Wait for me

photo by pianococtail, for the music please put cheers darlin' of damien rice

Piano americano, piano medio. Interno sala d’attesa, Paris, CDG. Leggo con le dita leggere sulla copertina, leggo ascoltando musica, che non so quando sia iniziata; bello avere due cuffie che mandano ciò che a loro pare, senza chiedere il permesso. Annullare l’attesa, anche se l’attesa è tutto ciò che più di bello possa esserci prima dell’estasi. E se l’estasi non venisse? Se questo ingannare il tempo fosse solo inganno e niente altro? Se tutto il mondo ruotasse solo intorno a questa sala a questo sogno trasposto in questa attesa, su queste ruote, con questo libro? La musica sussurra nelle mie orecchie, come una carezza. Continuo a sognare cose strane, come se vivessi solo nei sogni ultimamente. E partissi nei sogni. E tornassi meno. Partire a vela e non restare. E attese lunghissime, di contorni disegnati, di colori diluiti. Attese di caffè rinunciati e di camicie non stirate. Attese di oboe. Di preludio.

(E.)

Annunci
Published in: on settembre 7, 2009 at 9:42 am  Comments (3)  
Tags: , , , , ,

Lost and found

meet us in lisboa - photo by memo vasquez

meet us in lisboa - photo by memo vasquez

A volte la strada è ipnotizzante.
Anche se e` la stessa tutti i giorni, vederla scorrere con una luce nuova o semplicemente com’è, pare un miracolo.
Pare qualcosa di meraviglioso.
Scorre anche lei, come se tutto il resto corra per lei e le dia fiato.
 
Ci sono strade che si vedono nelle immagini degli altri, strade di città, stradine che non hai mai visto, che si diramano magari da quelle che si fanno tutti i giorni.
Ci sono persone che le occupano, oggetti inanimati che si animano, storie che portano con loro, storie che raccontano senza dirle.
 
Certe mattine scorro nella strada, mi accorgo che ultimamente scorro parecchio.
Come se necessitassi di mutare pelle o di prendere il largo e lasciare la foce.
Ma vedere passare davanti le cose e lasciarle andare è quasi terapeutico.
Dicono che rimanere attaccati alle cose, afferrarle, sia un po’ come iniziare a perderle.
 
(E.)
Published in: on settembre 4, 2009 at 8:10 am  Comments (8)  
Tags: , , , ,

Made in Germany

la foto si chiama Guyanhole, di r3MS - Cap Ferret, dove vorrei andare, dicono che ci siano onde magnifiche, Aquitaine - France

la foto si chiama Guyan'hole, di r3M'S - Cap Ferret, dove vorrei andare, dicono che ci siano onde magnifiche, Aquitaine - France

Nuvolo, come se il cielo si sentisse in dovere di mostrarmi tutto il suo disappunto.
Domani lascio una città di scambio. Rientrano coloro che da sempre sono stati furbi.
Non ho mai fatto le ferie se non ad agosto.
Non ho mai seguito le partenze intelligenti, tutte in coda regolarmente.
Detesto i matematici del traffico, quelli che ti dicono ciò che non devi fare e che ti mostrano immagini di autostrade asfaltate di macchine.
Si parte quando si può, magari lo si facesse quando si vuole. Non a tutti è dato di scegliere.
Dal numero di telefonate in ufficio capisco che tutti possono adesso.
Prima era una furbata.
Scarico di lavoro su quelli che restano.
 
Superata la fase sputacchiata indistinta, spiego il titolo, o meglio lo metto steso al sole che prende colore.
Le cose fabbricate in Germania sono per antonomasia perfette, competitive, veloci anche a quarant’anni come Schumacher. Eleganti e potenti. Sanno di acciaierie e di cose minute, piccole e impeccabili.
I tedeschi che conosco sono apparentemente rudi, elastici come le fibbiette delle mutande strette, spesso in vena di fare lezioncine di lavoro e non sempre in grado di mettere a frutto i loro stessi dettami. Birra e parole in altre lingue sventolate con un sorriso a denti larghi.
E gli altri tedeschi che conosco sono leggeri come una brezza estiva, anticonformisti, liberi come un’onda che viene attraversata da qualche temerario. Piacevoli conversatori, rigidi nel bere un caffè dopo le diciassette.
 
