Eye Eye

photo by superhoop

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Assenza di politica, manovre politiche dovunque.
I giovani crescono con le idee sempre più chiare di cosa sia il mondo privo di politica, ma impregnato di politica laddove essa apparentemente non debba avere spazio.
Esperimenti sociologici le aziende.
Quando dissi questa frase davanti ad un consesso di capi davanti a me in un ristorante lussuoso di Parigi, ci fu un bel silenzio.
Cercavo di arrampicarmi anch’io ai muri del giardino pensile del Costes. Mi sono sentita edera o qualcosa magari di più esotico.
Sentivo le mascelle di qualcuno che si muovevano, cercavo le parole di altri per avvolgermi dentro di esse e non sentire più nulla. Osservata per lunghissimi due o tre secondi di silenzio rotto da cascate d’acqua di vasche inverdite e di scrosci di vino nei bicchieri. Corde di legno come corde di violino intorno alla mia giugulare.
La reazione, dopo quel tempo interminabile, fu un sorriso di chi mi aveva chiesto un parere. E quel silenzio parve cancellato, ma rimase come se l’esperimento sociologico fossi io, da dentro un barattolo di vetro, sotto al coperchio ben avvitato.
E i condor e gli avvoltoi, le iene e gli sciacalli, le oche e i leoni. Più che sociologia credo sia zoologia. Pollice opponibile aggiunto, ma con poca importanza e utilizzato a caso.
E nei giorni che viviamo, quelli più vicini, si consuma il teatro delle marionette dinnanzi ai nostri occhi.
Managers alla ricerca di un secondo di gloria che possa rimanere su qualche e-mail da non stampare per non contribuire al disboscamento globale.
E le lotte, fratricide, di giovani che si affrettano a dare degli incompetenti agli altri. Lotte di sedie levate prima di rendersene conto.
Coccigi immolati al dio sociologo, al dio aziendale senza faccia e senza nome, al dio della gloria effimera.
E come tutti i sacrifici, si consumano i riti sugli altari. Con vittime sacrificali notturne, per salvare il dio diurno che tutto vede e ha il palmare attaccato al naso.
Ed ecco la vittima, silenziosamente lasciata a morire, per salvare qualcun altro.
Quando si manda  a casa una persona per salvarne altre che hanno fallito, è un fallimento multiplo.
E i fallimenti vanno anche valutati in scale, come guardando un termometro.
Le temperature sopportate hanno range precisi. Se si sta fuori di un grado non è drammatico. Invece il cut off è spietato. E chi sta su e poteva evitare, poteva assorbire, poteva giustificare, tace o viene messo a tacere con sottili e non celate manovre di ridimensionamento verbale.
E il carnefice comunica senza comunicare. Avverte senza dichiarare il suo fallimento o quello di qualcun altro.
Che la politica c’entra. Se dichiari fallito pubblicamente un tuo sottoposto ammetti un tuo errore, quantomeno di valutazione, se non peggio. E i principi di responsabilità poi.
E la territorialità e la dignità e il pregiudizio.
E la mano mozzata di qualcuno.
Che punirne uno vorrà dire pure qualcosa, vero?
Che sia di lezione, anche se non lo diciamo. Anche se il suo nome non viene pronunciato.
E tristezza infinita. Comunicato scarno sopra il comunicato. Manager diverso. A dimostrare la superiorità, che altrimenti non si vedrebbe. O che si conosce ma va reiterata in modo chiaro. Anche se chiaro non lo è.
E ti dico cosa fare, tu, piccolo uomo, che sei salvo per miracolo.
E ti dico che sei un incapace senza dirtelo, ma tu lo sai.
E le lotte fra managers diventano guerre sanguinarie. Fatte di ombrelli aperti di protezione e vassoi pronti per servire qualcosa di talmente freddo da dover indossare i guanti per reggerlo.
Solo che non sempre lo spettacolo vale la pena di essere osservato.
Si lasciano cadaveri sul percorso.
E le lenzuola usate per coprirli non sono abbastanza.
 
