This train terminates at Leyton

photo by themanilow

Questo treno si fermerà. Tutte le mattine attraverso il silenzio che devo riempire con musica. Forse non devo, ma voglio. Come se cercassi risposte a una fine che a volte vedo quasi riflessa sui vetri dell’autobus. E cerco di imprigionarla, come se sapere di possederla potesse restituire il tempo annegato. E corro su quelle rotaie ancora, con gli occhi chiusi a sentire il rumore di un tempo più leggero. E scendo dal treno, cammino piano, so che i passi posso contarli, so che posso ridere alla gente, so che il mondo che mi circonda adesso, in quell’adesso che non è più, lo ricorderò. High Road piano, contando le lettere sui cartelloni, sbirciando dentro ai pubs di legno, dentro gli occhi dei pakistani, dietro ai cartelli dei menu, fra le lettere non scritte, nei cieli immaginati del futuro che sarebbe stato. Quel treno quando finiva a Leyton era destino che dovessi prenderne un altro, scendevo alla fermata dopo, Leytonstone, guardavo Stratford passare, poi Leyton e poi se continuava era fatta, la voce anche se la sentivo che diceva Epping non mi fidavo, guardavo fuori, che lì il tube è esterno e corre tagliando campi e case tutte uguali. Scendevo e facevo quella strada lunga fino alla casa che ospitava persone che non vedo più quasi da allora. La facevo col caldo e col freddo, avvolta nel cappotto o con un golfino leggero barcollando la sera dopo i bagordi a Leicester Square. E quel treno l’ultima volta l’ho preso al contrario, parlavo con un rosso della Normandia, Cedric, credo, scesi ad Holborn e non lo vidi più. I treni terminano. Fanno dei giri immensi, tornano indietro per farti montare su a volte. Se sei veloce. E poi finiscono.

(E.)

Vi invito ad ascoltare questa (qui)
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Published in: on dicembre 11, 2009 at 11:36 am  Comments (5)  
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Come gli automobilisti che si dimenticano di essere stati pedoni

paris - orly - the photo is mine

Il tempo racconta un sacco di bugie. Nonostante da piccoli ci venga detto che insegni tante cose. Racconta che scorre tutto, anche gli ingorghi peggiori. E trasfigura anche, il tempo. Gli occhi per guardare, se ci si sforza, restano gli stessi, corretti o meno, come caffè di vecchietti strizzati dentro ai bar, ma sono quelli. E come ciò che si guarda muta inesorabile, anche noi mutiamo. Con le nostre pieghe del viso, come dei vestiti, col nostro tempo balordo che non si ferma ad aspettarci e ci attraversa come non fossimo materia. Con il nostro mondo che pare ci sfugga dalle dita, che corre fra un aereo e l’altro e stringe facce come fossero mani viscide e vede corpi dietro a scrivanie, e entra in camere d’albergo che non si accorgeranno del passaggio e che verranno dimenticate. Col nostro mondo che non esiste anche se ci sforziamo di farlo essere, di dargli un senso. Ed eccoci, per quel che è rimasto di noi. Stanchi come dopo una battaglia e siamo solo rientrati da un breve viaggio. Stanchi perché ci hanno portato via le cose che amiamo e ci hanno restituito solo una immagine veloce da una vettura. E invece volevamo solo passeggiarlo questo giorno.

(E.)

