You never really learn to swear until you learn to drive

photo by Alejandro Groenewold

photo by Alejandro Groenewold

Albe che si assomigliano, tutte di buonumore.
Che non importa chi passa, importa che la strada possa ricordarti che ci sei.
Un passo dietro l’altro, non di corsa, che per correre c’è sempre tempo.
Non si perdono le cattive abitudini.
Fermarsi a guardare. Se stessi in una vetrina che non sembriamo noi.
Così, catapultati nel mondo un’altra volta, un altro giorno.
Non ho la patente.
Giurare non è necessario. Lo diventa quando menti abitualmente.
Quindi piedi e occhi puliti.
E un sorriso.
(E.)

Sweating inside

la foto è mia, il titolo di un amico

la foto è mia, il titolo di un amico

Scorre il mondo, scorre fra queste mani colorate dal sole. Scorre e non riesco ad afferrarlo. Lo inseguo sugli scaffali di una libreria, lo vedo camminare di fianco a me quando alzo gli occhi e vedo una bicicletta su un balcone e persiane verdi abbassate a proteggersi dalla calura. Lascia le cose a raccontarlo e mi lascia i suoi segni da raccogliere per trovarne il senso. E dalla finestra, quando cala la sera, mentre le fronde degli alberi si muovono quasi in danza, lo cerco fra le cose intorno e annuso il suo profumo. Di bucato fresco, di fumo inspirato in pace, di vino agrumato e di solletico di narici. Lo immagino quel mondo. Dipinto su occhi sconosciuti e su mani che si formeranno, su opere d’ingegno che utilizzerò, su pareti di edifici, su labbra silenziose. Un mondo di cose che non saranno, forse, di cose che potrebbero essere, di sogni fermi ad aspettare, di desideri muti e di porte rimaste chiuse, che a volte si aprono, quando non sanno che non le apriresti mai. E lo lascio scorrere, perché, non sapendo, scorra anche dentro di me. E mi lasci scorrere con lui. Voce e parole. E mani e piedi. E corpo e pensiero. (E.)

Published in: on agosto 29, 2009 at 10:23 pm  Comments (7)  
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Sbronze

sotto le porte di Patrick Smith, Walking in the rain – Grace Jones

Mi sono ubriacata di Michael Jackson. Mi sono ubriacata di cose inutili, di iniezioni inconsapevoli. Mi sono chiesta perché niente è cambiato da quando ero piccina. Ho sentito dire che gli anni ottanta sono stati gli anni più trasgressivi, quelli in cui tutte le devianze sono uscite allo scoperto. Mi sono chiesta come mai questa ignoranza venga iniettata a così alte dosi e quali siano gli altri effetti collaterali. Oltre agli effetti desiderati. Ho bevuto sorsi di Socrate per controbilanciare. Ho sorseggiato una cedrata per stemperare tutto quell’alcool. E ho aggiunto due gocce di Wilde, così per non smettere del tutto. Ho pianto sulle tombe della cultura, dell’arte e della scienza, ormai rimaste senza fiori.

(E.)

(penso ai morti senza folla di sotto a piangere, i morti di teheran)
Published in: on giugno 29, 2009 at 9:56 am  Comments (13)  
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Chercher à noyer le poisson

Maker: Eadweard J. Muybridge (1830-1904) Title: Jumping; running straight high jump – Date: ca. 1884 – 1887 – George Eastman House Collection

La cosa che mi ha sempre affascinato, a parte la lingua in sé e il suo attraversare i tempi, le tempeste, le carestie, le influenze, le conquiste e le disfatte, sono certi modi di dire, unici.

E ci sono certi scenari deliziosi su cui far muovere i nostri personaggi, come maschere di teatro, maschere di gesso, tragiche e grottesche.

Fare cedere una persona, snervandola. Tramortirla, sino a farle dimenticare il motivo del contendere.

Sono un po’ così anch’io, ma sorrido al solo pensiero di essermi messa così sul bancone del pesce. Nuda.

