Goodbye my lady

photo by aftab

Svegliarsi trent’anni fa. Che si potrebbe fare una volta. Così per cambiare. Cancellare tutto, le scadenze, il trucco sotto gli occhi a cancellare il sonno mancato, la tastiera sotto le dita. A cancellare. Che cancellare pare una cosa impossibile, eppure sarebbe meraviglioso. Forse proprio perché impossibile. Che io sono affascinata dalle cose che non si possono fare avere dire raggiungere guardare toccare lasciare alle spalle. Verbi tutti in fila, cancellare le punteggiature. Mettere i calzettoni, una sciarpa, vestire il silenzio e sé stessi. Una volta. Ci sono lacrime che non vogliono scendere, perché decidono di restare sul bordo. Perché stanno bene lì al calduccio e di fare un giro non ci pensano nemmeno. E ci sono giorni come quelli che crediamo di aver vissuto perché ne abbiamo un vago ricordo, in cui sognavamo di essere una signora. Una signora con i collant. E adesso che ci chiamano signora sotto al cappello di lana dal tabaccaio, pensiamo ai calzini che indossiamo.

E non per il casual friday.

(E.)

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El viaje

photo by byfer

Smettere. Si smette prima o poi.
Di fare dire baciare. Si decide, o nemmeno, e si smette.
Certe volte bisognerebbe farlo.
Come per convincersi che, dopo, il prima e il poi diventino del tutto diversi.
Bisognerebbe, anche se questo non avvenisse.
Svegliarsi e smettere, così, senza preavviso.
Di respirare, di sorridere, di camminare.
E fermarsi. Che smettere è difficile, ma fermarsi pare ancora peggio.
Lasciare tutto com’è e ridursi a parte del mondo statico.
Che pare ormai nessuna stasi sia ammissibile.
E mi ritrovo a guardare l’ombra di una foglia tremante, rimasta sola su un ramo.
Pronta anche lei a partire per il suo viaggio.
Smettere quindi.
E partire.
(E.)
Published in: on gennaio 22, 2010 at 12:01 pm  Comments (19)  
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This train terminates at Leyton

photo by themanilow

Questo treno si fermerà. Tutte le mattine attraverso il silenzio che devo riempire con musica. Forse non devo, ma voglio. Come se cercassi risposte a una fine che a volte vedo quasi riflessa sui vetri dell’autobus. E cerco di imprigionarla, come se sapere di possederla potesse restituire il tempo annegato. E corro su quelle rotaie ancora, con gli occhi chiusi a sentire il rumore di un tempo più leggero. E scendo dal treno, cammino piano, so che i passi posso contarli, so che posso ridere alla gente, so che il mondo che mi circonda adesso, in quell’adesso che non è più, lo ricorderò. High Road piano, contando le lettere sui cartelloni, sbirciando dentro ai pubs di legno, dentro gli occhi dei pakistani, dietro ai cartelli dei menu, fra le lettere non scritte, nei cieli immaginati del futuro che sarebbe stato. Quel treno quando finiva a Leyton era destino che dovessi prenderne un altro, scendevo alla fermata dopo, Leytonstone, guardavo Stratford passare, poi Leyton e poi se continuava era fatta, la voce anche se la sentivo che diceva Epping non mi fidavo, guardavo fuori, che lì il tube è esterno e corre tagliando campi e case tutte uguali. Scendevo e facevo quella strada lunga fino alla casa che ospitava persone che non vedo più quasi da allora. La facevo col caldo e col freddo, avvolta nel cappotto o con un golfino leggero barcollando la sera dopo i bagordi a Leicester Square. E quel treno l’ultima volta l’ho preso al contrario, parlavo con un rosso della Normandia, Cedric, credo, scesi ad Holborn e non lo vidi più. I treni terminano. Fanno dei giri immensi, tornano indietro per farti montare su a volte. Se sei veloce. E poi finiscono.

(E.)