Dei delitti, delle pene, dell’ansia tropicale e dell’ansia da prestazione

Another Slippery Slope, photo by ElectriqueKingdom
Potrei venire accusata di disfattismo, di rinuncia, di volontà molla come un budino.
I giorni sono duri come una bistecca appena levata dal congelatore eppure il sole lì fuori potrebbe anche accelerare lo scongelamento.
Questo è un paesaccio. Un paese di disinformati presuntuosi, di poltroni divoratori di pastasciutta, di pedissequi ricalcatori ai vetri.
Ricordo che alle scuole medie i pomeriggi in cui avevo geografia, mi aiutavo con i fogli sovrapposti sul vetro per recuperare le forme strampalate di nazioni frastagliate, lontane e fredde.
È un paese di belle promesse, di belle prospettive, di bei monumenti, di bello.
Di begli stronzi a pascolare con i nostri soldi dentro ad auto blu, di belle donne comprate e di belle speranze tritate in uno sminuzzacarte.
Di leggi che annullano le successive, di elasticità pari alle fettucce dei mutandoni di lana.
Rigidi per natura e morbidi per necessità, ma non virtuosa.
Posti di lavoro venduti come spezie in un mercato nemmeno tanto bello, venduti a brutti ceffi da battitori all’asta ubriachi.
Malcostume. Prostitute e favori. La cosa pubblica svenduta per un paio di servizietti.
E la crisi, gli ammortizzatori, gli investimenti che non si fanno con una cecità pari a quella di un tasso che esca alla luce del sole.
E poi arriva la ruota della fortuna o la roulette russa. Il posto ti resta o lo perdi?
E con quello che hai riuscirai a non sentirti una fetecchia tale da non riconoscere il tuo volto la mattina allo specchio, con tutti gli anni in fila davanti ai tuoi occhi che cosi tutti insieme non li avevi mai visti?
Non mi sento una rinunciataria se desidero andare via da questo posto.
Non mi sentirei sconfitta se avessi la possibilità reale di raccattare quelle due cose che ho e andare altrove, dove per esempio una persona conta più del peduncolo di uno spillo e dove costruiscono le strade per far muovere la gente e non promettono ponti e tagli dell’irap.
Che poi l’irap promettono di fargli il funerale da quando è nata e le corone sono state acquistate ormai da tempo, come da tempo sono pronti i coccodrilli per andreotti e invece scopriamo che vive e lotta in mezzo a noi, assieme a totò riina e bernardo provenzano.
E quasi viene da pensare in certi giorni che ce la si potrebbe fare, anche se non siamo del piddì.
Perchè al mattino scopriamo che tremilioni di cristiani hanno versato due euro per dire che vogliono un segretario dell’opposizione. Che lo vogliono. Che vogliono opposizione. Che non si nascondono.
Sei milioni di euro per non morire.
Mentre molti resistono con duecento euro al mese. E muoiono soli. Senza suina e senza pallottole.
Molti resistono anche senza nessuno che dia loro dignità, che li riconosca.
Molti di noi sono invisibili. Vivono in questo paese senza avere il tempo di lasciare la loro ombra, nemmeno una cicca di sigaretta che dimostri che son passati di lì.
Viaggiano leggeri.
Molti di noi vorrebbero andarsene, non perché si arrendono, ma perché vorrebbero andare in un luogo dove poter tornare a vivere.
Dove poter sentire ancora che essere italiani sia annusare il film di tornatore e ricordare quello che non sono più.
(E.)
Published in: on ottobre 26, 2009 at 10:49 am  Comments (15)  
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Breakfast in America

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

Indignazione silenziosa, di quelle impotenti, da hula hoop sul tiggì e da chi frega è più fico. Pagare per poter vivere. Come una scommessa. Chi offre di più. Dignità uno, dignità due, dignità tre. Aggiudicato. Un russo ci verrà a comprare. Un cinese ci farà le scarpe su misura, di cartone. Un giornalista chiedera` milioni per dire idiozie. Mentre centinaia di migliaia vorrebbero mille euro di salvezza. Per non scivolare. Andarsene potrebbe sembrare una sconfitta. Ma è la vera sfida forse. Via dalle logiche europee, dice Magalie. Lei che se ne è andata in Thailandia, senza certezze, solo sapendo che non sopportava più la vecchia Europa bofonchiona. E sabato ha i cartoni pronti per spostarsi ancora. A sud ovest, a Hua Hin, bord de mer, dice lei, che viene da Argences e lì ci torna solo quando ha nostalgia della matelote o del calvados. Che basterebbe solo avere il coraggio di perdere le abitudini e tornare a rischiare. Basterebbe per alzarsi una mattina e decidere che breakfast in america non è solo una canzone, ma anche un possibile piano per la giornata.

(E.)

Published in: on ottobre 23, 2009 at 9:42 am  Comments (13)  
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Nag champa on the burn

the pic is Sumo by ElectriqueKingdom

Ci sono giornate perfette che immagini, come una specie di cura a tutti i mali del mondo.
Come i pensieri superficiali, come le creme per le occhiaie, come i silenzi dopo un tuono lacerante nel cuore della notte.
Cure ad ogni male presente, futuro o passato. Cure come sciarpe contro il vento del mattino.
Che “contro” pare una guerra e vorresti comunque cancellare la parola.
Nei sogni capita di morire e di poterlo raccontare, come di volare e non cadere mai, di urlare contro un prete che non capisce nulla, di svegliarsi altrove senza aver fatto il tragitto che ti ci porti.
E così in alcune giornate, quando mentre tutti corrono verso le solite cose che li aspettano e sono rimaste ferme lì senza muoversi dal giorno prima, arriva il sole, che a dispetto di tutti, sta lì, nel suo posto fisso, che è quello da cui partire per costruire una famiglia.
Ci sono giornate in cui basta la musica giusta e l’incenso giusto da bruciare che tutto il resto pare un affannarsi di pesci nell’acquario.
Un paio di scarpe comode, se proprio sono necessarie, e due passi, dove passeggiare non sia un sacrilegio.
Giorni che paiono passeggiate.
Che restano nella mente ma ti pare di toccarli.
(E.)