Ma ci sono mercati e mercati e taluni pescivendoli sui moli delle nostre isole siciliane per esempio, come delle isolette greche poco affollate di turisti, hanno il loro fascino e la loro poesia rugosa, nascosta sotto strati di sale e di vento scolpiti sugli zigomi.

Ma l’espressione, noyer le poisson, evoca i tempi moderni e le corse di chiacchiere verso il nulla, non tanto l’abilità del pescatore di fare cedere il pesce che ha già abboccato dal proseguire a muoversi vorticosamente, lasciandolo in una pozzetta d’acqua, in poco spazio da fargli perdere le forze. Da l’epuiser, direbbero i francesi.

Alludo alle chiacchiere distraenti, alle tecniche di marketing del distrai il cliente per fregarlo meglio. A certe caricature di ammaliatori di serpenti, di casanova da quattro soldi, di parroci di campagna in delirio di onnipotenza.

Alludo a questo mondo che rotola giù senza mister muscolo, in un ingorgo di inutili chiacchiere che viene voglia di spegnerlo e di dormire.

Eppure il sonno tarda ad arrivare.

(E.)

Published in: on maggio 5, 2009 at 10:29 am  Comments (3)  
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Life is cruel, art is life

If you could only imagine a world without any diseases, sorrow and pain.
Life teaches us how to play.
We push the button and forget that the art is not possible without any troubles.
Art is the mirror on which the life becomes real.

(E.)

Published in: on aprile 7, 2009 at 12:08 pm  Comments (8)  
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so what?

Piove.
Sugli asfalti intossicati e sui bordi masticati dei marciapiedi.
Sui piedi che corrono dentro a scarpe che non ci raccontano nulla di nuovo.
Ché le scarpe non parlano, non sempre almeno.
Qualche volta ciancicano qualcosa. Spesso quando hanno i tacchi te lo dicono chiaro e tondo, altre basta solo qualche goccia a terra per farle tacere, per attutirle.

Piove.
Ché quasi pare non abbia smesso mai, perché la pioggia ha questo potere, di sembrare eterna, interminabile.
Ché governo ladro non ha più senso dirlo, ché non è solo ladro.

Piove. Nulla di nuovo. I bordi dei pantaloni sono umidi. Il caffè sa di caffè.
Le luci al neon sono meno bianche del cielo lì fuori.
Il bianchetto mi ha tinto un pollice e l’ora legale m’ha rubato il sonno.
Lunedì insomma. Ché se piove almeno sai con chi prendertela.

(E.)

Published in: on marzo 30, 2009 at 11:38 am  Comments (11)  
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The seasons know exactly when to change

Maker: Shin-E-Do Title: Japanese woman with mirrors Date: ca. 1890 Property: George Eastman House Collection
Illusioni di primavera, azzurri improbabili nel cielo e canzoni disegnate fra le nuvole.
I fine settimana volano sulle ali di certezze costruite su ciotole di riso e riso di labbra scavate dalla pioggia di asfalti consumati.
Come la gentilezza non conosce vergogna, e si vergogna piuttosto di essere ancora in piedi nonostante il fatto sia ignorata, senza pudore alcuno.
Come il sole sa sin dall’inizio del tempo che gli tocca salire e scendere, tornare indietro e bruciare con le stelle lontano e poi tornare a specchiarsi nei laghi dei nostri giorni.
Come le cose belle non hanno un prezzo e non chiedono nulla per esserci e il solo fatto di guardarle è il modo per ripagarle.
Come le canzoni che sui tetti lì fuori danzano sotto ombre allungate verso ovest, tendendo le loro dita a toccare orizzonti di montagne visibili solo quando è così limpido.
Come il collo sotto a questa giacca ancora pesante cerca di trovare spazio e di uscire allo scoperto.
Come un giorno di gioia sperata, di camuffati foulards di seta, di desiderati raggi di fiori sui terrazzi. Come un giorno come gli altri, che si differenzia solo perché viene guardato dritto negli occhi, senza passare distratti.
Come tutti questi giorni.
Le stagioni sanno esattamente quando è il momento di cambiare.
(E.)
Published in: on marzo 9, 2009 at 10:33 am  Comments (10)  
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Set us free

