You never really learn to swear until you learn to drive

photo by Alejandro Groenewold

photo by Alejandro Groenewold

Albe che si assomigliano, tutte di buonumore.
Che non importa chi passa, importa che la strada possa ricordarti che ci sei.
Un passo dietro l’altro, non di corsa, che per correre c’è sempre tempo.
Non si perdono le cattive abitudini.
Fermarsi a guardare. Se stessi in una vetrina che non sembriamo noi.
Così, catapultati nel mondo un’altra volta, un altro giorno.
Non ho la patente.
Giurare non è necessario. Lo diventa quando menti abitualmente.
Quindi piedi e occhi puliti.
E un sorriso.
(E.)
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Il volto sciolto

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Découvration – BNCTONY

Liquefatto dai giorni che si sommano e col resto non ci compri un francobollo. Calcoli di somme e potenze, previsioni di budget e nulla che torni, nemmeno indietro un saluto, per caso. Uno solo. Singoli pezzi che si staccano e tornano da dove erano venuti. Tutti quanti. Verso la loro casa, la loro origine, il loro letto. Scorrono sul volto le lacrime trattenute, quelle versate, scorrono i giorni scoperti e quelli nascosti, le porte aperte, i giardini staccati di alberi rigogliosi, i frutti fioriti di promesse mai mantenute. Nuotano negli specchi fra le ciglia e si fermano sul mento, sparendo inascoltati per tornare o andare. Per non restare. I coni e i trapezi statici e i prismi di gioie multicolori. I gelati sciolti di estati mai vissute e i secchielli di castelli affossati da onde di calendari strappati e dimenticati. Passano tutti davanti, in sfilata, senza passare dal via. In prigione. E nel mare di pozzanghere specchiare il proprio volto nuovo. Tornato senza cattiverie, senza dolori, senza bugie. Sciolto di burro dolce. E nessuna altra parola.

(E.)

Published in: on luglio 15, 2009 at 6:22 pm  Comments (6)  
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Chiedi alla polvere

Saskatchewan – Felix Constantinople

Saskatchewan – Felix Constantinople

Giornate convulse, fatte di fiato rincorso, di esilio.
Esilio da se stessi.
Giornate di parole arrotolate e di altre sparpagliate a caso. Fatte entrare dalle orecchie o respinte, fatte circolare dentro e fuori senza lasciare traccia o pesate come fossero once di metallo prezioso.
Lingue fuse insieme, pensate da sole. Lasciate su una tastiera inglese, senza accenti, ritrovati sui simboli quando c’è tempo o dimenticati lì senza grossi rimorsi.
Parole di madre, in una casa vuota e enorme, senza mobili, che sgombera i resti di una famiglia che non ha mai avuto. Parole raccontate di fratelli coltelli, limati a dovere e pronti all’attacco, anche con sessant’anni a cranio. Mai domi, infelici e tristi, come gli intellettuali di cui sto finendo il libro.
E penso ai posti dove non sono mai stata. A posti lontani che non ci è concesso di raggiungere, alla Siria e al Medio Oriente tutto, che sento come il mio nocciolo.
All’America che rimane sempre troppo grande. Alle nostre case carbonizzate e a quelle cadute. A quelle in piedi che ci aspettano tutti i giorni, vuote. Con la penombra a combattere il caldo e le pale dimenticate accese al soffitto.
Al tempo che ci spezza. Che ci frantuma e non ci restituisce tutti i pezzi.
Alle persone smarrite, a quelle che vorremmo raggiungere per sfiorare loro il pancione e dire che siamo lì e che non ce ne andremo.
Alle persone che non si vedranno mai più e che all’improvviso ritrovi su un aereo che ti sorridono. A quelle che non saranno mai tutte insieme nello stesso posto.
A tutti i baci sperperati e a quelli dosati. Ai sentimenti spesi e mai restituiti. A quelli rimborsati sul 730 e alle case che non avresti mai voluto vendere, perché lì c’era il tuo essere, il tuo sudore. E alle pareti da ritinteggiare.
Che mettersi a ritinteggiare fa bene.
Pulisce i muri e i pensieri tutti insieme.
E a tutta la polvere intorno.
Quella che divora tutto.
(E.)