La partenza e la Germania apparentemente non c’entrano, anche perché per me Germania vuol dire anche lavoro. E la partenza è l’allontanamento, la voglia e il bisogno di andare, di diventare onda, per dimenticare e ricostruire.
E a volte sono tedesca. E tocca ricordarmi che i capelli scuri e gli occhi altrettanto non stanno lì a caso, servono a rammentare che spegnere il motore ogni tanto serve.
Se non altro per farlo girare bene alla futura accensione, per non affaticarlo.
Poi non so nemmeno se sia vera ‘sta cosa, non mi intendo di motori.
E appunto a unire me, tedesca, e la Germania e la stravaganza dell’immaginazione, una delle scorse mattine, in dirittura d’arrivo comunque, visto che la parola arrivo è scritta sulle ore diciassette di oggi, mi sono svegliata con alcune parole ancora sulle labbra, immagini arrotolate e ancora come una mano che mi trascinava dentro, dentro a quei sogni cosi bizzarri che ho lasciato a macerare in questi giorni, come la frutta nelle bacche di vaniglia, a prendere profumo, a prendere un altro senso.
Ero a Francoforte. Sono anni che devo andarci. Ero lì consapevole d’esserci per lavoro, ma insolitamente seduta in un bar all’aperto in discesa.
Non so cosa possa significare la discesa, ma percepisco ancora la visuale nella mente. Un paio di vasi rettangolari davanti, con verde di qualche tipo e una discesa di asfalto, come vicino a Santa Maria Maggiore a Roma.
Giornale, come fosse domenica, aperto sul tavolino, caffè, non tedesco, sulle labbra e tepore. Piacevolezza.
D’un tratto un caos. Una sommossa popolare, disordini, rumori, colpi d’arma da fuoco. Corse di gente davanti al mio tavolino. Mio da dieci minuti.
Un uomo, turco, come turca sono sembrata io ai turchi a Istanbul dieci anni fa, si avvicina a me, correndo e cercando di attirare la mia attenzione.
Intuisco che c’è da andare e di corsa anche. Lui mi tira da un braccio e io mi divincolo e rimango seduta, con la mia giacca aperta, di lino, e i sandali. In perfetta visuale soggettiva con le mani sul telefono.
Chiamo. Cerco una persona. Una con cui ho litigato peraltro tre anni fa. In un modo eclatante. Via e-mail col mondo in copia, superiori e non, in modo che nessuno avesse dubbi che ci fosse del tenero.
Ricordo un bel “porca miseria” scritto bene, senza errori, nell’oggetto della e-mail, che parlava del fatto che avrei dovuto imparare certe cose prima di parlare e di chiedere spiegazioni su un disguido, che disguido non era stato.
Questa lite fu fatta finire, per sfinimento, a Parigi, dopo fiumi di birre e di riflessi di luce sul cranio del soggetto. Privo di capelli, di bianco sotto agli occhi, ma non di spirito.
Dunque chiamo lui nel sogno. Lo cerco. Adesso lo trovo anche molto simpatico peraltro.
Lo chiamo e risponde la sua voce in segreteria. Una voce chiara e ironica.
“per qualunque emergenza inviate una mail a nome.cognome@nomedellaconcorrenza.com” . Sì, ho sentito bene.
E` passato al nemico.
Insisto, penso che sto sognando che diamine! e devo pensare anche alla concorrenza.
Vedo nel frattempo gente fuggire e ombrelloni verdi bordati di bianco ondeggiare al passaggio, sole pigro e improbabile e dita sul telefono, il mio, a cercare il tedesco.
Risponde. Sorride, mi dice di calmarmi.
Gli chiedo cosa fare. Sono pietrificata mentre qualcuno spara.
Lui ascolta in silenzio e senza scomporsi mi dice di chiamare un tassì e di chiedere di portarmi presso “vattelapesca.de”.
E io gli chiedo: – Ma come? Che ne sa il tassinaro di vattelapesca? Una via? Un indirizzo?
E lui: – Tutti sanno di vattelapesca, chiama il taxi e non fiatare, si tratta solo della tua immaginazione se tutto questo ti pare insormontabile.
Interrotto. Sveglia che suona con la radio.
Arrivo in ufficio e gli mando una mail. Gli dico cose bizzarre, non di lavoro, gli accenno qualcosa. Invio.
Autoreply. Sono in ferie, per urgenza chiamate imieicolleghi.germania@compagnia.com
Allora cerco vattelapesca.de, che non ho mai sentito.
Sono curiosa di sapere se esiste, sono le ultime parole che ricordo. Vat-te-la-pe-sca.
La trovo.
Telefonia per aziende.
Come? Telefono che dice telefono?
Un dito su un telefono mi appare nella main page.
Credo che mi volesse dire di prendermi una vacanza.
Credo che il mio lato tedesco prenderà una vacanza.
La mail che gli ho inviato però non posso farla tornare indietro.
Se mi chiede spiegazioni userò la scusa dello stress e proverò a cavarmela così.
Porca miseria non me lo leva nessuno, ma stavolta sarà ironico e magari stavolta ci vado a Francoforte.
(Scappo da Milano, torno dopo aver finito tutta l’onda)
(E.)
Published in: on agosto 7, 2009 at 10:39 am  Comments (8)  
Tags: , , , ,

