Paris, dimanche

the photo is mine

Un tramonto come un altro. Tinto di arancio in fondo. Il vento sparpaglia le cose senza senso. Capelli, emicranie, foglie dimenticate, colori, belle ragazze, fontane intirizzite dal freddo, una musica sottile che accompagna la vista delle case sotto ad un cielo che ha ospitato il sole e sa che può farlo ancora. Il cielo di una domenica da cartolina, di lunghe passeggiate come se il tempo avesse smesso di passare e fosse rimasto lì ad osservare. Cercare una meta al di là del Ponte George V, dietro ad alberi nudi e di bandiere stese a sventolare, in un tripudio di rumori a ricordare che anche se tutto corre lì sotto qui c’e` qualcuno che sa aspettare. E persone e volti e ancora strada, di tassisti con l’auricolare, di giacconi pesanti e di bistrots sempre troppo pieni. Di odori mescolati, di africa e di occidente. Arrivare a Chatelet e non sapere il proprio nome, ricordare flebile che la mente tutto può e non è ancora il tramonto, c’è ancora tanto da vivere. Torno a casa. Un po’ più sola e fredda, con le tasche vuote e le dita che stringono un trolley azzurro, confusa dalla fretta e dal rumore. In un cerchio immaginario, con il freddo fuori e il caldo dentro, con il passato recente negli occhi e la voglia di chiuderli per non perdere nulla. Come si fa con le scatole che conservano i nostri ricordi.

(E.)

Published in: on gennaio 18, 2010 at 3:22 pm  Comments (16)  
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Made in Germany

la foto si chiama Guyanhole, di r3MS - Cap Ferret, dove vorrei andare, dicono che ci siano onde magnifiche, Aquitaine - France

la foto si chiama Guyan'hole, di r3M'S - Cap Ferret, dove vorrei andare, dicono che ci siano onde magnifiche, Aquitaine - France

Nuvolo, come se il cielo si sentisse in dovere di mostrarmi tutto il suo disappunto.
Domani lascio una città di scambio. Rientrano coloro che da sempre sono stati furbi.
Non ho mai fatto le ferie se non ad agosto.
Non ho mai seguito le partenze intelligenti, tutte in coda regolarmente.
Detesto i matematici del traffico, quelli che ti dicono ciò che non devi fare e che ti mostrano immagini di autostrade asfaltate di macchine.
Si parte quando si può, magari lo si facesse quando si vuole. Non a tutti è dato di scegliere.
Dal numero di telefonate in ufficio capisco che tutti possono adesso.
Prima era una furbata.
Scarico di lavoro su quelli che restano.
 
Superata la fase sputacchiata indistinta, spiego il titolo, o meglio lo metto steso al sole che prende colore.
Le cose fabbricate in Germania sono per antonomasia perfette, competitive, veloci anche a quarant’anni come Schumacher. Eleganti e potenti. Sanno di acciaierie e di cose minute, piccole e impeccabili.
I tedeschi che conosco sono apparentemente rudi, elastici come le fibbiette delle mutande strette, spesso in vena di fare lezioncine di lavoro e non sempre in grado di mettere a frutto i loro stessi dettami. Birra e parole in altre lingue sventolate con un sorriso a denti larghi.
E gli altri tedeschi che conosco sono leggeri come una brezza estiva, anticonformisti, liberi come un’onda che viene attraversata da qualche temerario. Piacevoli conversatori, rigidi nel bere un caffè dopo le diciassette.
 