Vi invito ad ascoltare questa (qui)
Published in: on dicembre 11, 2009 at 11:36 am  Comments (5)  
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Breakfast in America

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

Indignazione silenziosa, di quelle impotenti, da hula hoop sul tiggì e da chi frega è più fico. Pagare per poter vivere. Come una scommessa. Chi offre di più. Dignità uno, dignità due, dignità tre. Aggiudicato. Un russo ci verrà a comprare. Un cinese ci farà le scarpe su misura, di cartone. Un giornalista chiedera` milioni per dire idiozie. Mentre centinaia di migliaia vorrebbero mille euro di salvezza. Per non scivolare. Andarsene potrebbe sembrare una sconfitta. Ma è la vera sfida forse. Via dalle logiche europee, dice Magalie. Lei che se ne è andata in Thailandia, senza certezze, solo sapendo che non sopportava più la vecchia Europa bofonchiona. E sabato ha i cartoni pronti per spostarsi ancora. A sud ovest, a Hua Hin, bord de mer, dice lei, che viene da Argences e lì ci torna solo quando ha nostalgia della matelote o del calvados. Che basterebbe solo avere il coraggio di perdere le abitudini e tornare a rischiare. Basterebbe per alzarsi una mattina e decidere che breakfast in america non è solo una canzone, ma anche un possibile piano per la giornata.

(E.)

Published in: on ottobre 23, 2009 at 9:42 am  Comments (13)  
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In tasca

bag to the future
bag to the future – detroit airport – photo by samirdiwan
Ho scoperto un mondo collegato a Detroit, e quindi ne riparlo, come quando si ripassa in un luogo che ci è piaciuto. Uno di quei caffè da giornale fresco da aprire al mattino, uno di quei luoghi dove ci piace andare per sentirsi meglio, che piacciono solo a noi e non ne conosciamo il motivo.
Il mondo di Detroit, dicevo. Si tratta di un mondo di fotografi che la amano, come fosse una sorta di musa strana, di quelle da scoprire e da interpretare, da spogliare e rivestire, che le belle donne nude piacciono di meno.
La verità è che sono invidiosa. Invidiosa di chi parte senza motivo. Con una macchina fotografica e poco altro. La pasta del capitano nel borsone e un paio di magliette pulite.
Partivo così parecchio tempo fa.
Qualunque tempo facesse. Nessuno scoraggiamento.
Avevo i capelli lunghi, vivevano una vita propria, maestosa.
Gli occhi erano sempre vivi e le gambe forti, sempre con gli scarponi, come se avessi paura di volare via senza.
E i viaggi erano il senso di tutto.
I momenti in cui tutto il resto trovava una ragione.
Avrei voluto lasciare tutto. Prendere il coraggio e lanciarlo via oltre frontiera.
E invece oggi cerco ragioni per inventarmi un viaggio nuovo, che non sia di lavoro o di famiglia.
E sto cercando una fotografia che mi dica dove, come se adesso una ragione sia necessario averla prima.
Che la responsabilità la misuriamo in ragioni e in scale di priorità.
Come se desiderare non bastasse.
Non è mai bastato. Avremmo fatto più sciocchezze di quante ne abbiamo fatte se fosse bastato.
Un po’ di incoscienza, questa era la mia musa.
Oggi è in tasca.
(E.)
Published in: on ottobre 9, 2009 at 10:55 am  Comments (9)  
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Essere

la musica e` sotto la vasca

la musica e` sotto la vasca

Voce del verbo. Voce. Verbo.
Se stessi. Come se ci si rincorresse, bussare per aprirsi.
La cosa più difficile è rimanere, restare vicini a quello che si vorrebbe.
Essere.
Sentire le proprie mani, le proprie gambe, il proprio respiro.
I movimenti impercettibili del proprio corpo.
Come se ad essere si facesse molta più fatica che a stare o a parlare o ad occupare uno spazio inconsapevole. O ad avere.
Siate pure voi.
In un esortativo da pulpito.
Come se fosse facile essere e non perdere.
Che a perdere non siamo buoni, non ci stiamo a perdere, magari rinunciamo ad essere ma dobbiamo restare con il nostro gruzzolo di partenza.
Che rischiare ci pare significhi solo mettere dei soldi, non provare ad essere.
Semplicemente essere senza condizioni e senza strutture.
Senza omologare pur di farci stare dentro il nostro posto. Caldo e scomodo.
Essere.
Che non essere non è una scelta o un dilemma.
E` solo smettere di guardarsi o rinunciare a respirare.
(E.)