Portarsi via

a photo by MarkyBon

a photo by MarkyBon

Torno, che non mi sono accorta di partire. Torno con un ripieno agrodolce, di quelli che non sempre ci stanno bene. Sull’amatriciana non puoi metterci l’aceto. Torno, cercando nello scorrere sulle rotaie un motivo per essere felice. Ne trovo tanti e altrettanti che negano. In una sorta di lavagna che si proietta sul finestrino aperto sull’appennino. Una lavagna che nelle gallerie mi mostra il mio volto, con gli occhi socchiusi e le luci gialle di contorno. E poi ancora fuori, a cercare segnali, di colore, di nuvole, di uscita. E rincorro le strade, le vedo contornate di erba fresca, di timidi fiori. Rincorro le strade di ponticelli, di bordi accennati, le rincorro e le vedo diventare viottoli, poi sterrati, poi ancora strade, e poi asfalto e strisce di mezzeria. Poi di nuovo ciottolati e morbidezza di salite e discese. Si arrampicano sui monti, tagliano severe la pianura, i campi arati, quelli con le zolle vive, quelli con l’erba alta a cancellare la terra. E immagino dove finiscano queste strade. Perché le strade finiscono, vero? Hanno tutte un posto dove portarsi via. Lo spero per loro almeno.

(E.)

Published in: on luglio 27, 2009 at 10:40 am  Comments (7)  
Tags: , ,

Chiedi alla polvere

Saskatchewan – Felix Constantinople

Saskatchewan – Felix Constantinople

Giornate convulse, fatte di fiato rincorso, di esilio.
Esilio da se stessi.
Giornate di parole arrotolate e di altre sparpagliate a caso. Fatte entrare dalle orecchie o respinte, fatte circolare dentro e fuori senza lasciare traccia o pesate come fossero once di metallo prezioso.
Lingue fuse insieme, pensate da sole. Lasciate su una tastiera inglese, senza accenti, ritrovati sui simboli quando c’è tempo o dimenticati lì senza grossi rimorsi.
Parole di madre, in una casa vuota e enorme, senza mobili, che sgombera i resti di una famiglia che non ha mai avuto. Parole raccontate di fratelli coltelli, limati a dovere e pronti all’attacco, anche con sessant’anni a cranio. Mai domi, infelici e tristi, come gli intellettuali di cui sto finendo il libro.
E penso ai posti dove non sono mai stata. A posti lontani che non ci è concesso di raggiungere, alla Siria e al Medio Oriente tutto, che sento come il mio nocciolo.
All’America che rimane sempre troppo grande. Alle nostre case carbonizzate e a quelle cadute. A quelle in piedi che ci aspettano tutti i giorni, vuote. Con la penombra a combattere il caldo e le pale dimenticate accese al soffitto.
Al tempo che ci spezza. Che ci frantuma e non ci restituisce tutti i pezzi.
Alle persone smarrite, a quelle che vorremmo raggiungere per sfiorare loro il pancione e dire che siamo lì e che non ce ne andremo.
Alle persone che non si vedranno mai più e che all’improvviso ritrovi su un aereo che ti sorridono. A quelle che non saranno mai tutte insieme nello stesso posto.
A tutti i baci sperperati e a quelli dosati. Ai sentimenti spesi e mai restituiti. A quelli rimborsati sul 730 e alle case che non avresti mai voluto vendere, perché lì c’era il tuo essere, il tuo sudore. E alle pareti da ritinteggiare.
Che mettersi a ritinteggiare fa bene.
Pulisce i muri e i pensieri tutti insieme.
E a tutta la polvere intorno.
Quella che divora tutto.
(E.)

Esilio e nuvole

una panchina di Genova - Andrea Pompilio

una panchina di Genova - Andrea Pompilio

Le panchine hanno una loro storia, dicono le prime parole fra le stecche di metallo, fresche di vernice odorosa, appaiono comode a chi ha le scarpe strette, a chi cerca refrigerio nell’angolo in ombra. Spesso affiorano, come foglie su uno stagno, quelle che hanno avuto un senso, le panchine amate, quelle dimenticate, quelle sotto gli alberi, quelle al sole, quelle di fronte al mare.

