In tasca

bag to the future
bag to the future – detroit airport – photo by samirdiwan
Ho scoperto un mondo collegato a Detroit, e quindi ne riparlo, come quando si ripassa in un luogo che ci è piaciuto. Uno di quei caffè da giornale fresco da aprire al mattino, uno di quei luoghi dove ci piace andare per sentirsi meglio, che piacciono solo a noi e non ne conosciamo il motivo.
Il mondo di Detroit, dicevo. Si tratta di un mondo di fotografi che la amano, come fosse una sorta di musa strana, di quelle da scoprire e da interpretare, da spogliare e rivestire, che le belle donne nude piacciono di meno.
La verità è che sono invidiosa. Invidiosa di chi parte senza motivo. Con una macchina fotografica e poco altro. La pasta del capitano nel borsone e un paio di magliette pulite.
Partivo così parecchio tempo fa.
Qualunque tempo facesse. Nessuno scoraggiamento.
Avevo i capelli lunghi, vivevano una vita propria, maestosa.
Gli occhi erano sempre vivi e le gambe forti, sempre con gli scarponi, come se avessi paura di volare via senza.
E i viaggi erano il senso di tutto.
I momenti in cui tutto il resto trovava una ragione.
Avrei voluto lasciare tutto. Prendere il coraggio e lanciarlo via oltre frontiera.
E invece oggi cerco ragioni per inventarmi un viaggio nuovo, che non sia di lavoro o di famiglia.
E sto cercando una fotografia che mi dica dove, come se adesso una ragione sia necessario averla prima.
Che la responsabilità la misuriamo in ragioni e in scale di priorità.
Come se desiderare non bastasse.
Non è mai bastato. Avremmo fatto più sciocchezze di quante ne abbiamo fatte se fosse bastato.
Un po’ di incoscienza, questa era la mia musa.
Oggi è in tasca.
(E.)
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Published in: on ottobre 9, 2009 at 10:55 am  Comments (9)  
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Detroitification

planet detroit - photo by G. Martin

Planet Detroit - photo by G. Martin

Ci sono mattine che nascono attorcigliate, come rami di glicini intorno ai balconi. Alcune formano figure bellissime, nudi di donne, dita infinite, altre mostri inguardabili. Che la natura ci ricorda che noi possiamo sempre fare di peggio, perché il nostro occhio può distruggere e dare nuovamente vita. Bello e brutto in un attimo, cancellati o glorificati. La differenza fra un moncherino e la Venere di Milo.

Non sono mai stata in America, come in tanti altri posti, ma quei posti amo guardarli con gli occhi di chi ci vive. Nelle loro pupille, nascosta. Vivere in un luogo però non significa per forza conoscerlo. Nemmeno nascerci. E poi la cultura, le tradizioni, il cibo, le religioni, il colore della pelle, le nuances dei vestiti. E le culture imposte, quelle calzate come scarpe strette. E invece bisognerebbe spogliarsi e non avere alcun imbarazzo per gli altri.

Lasciare i vestiti e le rughe rotolare via, che la vecchiezza o la giovinezza rendono brutti coloro che le notano.

Anche se il confine fra il bello e il brutto è labile, così come fra il giusto e l’ingiusto. Gli occhi di chi guarda fanno la differenza. Quindi gli occhi, continuano a contare, come unico punto di distinguo fra l’esistenza e il non essere mai stati.

(E.)

Published in: on settembre 24, 2009 at 11:07 am  Comments (12)  
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