Vicini al capodanno cinese.
Sti cinesi ne sanno una più del diavolo, ma questo è un altro discorso.
Con Obama insediato e un fiume di cappottini senape a popolare i nostri incubi notturni.
Col cuore colmo di speranza, bianco che più bianco non si può, anzi con cenere attiva. Perdonate i rigurgiti da massaia.
In attesa. Ché l’attesa è sempre la cosa che ci viene meglio.
Ché poi ci perdiamo in un bicchiere d’acqua quando siamo al dunque.
Non ci regge il cuore, ecco.
E torniamo piccoli, ai tempi delle letterine di natale, desideriamo la pace nel mondo, i pozzi colmi d’acqua in africa, la corrente elettrica, i fiori nei cannoni, i razzi come sinonimo di petardi, solo per i fuochi d’artificio, lontani dalle case, eh.
E da antiamericani diventiamo tutti americani, come fossimo stati fulminati.
Attesa e speranza. We can.
E pare il purgatorio, fra wall street che non ci crede e aretha franklin che pare un pacco regalo.

“Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe”.
(Purgat., Canto I)

.. e se conoscessero rino gaetano in america, avrei volentieri consigliato ahi maria.
Chi mi manca sei tu.

(E.)

Published in: on gennaio 21, 2009 at 11:14 am  Comments (12)  
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Rane che sognano l’oceano

Voliera per umani – rami e fil di ferro – Giovanni Mauri – Monza

Dieci anni fa scrissi un pezzo con questo titolo.
Le emozioni erano diverse, mi nutrivo diversamente, mangiavo politica, pane e trincee. Erravo nel divenire e riconoscevo lo stato di mutazione in cui spesso al risveglio rischiavo di non trovarmi più.
Covavo l’intima consapevolezza dello zingaro di città, nomade dentro ma convenzionalmente legato ad una dimora, mentre nella trasformazione l’anima d’airone perdeva l’agilità del volo, smarriva l’istinto del mare, del cielo, della libertà.
Col tempo ho del tutto perso la fiducia nelle parole giustizia, autonomia, verità.
E ho sempre più occupato il mio corpo con la certezza dell’utopia di essere padroni di sé stessi, riconoscendo l’umano essere di galline, che degli uccelli hanno solo le ali atrofizzate.
L’umana natura di quadrupedi eretti che adoperano poche bracciate per attraversare il fiume, ma che non sanno cosa si nasconde nel fondale, quale paradiso o inferno stanno cercando di superare.
E, dopo lo spunto del Pigi Battista e del suo memorabile articolo “reati e disgusto” nel quale si scaglia rabbioso contro i bloggers, contro la necessità di gogna a tutti i costi , sono immediatamente diventata border line, sboccata e definitivamente condannata a soffiare sui miasmi del qualunquismo. Tracimo qualunquismo a tal punto che nonostante sia consapevole che tutti ci accontentiamo di surrogati che ci possano restituire l’illusione di poter contare, di poter alzare la testa ed essere visti, lì in mezzo agli altri, mentre tutto scorre intorno, nonostante cerchiamo di compiacerci, nella ricerca di questa natura che ci restituisce allo specchio solo presunti animali sociali, che della società e socialità hanno bisogno per essere, per contare e per respirare, ma che della solitudine hanno il loro spettro più grande, la loro aberrazione, nonostante tutto questo temo di non essere cambiata così tanto.
Anche se navighiamo in acque stremate e inspiriamo aria respirata più volte.
Anche se continuiamo a gracidare, sapendo che il nostro stagno non è l’oceano.
Non possiamo lasciare ad altri di decidere della nostra vita.
I film di solito li scegliamo.
Il resto è da scrivere.

(E.)

musica per le mie orecchie
Published in: on gennaio 23, 2008 at 11:00 pm  Comments (21)  
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