Una panchina a Villa Ada, a Roma, accanto ad un albero molto alto, col tramonto rosato di un giugno modesto, con i bonghi in sottofondo. Un libro di compagnia o un bacio rubato con un vestito leggero.

Le panchine dei boulevards di Parigi o di Montmartre, le panchine su cui finivo, sfinita, dopo lunghe camminate a scrivere le parole nuove che avevo imparato, il senso dei silenzi e delle pause fra di loro.

Quelle di Stoccolma al Djurgården, davanti ad un mare increspato di ottobre, con i colori caldi dell’autunno e le cuffie nelle orecchie.

Panchine dimenticate e solitarie, nascoste sotto rientranze che non vedi, cucite fra il verde e il muro, di legno masticato dal vento e dalla pioggia, vuote e ospitali, riparate ed esposte.

Ci sono luoghi che non ti aspetti, congelati nella memoria o svaniti ma pronti a tornare, arrampicati sulle stecche di legno sino in cima. E ci sono panchine sbocciate come fiori nei ricordi di fotogrammi. Le panchine dei film.

La panchina di Sweet November sulla quale ho versato due lacrime silenziose, una panchina non usata, lì sullo sfondo di un’alba di commiato, quella di Monty della 25a ora, quella di fronte all’Hudson, sempre all’alba dell’ultimo giorno concesso, muto, intenso, immobile. La panchina di Will Hunting, di quelle che ricordi le parole una per una, perché “sei solo un ragazzo, tu non hai la minima idea delle cose di cui parli”.

E le panchine di saluto, dolenti come quelle di Dostoevskij, belle e profonde come un ultimo respiro prima dell’apnea o dell’oblio, prima di finire tutto e tornare a casa. Le panchine di Amburgo, che suonano nelle parole di Capossela. Esilio e nuvole, dice. Che pare raccontare della panchina di Beckett, quella dove conosce Lulu e dove va a cercarla poi per ritrovarla. Panchine all’alba o al tramonto, panchine di passaggio, indecise. Fra il buio e il giorno. Fra i desideri e le stagioni. Che corrono veloci davanti a loro, corrono per arrestarsi sulle foglie cadute, per poi volare sbattute dal vento. Panchine di sostegno. A ricordi.

Ho prenotato una sosta alla Feltrinelli questo sabato. Se piovesse non sarebbe grave. Comprerò libri. Per panchine.

(E.)

p.s. sotto la foto due canzoni: Amburgo e Fatalita` di Vinicio Capossela
Published in: on giugno 25, 2009 at 11:50 am  Comments (11)  
Tags: , , , , ,

Due dita

rosa pomar e la carnation revolution

rosa pomar e la "carnation revolution"

Svegliarsi un po’ è come strapparsi uno per uno i sogni, appesi ad asciugare, sogni di bianco e di nero con colore a sprazzi. Scollare i bordi di una scatola che contiene perline. Tenere nei palmi l’unica acqua rimasta a dissetare.

Svegliarsi. O tornare. Un po’ lo stesso.

Rimettere i pezzi insieme, disfare le valigie o lasciarle lì ad aspettare come se la porta fosse stata chiusa solo per un minuto e i piedi scalzi lo restassero solo il tempo di un sorso d’acqua a canna davanti al frigo.

Tornare e tornare adulti. Senza scampo. Come se si potesse regredire, ma solo nel sonno o nel viaggio.

Diventare due dita, piccole, e non avere paura del mondo, grande.

(E.)

note: ancora spunti, per non perdere le buone abitudini, oggi e` la carnation revolution.

Vecchia signora

la foto e` di terry hollis, qui sotto la minuta del mio ritorno a casa di ieri, da Roma a Milano
Come una vecchia signora. La sensazione è nitida. E la sento naturale.
Ma è la prima volta.
Distante dalle creste viste in stazione. Distante dalla ragazza che mi sta affianco con gli occhialoni perfettamente tondi anni settanta che ha praticamente dormito per tutto il tempo o ha dispensato consigli ad amiche in crisi con tono consapevole e compassionevole.
Diversa e un po’ snob, anche. Diversa anche se ieri m’hanno dato della signorina ed ero con mia madre. Complimento per me o per lei non so. So che a lei ha fatto piacere e io adesso in questo posto su un treno che mi riporta a casa mi sento una vecchia signora.
Di quelle da the e silenzio.
Ma non c’è verso. Il silenzio posso solo immaginarlo. E la vecchia signora mi fa compagnia.
Oltre al languorino e al fatto che ho ceduto il mio posto alla occhialuta, senza dirlo, per pura atarassia, che mi sono affrettata a chiamare nella cassa di risonanza del mio cervello signorilità.
Ma cosa appaio da fuori? Mi accorgo che mi è sempre importato un po’ e adesso, in questo istante, per nulla.
Ho persino fotografato dei ragazzotti in stazione. Con gli anelli al naso. Accucciati a terra.
Per sentire cosa provavano quando gli altri guardavano me a vent’anni.
E non mi importa nemmeno.
Solo questa sottile ma non conservatrice consapevolezza della vecchia signora.
Se ci fosse mia madre direbbe parla per te. Lei che da oltre dieci anni dichiara la stessa età che pare al di sotto della soglia del ridicolo. Per lei s’intende.
Ecco, torno a casa. E sento nelle mie vene, nelle mie scarpe una vecchia signora.
Non dispensatrice di saggezza. Ma amabile e rompipalle.
(E.)
Published in: on maggio 18, 2009 at 2:46 pm  Comments (7)  
Tags: , , , , ,