Published in: on ottobre 20, 2009 at 9:01 am  Comments (7)  
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Life is short

photo by making coffee - porto - casa da musica
photo by making coffee – porto – casa da musica

A parte gli scongiuri, che ognuno fa o non fa, omofobi o meno, belli o brutti, intelligenti o bassi, ci sono notti che non vogliono decollare, come certe feste quando eravamo piccoli, in cui c’era tutto, c’erano tutti, musica e persone, salatini e mamme lontane e nessuno riusciva a far partire il motore. Notti di pensieri accavallati e di stati parainfluenzali e di parole ascoltate o su cui si è scivolati durante il giorno che si ripropongono come peperonate fuori stagione. Notti di coperte che paiono macigni e di viaggi inventati con parole fra il sonno e la veglia che paiono vere, che te le ricordi anche ad occhi aperti diverse ore dopo. Che ti appunti alla mente cose che invece perderai inesorabili. La verità è che i buoni libri non li scrivono più e che le compagne delle serate sono cornacchie che parlano da dietro gli schermi senza pudore alcuno. Quando il mondo gira per conto suo e non c’è verso di afferrarlo da un lembo della veste. Un mondo in cui tutto sembra possibile, vincere un premio nobel compreso. Il tempo che non esiste, poi, annulla del tutto la corsa forsennata di una vita che pur breve e unica che sia pare contare meno di una testa di un minerva. Nei giorni che si susseguono, che paiono sempre diversi ad una mente che cancella le cose vicine in modo inesorabile, può accadere tutto, di conoscere un barbagianni o di perdere completamente la testa per un paio di scarpe. E dal giorno in cui ti dicono che sei brava, al giorno in cui ti chiedono se hai fatto le scarpe a qualcuno, passa un soffio di vento. E potresti capire che hai sbagliato tutto quando hai deciso di non rischiare ancora e ti sei seduta sul letto del fachiro solo per un momento. Realizzare che se avessi preso sul serio quell’occhio fotografico o queste parole sgrangherate che avrebbero potuto fare la differenza, non del tuo conto in banca però, allora forse saresti più felice. Che felice è un aggettivo bastardo, perché si sa che è bugiardo e descrive un istante solo. E poi niente più. Mi resta la passione. Che anche se la vita dura il tempo di centrifugare due carote, forse restano piccole grandi soddisfazioni. Quelle di leggere i libri a scrocco nelle librerie, quelle di guardare il soffitto e di immaginare cose fantasmagoriche anche quando non ci sono, quelle di uscire al mattino dopo una notte insonne e pensare che anche se ti spremessero come un limone troverebbero sempre un sorriso da qualche parte. E che se parti, c’è sempre un luogo d’arrivo, anche se di passaggio.

(E.)

S’arrêter un moment

photo by BNCTONY

photo by BNCTONY

Cercare un attimo di silenzio pare un’impresa impossibile. Ho chiesto il permesso alla mia giornata, dopo un caffè di prendermi due minuti tutti miei. Il silenzio pare troppo, ho messo le cuffiette. Solo per lasciare tutto fuori. Tutto ad aspettare. Il vento ha pulito il cielo. Quasi quasi si vedono le montagne. Se fossi ad un piano alto le vedrei, come un miracolo, in questa piatta stazione di bus. E invece ho solo il vento e il cielo azzurro che così non l’ho mai visto. Un cielo che a Milano così lo trovi solo se metti un filtro alla camera. E i passi che faccio sono lenti, senza fretta, a tempo di musica, sulle corde di una chitarra. Se potessi mi lascerei alle spalle questo rumore, prenderei un giornale, ti prenderei per mano e ti porterei su una terrazza sull’oceano a dimenticare tutto. Insegnerei a questa giornata come si vive. Con gli occhiali da sole, un foulard leggero e un giornale. E un paio di occhi da guardare, al posto di questo schermo.

(E.)