Buyology

la Defense - Paris - Dmitri A. Mottl

la Defense - Paris - Dmitri A. Mottl

Ci sono letture che non consiglierei, libri creati ad arte per fare cassa.
Libri che i giornali pubblicizzano per riempire le pagine di giornale.
I giornali. Questo grande rebus. Non tento nemmeno di risolverlo. La settimana enigmistica la lascio a mia madre che sul suo divano, sia che piova, sia che ci sia il sole, ammazza il tempo. Che l’assilla per la sua assenza.
Mi ritrovo tutte le volte a sedermi al suo fianco a riempire le caselle vuote di lettere, con la sua matita smozzicata e la sua gomma, sempre quella e sempre più piccola.
I nostri incontri si riducono a questo, quasi del tutto.
A parte il discutere su cosa mangiare e sulle grane coi parenti.
Le parole crociate senza schema, poi, sono l’argomento migliore. Lei spara a caso risposte e io spesso trattengo le parole, quelle che non dovrei mai dire e che spesso riesco a non dire, colpevolmente.
I giornali freschi e i miei commenti, mentre lei non segue mai e rimane persa nel suo mondo fatto di caselle nere e di un lapis.
Pensavo a lei quando leggevo su uno di quei giornali da tempo perso. Pensavo a cosa avrebbe detto, al suo commento sconclusionato se le avessi detto che per cinque minuti mi ero convinta a leggere un libro illegibile sui motivi per cui compriamo.
I motivi che stanno alla base delle nostre rivendicazioni di status sociale.
I motivi per cui rivendichiamo il nostro diritto ad esistere su questo pianeta.
Perché compriamo.
E le conclusioni, anticipate e sintetizzate, sulle verità e sulle bugie che ci vengono instillate senza distinzione, che mescolandosi restano bugie pure. Casi del caso, incroci maledetti fra il vero e il falso sociale.
E questa recensione parlava del diritto di essere dimenticati.
Un diritto che pare antitetico con tutto quello per cui siamo stati allevati.
La memoria, il suo altare.
Il diritto di non disperdere senza ritegno aspetti riservati della nostra esistenza.
Una sorta di liberazione da tutte le catene di cui ci siamo abilmente forniti per rimanere ancorati a questo mondo.
Un taglio di gps.
Uscire e mollare tutto, lontani da mète che ci abbiano imposto per esistere.
Un po’ come mia madre, ecco.
Riuscire come lei a uscire senza rete e vagare senza meta pur rimanendo sul divano.
(E.)
P.s. per il libro, fate un giro qui
Published in: on giugno 9, 2009 at 5:57 pm  Comments (4)  
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I cinesi non muoiono mai

le tueur – di BNCTONY

Folate di perfezione, così, distratte, per caso.
Ché le folate sono rare, quindi non stiamo a sottilizzare.
E la perfezione non esiste, quindi se si presenta sotto forma di vento tocca crederci ciecamente e chiudere gli occhi. Prendere tutte le singole molecole d’aria trasportate e non perderne una.
Trascinare i propri stanchi reni. Come la propria pellaccia.
Cercare la perfezione nella sua negazione assoluta, perché è lì, se mai esistesse, che si nasconde.
E scoprire quindi la ricetta. Quella che fa tornare indietro o di corsa avanti, quella che cancella un presente che non esiste, perché appena è detto è già passato.
Come tutto quello che possiamo toccare.
Passato.
Di verdure anche. Che fa bene.
(E.)