Ho firmato la petizione per la libertà di stampa.
Come firmerei per esempio molte altre petizioni, se solo servissero a qualcosa.
Ogni tanto firmo qualcosa per dire a me stessa che il mio numero conta.
Ma risponde sempre la legge del taglione.
Lunga vita a Serena Dandini, Presidente.
 
(E.)
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Conflitto di interessi

Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così…

Agli elettori tifosi del Milan che durante la campagna elettorale mi chiedevano Ronaldinho al Milan rispondo, ecco, ho mantenuto la promessa, spero che questo porti più tifosi al Milan e alla Libertà.
Liberté, Egalité, Fraternité, direi più che altro.
Stamattina, dopo la giornata di ieri stretta in una morsa, come se rientrassi dalle ferie e non da un giorno, appena uno, di mancata presenza in ufficio, per lavoro per giunta, mi sono concessa una breve rassegna stampa e a parte il meteo che pare essere l’unica notizia seguita con serietà, a parte il disastro in borsa, che peraltro mi ha costretta ieri sera a spiegare con parole comprensibili cosa sta accadendo ad un bambino di dieci anni e la risposta, dopo tanti sforzi, che il superministro pare davvero un incapace, è stata: ma perchè non cambiamo tutti moneta?
Dopo tutto questo sono approdata ad una notizia che mi ha fatta riflettere molto, con un tocco di spionaggio, uno di sindacati e uno di legalità.
Una perquisizione è stata condotta martedì presso la sede parigina della rivista “Auto Plus” e un giornalista è stato posto sotto sorveglianza nel quadro di una inchiesta sulla Renault.
Un salariato della Renault è stato accusato di essere un informatore della rivista e posto sotto il controllo della autorità giudiziaria.
Nemmeno a dirsi, l’esplosione del sindacato dei lavoratori è stata deflagrante: non si può porre sotto accusa un lavoratore, non si possono ricercare le origini di una informazione in siffatti modi se non per motivi di assoluta preponderanza di interesse pubblico.
E gli interessi commerciali della Renault non paiono così pubblici, soprattutto rapportati al ben più importante diritto ad informare ed essere informati.
Bella risposta, parrebbe. Lo stesso giornalista si è detto sorpreso quando sono stati rinvenuti sul suo computer documenti, immagini, modelli ed ha gridato al complotto.
Eppure l’estate scorsa le pubblicazioni dei nuovissimi modelli Renault in largo anticipo rispetto al battage pubblicitario e al mercato degli avvoltoi solito ha destato una certa sorpresa, per non dire disappunto nei palazzi dei grandi manager, sputtanati prima del tempo.
I capi d’accusa del giornalista linciato sono quindi abuso, di contraffazione, di accesso e utilizzo fraudolento di informazioni tratte da sistema informatico protetto.
Ovviamente arrivare alla perquisizione di un organo di stampa, pare davvero una misura eclatante, essendo dovunque la libertà di stampa sancita da tomi e tomi di principi giuridici, francesi e non, ma il tutto avviene anche nel quadro di una revisione legislativa francese di allargare il diritto di stampa anche proteggendo le fonti di informazione (come se si parlasse di misura di protezione testimoni). Fotografia di un mondo in cui la stampa è posseduta, utilizzata, contraltare di una verità nascosta, travisata, sconvolta, rivisitata, edulcorata, manipolata. Una stampa che ha il potere, di ammannire, ammansire, persuadere, irritare, esaltare, esasperare l’opinione pubblica.
E in un mercoledì in cui i salari restano sempre gli stessi, in cui George Bush sta per lasciare la moglie, ce ne faremo una ragione, in cui c’è dell’ottimo calciomercato per farci stare buoni e zitti, la stampa ci sembra davvero il male minore e le sere così ci sembrano meno lunghe e i nostri letti sfrigolano meno sotto i nostri corpi sudati. La vita pare ben altra cosa da quella che ci raccontano, eppure ci lasciamo credere di esserne convinti e che in fondo un po’ di sano gossip possa proteggerci da una verità che sarebbe meglio non sapere.
(E.)

Published in: on luglio 16, 2008 at 10:34 am  Comments (14)  
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