stesso sguardo allo specchio forse dovrei far qualcosa per cambiarlo. Cambiare punto di vista, liberare qualche scaffale, fare una cernita dei vestiti e tuffare tutto come un biscotto da thè nel tempo che rimane. Fare spazio per il tempo che rimane. E camminare apparentemente come gente ordinaria senza il tempo che soffia intorno.

(E.)

My season’s greetings

photo by kharied

Ci sono momenti in cui ci si sente quasi nauseati dal Natale. Momenti in cui si vorrebbe saltare tutto e trovarsi già oltre. E sono solo momenti, che passano in un fiato. Ci sono nuove frontiere, dimenticate le vecchie, come se fossero state raggiunte. Ci sono vecchie manie. Che non passeranno mai, come la mia per dissacrare, quando possibile. Ma in momenti come quelli, in cui ci si stringe di più e si cerca di fare i più buoni, incrociando sorrisi fasulli che vanno scremati, che lavoraccio, dai sorrisi veri, provenienti dalle viscere delle nostre intime debolezze, mi sento di fermarmi a guardare fuori. Che a guardarsi dentro spesso si trova solo una vecchia cloaca e fuori semmai si incrocia qualche strana linda toilette. Consolarsi a Natale. O quasi.

(E.)

Non considero il ritorno. O non sarei partito mai.

VW - photo by Jangel19

Mi ricordo di una casa in campagna. Una campagna a due passi dal mare, come solo una natura rocciosa può permettere.
Un giardino part time con cani e un frutteto. Credo con aranci ma anche ulivi d’argento svettanti.
Ricordo vasco in sottofondo che non mi piaceva già allora.
Cantava liberi liberi e a me pareva fosse una bugia.
Vedevo natura mescolata, di persone cose e di solitudine chiassosa. Di capelli raccolti da bambina e di scarpe inzaccherate, di fango e frutta.
Ricordo una campagna calda e lacrime da moto da enduro.
Troppo presto a girare intorno, senza quattordici anni addosso.
Calzettoni arrotolati in basso e la voce di mio padre. Che faceva tremare gli alberi.
Part time  anche lei. Ma quanto bastava per farsela addosso.
Ricordo pomeriggi di sollievo nascosta nell’incavo di un tronco a sognare sorrisi sconfinati.
A pensare che nulla sarebbe durato per sempre.
Aspettando la fine illesa.
Ricordo i ritorni. Ho sempre considerato il ritorno.
Come una cura, come una  casa che avrei avuto e  che mi avrebbe accolta senza chiedere nulla.
Che il bello dell’amore è questo. Che non  dovrebbe chiedere nulla.
(E.)
Published in: on novembre 26, 2009 at 1:07 pm  Comments (14)  
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