Published in: on maggio 27, 2009 at 9:45 am  Comments (5)  
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Snake

the hidden insult of hot water – foto di GustavoG

Mi accorgo che il tempo passa dal rapporto che ho con lui, con la mia faccia, con i momenti della giornata.
Fatica ad addormentarmi, io che parevo un sasso, io che ho dormito dovunque.
Colorito giallino che migliora solo col sole, che quindi può aspettare.
Adoro il mattino, prima non lo vedevo nemmeno, lo attraversavo di corsa colpita dalla sua necessità ma non presa da lui.
Come fosse il tuo compagno di banco, che è sempre stato lì per anni che ti pareva parte dell’arredamento.
Adoro la mattina, quella fredda e inospitale e quella che presagisce il caldo più afoso, ma che mantiene le promesse della notte con un cielo quasi vero e le ombre ancora morbide dietro ai palazzi.
L’adoro perché ti fa camminare, in tutte le stagioni ti regala profumi, odori pungenti, rumori meno netti, più ovattati. È dolce perché ti lascia leggere in pace, in attesa arrivi l’ora per andare, ti lascia immaginare che il mondo che vedi intorno sia la prosecuzione delle parole che stai leggendo sul bus.
E l’Africa che leggi pare di toccarla, senti il caldo in ogni pagina, senti che gli animali ti scrutano, ti attendono fino a sera, quando il caldo calerà e potranno agguantarti.
Sorridi, degusti il vino bianco fresco che scorre sotto, pensi che il senso di tutto in fondo stia nel prendere tutto che di buono c’è, saperlo riconoscere.
E con questi pensieri, con gli occhiali da sole e le cuffie, guardi i tuoi piedi camminare.
E sussulti. Ti fermi.
Come se i pensieri avessero preso forma, incredula, in bilico fra l’allucinazione e l’impossibilità.
Un serpente morto sul marciapiede. Intorno nessuno che lo abbia messo lì a bella posta.
Morto. Lungo, con la pancia all’aria, bianca, e la striscia della bocca lievemente aperta.
Un serpente morto a Milano.
(E.)

 

Published in: on maggio 22, 2009 at 9:14 am  Comments (4)  
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Vecchia signora

la foto e` di terry hollis, qui sotto la minuta del mio ritorno a casa di ieri, da Roma a Milano
Come una vecchia signora. La sensazione è nitida. E la sento naturale.
Ma è la prima volta.
Distante dalle creste viste in stazione. Distante dalla ragazza che mi sta affianco con gli occhialoni perfettamente tondi anni settanta che ha praticamente dormito per tutto il tempo o ha dispensato consigli ad amiche in crisi con tono consapevole e compassionevole.
Diversa e un po’ snob, anche. Diversa anche se ieri m’hanno dato della signorina ed ero con mia madre. Complimento per me o per lei non so. So che a lei ha fatto piacere e io adesso in questo posto su un treno che mi riporta a casa mi sento una vecchia signora.
Di quelle da the e silenzio.
Ma non c’è verso. Il silenzio posso solo immaginarlo. E la vecchia signora mi fa compagnia.
Oltre al languorino e al fatto che ho ceduto il mio posto alla occhialuta, senza dirlo, per pura atarassia, che mi sono affrettata a chiamare nella cassa di risonanza del mio cervello signorilità.
Ma cosa appaio da fuori? Mi accorgo che mi è sempre importato un po’ e adesso, in questo istante, per nulla.
Ho persino fotografato dei ragazzotti in stazione. Con gli anelli al naso. Accucciati a terra.
Per sentire cosa provavano quando gli altri guardavano me a vent’anni.
E non mi importa nemmeno.
Solo questa sottile ma non conservatrice consapevolezza della vecchia signora.
Se ci fosse mia madre direbbe parla per te. Lei che da oltre dieci anni dichiara la stessa età che pare al di sotto della soglia del ridicolo. Per lei s’intende.
Ecco, torno a casa. E sento nelle mie vene, nelle mie scarpe una vecchia signora.
Non dispensatrice di saggezza. Ma amabile e rompipalle.
(E.)
Published in: on maggio 18, 2009 at 2:46 pm  Comments (7)  
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There’s nothing at home

Una cosa non fatta o fatta troppo tardi non c’è nessun esercito di parole che possa sperare di contenerla.

Ci sono eserciti inutili, in tutte le nostre stanze.
E parole che potremmo tenere per noi.
Ci sono sogni che dicono bugie, che raccontano di altre ferite, sottopelle, di sottili rotture e di cambiamenti.
Ci sono giornate di sole improvvise.
E controlli del tempo che servono solo a darci una verità, una qualunque come di carte da gioco sparpagliate.
Ci sono eserciti di armi sguainate che feriscono chi li manda.
E tornare a cena pare un miracolo.