Published in: on ottobre 2, 2009 at 9:31 am  Comments (7)  
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Svogliata carezza

cartier bresson

cartier bresson

Si vive di passioni.
Scavano tunnel come formiche laboriose, curano mali inconsapevoli, salvano dalla noia e dalla disperazione.
Non lo sanno ma portano per mano. Sbarrano la strada. Spaventano.
Le passioni.
E se non le stiamo ad ascoltare bussano alla nostra porta, insistenti.
E se non apriamo restano sulla soglia, in attesa, pazienti.
Tocca ricordarsene quando ci si sente soli. Quando il mondo pare un buco nero che tutto ingoia e che il sole non riesce ad attraversare.
Tocca tenerlo a mente e afferrarle con volonta` e determinazione.
L’amore che strappa i capelli, il silenzio di una foto assordante, le pagine scritte di getto, colori spalmati su un pezzo di tela.
Le passioni. Che salvano. Che aspettano.
(E.)

Cous cous

baking - bonita (che ritrae sua figlia) - new zealand

baking - bonita (che ritrae sua figlia) - new zealand

Ci sono ricette da fine settimana.
Il cous cous è una di quelle.
Con le verdure, fresco e leggero. Senza pretese.
Il dolore si snocciola in grani sottili, a volte si attaccano fra loro, si fanno compagnia, ma il sapore si sente, intenso e forte, salato di salsa di soia.
Il bene contiene tutto questo. Contiene i granelli di cous cous e il salato, il dolore spezzettato. Il bene comprende.
Quindi non si sente. Non si percepisce, mentre il dolore sfonda forte, tutto insieme, prorompente.
E si  distingue netta più la assenza di questo sapore che il sapore stesso. Come un bassorilievo.
Il bene non si coglie, il male tutto insieme, le lontananze, le assenze, i turbamenti.
E le cose smarrite diventano più nitide di quelle avute, le pause di rincorsa più degli arrivi.
Quindi il cous cous ci manca quando non lo mangiamo.
Fermarsi quando lo mangiamo sarebbe meglio.
Non perdere questi arrivi e prendere i luoghi. Fermarli.
Stati in luogo.
Dove sei tu.
(E.)

Me myself and I

comme coquilles - paolo pizzimenti

comme coquilles - paolo pizzimenti

Il tamburello. Ieri l’ho scoperto.
Dopo una giornata infernale, di strapiombi, di cornici taglienti e di inutile affannarsi, tanto resta tutto lo stesso, ho scoperto il tamburello.
Lo sport che pare un incrocio fra il tennis di squadra e il sparala dall’altra parte che va sembre bene.
E ho scoperto che la vita in cui mi dibatto tutti i giorni è proprio una partita a tamburello.
Incessante, snervante.
Un tamburello che ha storia antichissima e direi che si vede tutta.
Si vede nei gesti, nella mancanza di urletti in ricezione, nella compostezza così demodé dei suoi giocatori.
Il fatto è che nella vita vera le squadre esistono solo temporaneamente.
I gruppi si formano con scopi e si sgretolano con il cambio campo.
La verità è che ho bisogno di una vacanza e di rivoltare un’ennesima volta il panorama che mi circonda.
Per farlo userò il tamburello.
Indosserò la pazienza e attenderò una meta che arriva.
Palla al volo del cavalletto e vittoria.
Tre.
Due.
Uno.
.

(E.)

Published in: on luglio 24, 2009 at 1:00 pm  Comments (4)  
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Love will tear us apart

foto di emma c (che non sono io)

foto di emma c (che non sono io), sotto la foto susanna & the magical orchestra

Ho acceso le cuffie per non sentire il caldo che fa.
C’è qualcuno che accarezza una pianola, pare nordica.
Non so se sia nordica, ma mi piace pensarla cosi.
Rivoltarsi.
E non sentire nessun rumore.
Scegliere di non sentirlo.
Una sottile gioia di incoscienza.
Come quando si abbandona tutto e non si hanno rimpianti.
Scivolare senza timore, abbandonarsi al silenzio e ad un frescore da occhi chiusi.
Di quelli immaginati che viene la pelle d’oca.
La testa pare dissolversi.
Gas.
(E.)
Published in: on luglio 17, 2009 at 12:05 pm  Comments (6)  
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