Di tre quarti

photo by ELIGIUSZ LANGNER

La durezza delle cose.
Che a volte paiono meno dure, capisci che lo sono solo quando ci finisci contro.
Entrare placidi in acqua, lasciarsi fluttuare, quello dovrebbe essere il senso.
Solo che nell’acqua trovi pesci di tutti i tipi, per non parlare delle chiazze di petrolio, delle mucillagini e delle cose che non si vedono, che sono le peggiori.
E allora vien voglia di tuffarcisi a muso duro, per non pensare, tapparsi il naso come fanno le bambine nella piscina dei piccoli, e prendere il muro d’acqua tutto davanti.
Che se sopravvivi forse dall’altra parte ci arrivi.
La durezza delle cose.
Dei silenzi, delle parole.
Delle cose raccontate, che quelle fisiche le puoi tastare, le puoi vedere come sono fatte.
Dei simboli quindi.
La durezza dei simboli.
Quanto contenuto inutile e doloroso, quanta storia buttata a marcire come fiori impresentabili dopo una settimana in un vaso.
Contenuto.
Esserci dentro e non volerci stare.
Nel contenuto.
Che il contenuto degli altri non ci calza mai a pennello, è come un vestito di anni fa, che sappiamo un giorno poteva andare, che la giovinezza rende ogni straccio una meraviglia.
Ma adesso resta uno straccio.
E volere essere forma.
La forma di una bicicletta, snella e indipendente.
Ma anche le forme, da sole, non vanno da nessuna parte.
(E.)

Palloncini

la foto è di Ghiro60

Le cose belle devono essere inafferrabili.

Sapere di poterle avere quando si vuole, poterle imprigionare, vuol dire ferirle, ucciderle. Far loro perdere la bellezza. Lasciare che essa sfiorisca come un fiore reciso, precocemente.

Sapere invece di poterle riincontrare prima o poi, consapevoli della loro esistenza al mondo, è una sensazione piacevole. Trovarla e fare tesoro di questa netta emozione è cosa rara, ma di una pace indescrivibile.

La prima naturale tentazione di fronte alla bellezza è di scovarla, di averla,  di trattenerla. La seconda  di mostrarla a chi si ama per farla riamare di ritorno, perché la condivisione è parte della conoscenza, rende la conoscenza conoscibile.

E invece basterebbe lasciarla solo andare ed imprimere il suo odore,  aspetto, colore nella mente prima di vederla sparire. Liberarsi dell’egoistico afflato. Del sistematico bisogno di avere e lasciare andare il colpo, mollare, sciogliere le dita e lasciar scivolare via.

Salutare la bellezza, lieti di averla incontrata e lasciarla tornare a mescolarsi col mondo. Salutarla senza sapere se mai si rivedrà.

(E.)

Published in: on febbraio 23, 2009 at 9:20 am  Comments (11)  
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Brodo primordiale

la foto e’ di libera strega, a maccalube di aragona
Sotto questa neve e affondando le scarpe cercando di trovare una strada spalata da qualcuno o semplicemente da altri piedi, ho pensato ai bambini del mondo.
A quelli soldato, che muoiono senza che nessuno possa piangere.
A quelli a cui abbiamo rinunciato per scelta e a quelli che abbiamo avuto nei nostri grembi insicuri, insicuri del futuro che attende noi e loro.
A quelli che hanno aperto gli occhi sui loro regali e si sono illuminati come le lucine degli alberi delle nostre case che non abbiamo ancora disfatto.
A quelli che siamo stati e che ci siamo dimenticati di essere.
A quelli che ci sono apparsi in sogno come una liberazione, a quelli che un giorno incontreremo e che ci strapperanno un sorriso.
A quelli che ci paiono sboccati in cortile che dicono cose che non diremmo nemmeno noi.
A quelli che guardano il mondo coi loro occhi e che lo disegnano semplice e magari lo fosse.
E questa neve diventera` fango.
(E.)
Published in: on gennaio 7, 2009 at 2:32 pm  Comments (10)  
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A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima

– la foto è di Lilya Corneli 

È Neruda che parla nel titolo. Neruda che sente quello che sento io da giorni. Parla di terra buia e nera. E di stelle lontane che fanno da ghirlanda ad un mare che gorgoglia mentre ogni giorno rincorre l’altro, senza sosta, muto.
La corsa è verso l’ignoto, gonfia e fredda. Livida. La notte assomiglia al giorno, con l’unica differenza che la notte canta, con la sua voce più lieve e fa cantare con sè ogni cosa, persino i pini abbandonati al vento. E tutto sembra umano, mentre ciò che umano dovrebbe essere ha perso la sua umanità sia nel buio che nel sole. E quegli alberi sbattuti dal vento cantano i nomi della gente, cantano i loro dolori e la loro vita, il brio e la tormenta. E mi sento parte di quel canto inanimato, prendendo le sembianze delle cose, spogliandomi delle mie. Un canto che parla di stelle che guardano e indicano luoghi dove andare e non dove rimanere. Che rimanere non serve, è solo stato in luogo. E nessun luogo ci appartiene.
(E.)

Published in: on gennaio 8, 2008 at 10:09 am  Comments (18)  
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