Bangkok chiama Milano

C’était un accident.
Je ne sais pas comment mais c’était un accident imprévu. Comment tous les accidents.
Prendevo un caffè davanti allo schermo, leggevo distratta notizie che i miei occhi accarezzavano come un vento a caso, con direzione mutevole.
Ho incontrato un’amica. L’ho vista accesa e l’ho salutata. Vive a Bangkok. L’ho incontrata e mi ha detto che anche lì, luogo dove è scappata per allontanarsi da un occidente divoratore, fa fatica.
Lei a cui è sempre bastato un tetto sotto cui stare, il suo compagno e una buona connessione.
Ha percepito il mio senso di impotenza di fronte al suo comme ci comme ça, che sapeva di maluccio ma non lo dico.
E ho ricordato l’accidente, quello che me l’ha fatta incontrare. Tanti anni fa, che pare davvero che quella me fosse un’altra.
Un banale accadimento, lungo alcune scale in discesa, io in discesa, lei in salita.
Eravamo entrambe giovani, in una città straniera per entrambe. Un lodge a camere, nella mia tripla due spagnole, lei in quattro, con francesi, loro cercano sempre di stare fra di loro.
Un accidente come tanti, che si ripetono e non per forza quelle persone poi rimangono nel tempo.
E poi altri accidenti, tutti in fila. I nostri viaggi incrociati, le nostre serate a parlare, i locali psichedelici di una Londra estiva e sgangherata. La periferia da camminare insieme, in zona due.
E il silenzio di certe giornate, che bastava quello, per fortuna, per farsi capire.
Quando per me casa era lontana e non sentivo una parola in italiano da mesi se non attraverso il telefono, dentro le cabine rosse.
E poi sono tornata, lei anche, ma solo per un po’. Nella sua Argences, che ho visto di corsa, in mezzo ad una Normandia gelata, di correnti e di tetti, di un Calvados di pochi abitanti ma di tanti sogni. Scappati, fuggiti.
E poi è andata. Si è scaldata a Montpellier, fra altra verde Inghilterra e il Sud Africa del suo David.
E poi è di nuovo fuggita.
Mag. Lei. Un accidente di guance tonde. Sulle scale di un lodge.
E l’ho sempre vista scorrere, come un filmato. Davanti agli occhi, scorreva.
Si fermava, adottava due piante, le ospitava nella sua valigia prima di ripartire per poi piantarle dove sarebbe andata.
E l’ultima volta che l’ho vista in carne ed ossa eravamo a Roma. Io avevo smesso di correre.
L’ho lasciata che prendeva un caffè con la Thailandia davanti, poco fa.
Lo prendeva e diceva che le cose non vanno tanto bene.
Ma sarà perché lavora solo la settimana prossima, questa no.
E come si dice in Francia, dalle sue parti, le travail, c’est bon pour la santé, quindi, riacquisterà il buonumore.
Non sono mai stata in Thailandia. Ma a casa sua ho il mio posto, ero seduta accanto a lei nel suo pomeriggio, con la mia mattina.
Un accidente.
(E.)
Published in: on maggio 13, 2009 at 10:58 am  Comments (5)  
Tags: , , , ,

Travelling without moving

la foto è di FredArmitage

Sono in partenza andata-ritorno immediati per Roma (lasciate un messaggio sarete ricontattati al più presto).
In periodo di programmi per le vacanze, che definirò come sempre all’ultimo momento, rifletto sui mille viaggi che ho fatto anche stando ferma.
E sono grata al tempo che è stato, come al tempo che sarà.
La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo. (Pessoa – Il libro dell’inquietudine).

(E.)

Published in: on luglio 14, 2008 at 7:43 am  Comments (17)  
Tags: , ,