Published in: on ottobre 13, 2009 at 9:10 am  Comments (10)  
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In tasca

bag to the future
bag to the future – detroit airport – photo by samirdiwan
Ho scoperto un mondo collegato a Detroit, e quindi ne riparlo, come quando si ripassa in un luogo che ci è piaciuto. Uno di quei caffè da giornale fresco da aprire al mattino, uno di quei luoghi dove ci piace andare per sentirsi meglio, che piacciono solo a noi e non ne conosciamo il motivo.
Il mondo di Detroit, dicevo. Si tratta di un mondo di fotografi che la amano, come fosse una sorta di musa strana, di quelle da scoprire e da interpretare, da spogliare e rivestire, che le belle donne nude piacciono di meno.
La verità è che sono invidiosa. Invidiosa di chi parte senza motivo. Con una macchina fotografica e poco altro. La pasta del capitano nel borsone e un paio di magliette pulite.
Partivo così parecchio tempo fa.
Qualunque tempo facesse. Nessuno scoraggiamento.
Avevo i capelli lunghi, vivevano una vita propria, maestosa.
Gli occhi erano sempre vivi e le gambe forti, sempre con gli scarponi, come se avessi paura di volare via senza.
E i viaggi erano il senso di tutto.
I momenti in cui tutto il resto trovava una ragione.
Avrei voluto lasciare tutto. Prendere il coraggio e lanciarlo via oltre frontiera.
E invece oggi cerco ragioni per inventarmi un viaggio nuovo, che non sia di lavoro o di famiglia.
E sto cercando una fotografia che mi dica dove, come se adesso una ragione sia necessario averla prima.
Che la responsabilità la misuriamo in ragioni e in scale di priorità.
Come se desiderare non bastasse.
Non è mai bastato. Avremmo fatto più sciocchezze di quante ne abbiamo fatte se fosse bastato.
Un po’ di incoscienza, questa era la mia musa.
Oggi è in tasca.
(E.)
Published in: on ottobre 9, 2009 at 10:55 am  Comments (9)  
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Scrivilo sui muri

photo by Luis de Diego

photo by Luis de Diego

Ho messo una scarpa dietro l’altra. In sequenza, senza pensare fossero le mie.
Ho preso la vita di un altro e l’ho messa addosso come si fa per una camicia.
Era fresca, sapeva di bucato ben steso, all’aria vera, non come fanno in molti qui che stendono dentro i bagni e i panni sanno di aria ammuffita e i bagni di bucato.
Ho creduto di poter parlare in una lingua che non conosco, perché mi sentivo un altro, semplicemente.
Un uomo o una donna non conta.
Un altro. In un altro posto.
Con i vestiti messi alla rinfusa, i colori anche.
Che ogni tanto si vorrebbe fare una follia.
Uscire col sole, prendere dei fiori e del pane, passeggiare. Senza fretta.
Passeggiare senza che le scarpe nuove stringano.
Senza che faccia troppo caldo o troppo freddo.
In un tempo mite e d’autunno.
Con le foglie pronte a cadere quando sei fermo a guardarle.
Un tempo Berlino.
Con un libro e una panchina, un caffè distratto e una mappa.
La vita di un altro restando noi.
Che quando andiamo via ci pare sempre che a nessuno importi se torniamo.
(E.)

Detroitification

planet detroit - photo by G. Martin

Planet Detroit - photo by G. Martin

Ci sono mattine che nascono attorcigliate, come rami di glicini intorno ai balconi. Alcune formano figure bellissime, nudi di donne, dita infinite, altre mostri inguardabili. Che la natura ci ricorda che noi possiamo sempre fare di peggio, perché il nostro occhio può distruggere e dare nuovamente vita. Bello e brutto in un attimo, cancellati o glorificati. La differenza fra un moncherino e la Venere di Milo.

Non sono mai stata in America, come in tanti altri posti, ma quei posti amo guardarli con gli occhi di chi ci vive. Nelle loro pupille, nascosta. Vivere in un luogo però non significa per forza conoscerlo. Nemmeno nascerci. E poi la cultura, le tradizioni, il cibo, le religioni, il colore della pelle, le nuances dei vestiti. E le culture imposte, quelle calzate come scarpe strette. E invece bisognerebbe spogliarsi e non avere alcun imbarazzo per gli altri.

Lasciare i vestiti e le rughe rotolare via, che la vecchiezza o la giovinezza rendono brutti coloro che le notano.

Anche se il confine fra il bello e il brutto è labile, così come fra il giusto e l’ingiusto. Gli occhi di chi guarda fanno la differenza. Quindi gli occhi, continuano a contare, come unico punto di distinguo fra l’esistenza e il non essere mai stati.

(E.)

Published in: on settembre 24, 2009 at 11:07 am  Comments (12)  
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