(E.)

Published in: on aprile 30, 2009 at 11:33 am  Comments (9)  
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Vaa a scua’ l mar cun vert l’umbrela

lo schizzo è di riccardo guasco

Un piccolo cinese di corsa, piccolo, con mani piccole, occhi semichiusi. Dal sonno o dalla luce.
Piccolo con una madre piccola.
Piccoli stivaletti di gomma, giacchetto e passi piccoli, misurati.
Fretta ponderata, come un giorno che inizia, non trangugiato, ma preso a sorsi decisi ma distanziati.
Per non farsene ingolfare.
Picolo ombrello, blu, di un colore da tendone estivo.
E una cosa bizzarra in cima.
Al vertice, sulla sommità, piccola, del piccolo ombrello, una specie di bottiglietta.
Quel piccolo mandorlato! Guarda che lezione!
Raccoglie l’acqua piovana!
Chissà per farne cosa.
Mi vengono in mente le vasche dei cortili dell’antica roma, la parsimonia dei gesti degli asiatici, misurata e determinata, come ad insegnare che le cose si ottengono con l’efficacia e non con la voce grossa e i gestacci di noi, piccoli ciarlatani.
E poi ecco una cosa che mi pare inutile, lì, camminare davanti a me, sotto la pioggia.
Raccogliere l’acqua piovana.
Per misurare i mm caduti? Una ricerca a scuola? Il tempo da casa a scuola?
E` solo l’ipotesi di una visionaria, che guarda piccole dita stringere un manico.
Nitido, mentre il resto è sbiadito dai soliti colori. Di città che non guardano.
Cecità di cose pratiche, di operoso discernimento di faccende che meritano e di altre che restano trasparenti.
Come se l’utilità andasse ponderata prima di far lo sforzo di considerarla.
(E.)

Published in: on aprile 27, 2009 at 9:23 am  Comments (15)  
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Gentile Cliente

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Carte fedeltà, profumerie, supermercati. Le nostre tasche, i portafogli ci dicono chi siamo. Noi spesso ce lo dimentichiamo o quando sentiamo qualcuno che ce lo dice è uno schiaffo e proviamo a difenderci.
Tempus fugit. Ma guarisce, pare, per me è sempre stato così, almeno.
Ferite grandi e piccole.
Quelle grandi le lascia sanguinare in pace, le lascia comporsi da sole, faranno male un po’ ma prima o poi diventerà un tutt’uno con il respirare, il muovere le palpebre, sarà il prezzo da pagare, uno degli acciacchi della vecchiaia.
Quelle piccole le rimargina come meglio possa fare, alcune sono bastardissime, i tagli fatti con la carta per esempio, stanno lì per settimane a ricordarti che ogni giorno è come una pesca miracolosa e i pesci non vengono a galla, tocca cercarli e ci si punge, ci si lacera.
Ma vuoi mettere l’attesa della guarigione?
Il tempo vissuto annusando l’aria con il naso libero?
Vuoi mettere quando tutto questo passerà e ci ricorderemo solo degli anni nel mezzo, sbiaditi, come carta di giornale ad incartare le palle di natale da mettere in soffitta.
Solo la visione della nuova vita davanti, dietro le nuvole e dietro le veneziane blu di questi cubi che ci ingoiano tutti i giorni, ci basta. Ce la facciamo bastare.
E la sera, guardiamo le stesse piastrelle della stessa cucina, in venti minuti di ipnosi fra il prima e il dopo, che sono sempre gli stessi.
E in quei venti minuti ci accorgiamo d’esserci persi.
In mezzo ai piatti sporchi sul tavolo e al tempo che abbiamo lasciato ci portassero via.
Per comodità, per abitudine, per codardia, per stupidità.

Inserire il codice per perfezionare l’acquisto.
Il tempo va via come il pane.

(E.)

(la foto e` di Rosa Pomar, un distributore farlocco a Lisbona)

Published in: on gennaio 23, 2009 at 11:14 am  Comments (9)  
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