La partenza e la Germania apparentemente non c’entrano, anche perché per me Germania vuol dire anche lavoro. E la partenza è l’allontanamento, la voglia e il bisogno di andare, di diventare onda, per dimenticare e ricostruire.
E a volte sono tedesca. E tocca ricordarmi che i capelli scuri e gli occhi altrettanto non stanno lì a caso, servono a rammentare che spegnere il motore ogni tanto serve.
Se non altro per farlo girare bene alla futura accensione, per non affaticarlo.
Poi non so nemmeno se sia vera ‘sta cosa, non mi intendo di motori.
E appunto a unire me, tedesca, e la Germania e la stravaganza dell’immaginazione, una delle scorse mattine, in dirittura d’arrivo comunque, visto che la parola arrivo è scritta sulle ore diciassette di oggi, mi sono svegliata con alcune parole ancora sulle labbra, immagini arrotolate e ancora come una mano che mi trascinava dentro, dentro a quei sogni cosi bizzarri che ho lasciato a macerare in questi giorni, come la frutta nelle bacche di vaniglia, a prendere profumo, a prendere un altro senso.
Ero a Francoforte. Sono anni che devo andarci. Ero lì consapevole d’esserci per lavoro, ma insolitamente seduta in un bar all’aperto in discesa.
Non so cosa possa significare la discesa, ma percepisco ancora la visuale nella mente. Un paio di vasi rettangolari davanti, con verde di qualche tipo e una discesa di asfalto, come vicino a Santa Maria Maggiore a Roma.
Giornale, come fosse domenica, aperto sul tavolino, caffè, non tedesco, sulle labbra e tepore. Piacevolezza.
D’un tratto un caos. Una sommossa popolare, disordini, rumori, colpi d’arma da fuoco. Corse di gente davanti al mio tavolino. Mio da dieci minuti.
Un uomo, turco, come turca sono sembrata io ai turchi a Istanbul dieci anni fa, si avvicina a me, correndo e cercando di attirare la mia attenzione.
Intuisco che c’è da andare e di corsa anche. Lui mi tira da un braccio e io mi divincolo e rimango seduta, con la mia giacca aperta, di lino, e i sandali. In perfetta visuale soggettiva con le mani sul telefono.
Chiamo. Cerco una persona. Una con cui ho litigato peraltro tre anni fa. In un modo eclatante. Via e-mail col mondo in copia, superiori e non, in modo che nessuno avesse dubbi che ci fosse del tenero.
Ricordo un bel “porca miseria” scritto bene, senza errori, nell’oggetto della e-mail, che parlava del fatto che avrei dovuto imparare certe cose prima di parlare e di chiedere spiegazioni su un disguido, che disguido non era stato.
Questa lite fu fatta finire, per sfinimento, a Parigi, dopo fiumi di birre e di riflessi di luce sul cranio del soggetto. Privo di capelli, di bianco sotto agli occhi, ma non di spirito.
Dunque chiamo lui nel sogno. Lo cerco. Adesso lo trovo anche molto simpatico peraltro.
Lo chiamo e risponde la sua voce in segreteria. Una voce chiara e ironica.
“per qualunque emergenza inviate una mail a nome.cognome@nomedellaconcorrenza.com” . Sì, ho sentito bene.
E` passato al nemico.
Insisto, penso che sto sognando che diamine! e devo pensare anche alla concorrenza.
Vedo nel frattempo gente fuggire e ombrelloni verdi bordati di bianco ondeggiare al passaggio, sole pigro e improbabile e dita sul telefono, il mio, a cercare il tedesco.
Risponde. Sorride, mi dice di calmarmi.
Gli chiedo cosa fare. Sono pietrificata mentre qualcuno spara.
Lui ascolta in silenzio e senza scomporsi mi dice di chiamare un tassì e di chiedere di portarmi presso “vattelapesca.de”.
E io gli chiedo: – Ma come? Che ne sa il tassinaro di vattelapesca? Una via? Un indirizzo?
E lui: – Tutti sanno di vattelapesca, chiama il taxi e non fiatare, si tratta solo della tua immaginazione se tutto questo ti pare insormontabile.
Interrotto. Sveglia che suona con la radio.
Arrivo in ufficio e gli mando una mail. Gli dico cose bizzarre, non di lavoro, gli accenno qualcosa. Invio.
Autoreply. Sono in ferie, per urgenza chiamate imieicolleghi.germania@compagnia.com
Allora cerco vattelapesca.de, che non ho mai sentito.
Sono curiosa di sapere se esiste, sono le ultime parole che ricordo. Vat-te-la-pe-sca.
La trovo.
Telefonia per aziende.
Come? Telefono che dice telefono?
Un dito su un telefono mi appare nella main page.
Credo che mi volesse dire di prendermi una vacanza.
Credo che il mio lato tedesco prenderà una vacanza.
La mail che gli ho inviato però non posso farla tornare indietro.
Se mi chiede spiegazioni userò la scusa dello stress e proverò a cavarmela così.
Porca miseria non me lo leva nessuno, ma stavolta sarà ironico e magari stavolta ci vado a Francoforte.
(Scappo da Milano, torno dopo aver finito tutta l’onda)
(E.)
Published in: on agosto 7, 2009 at 10:39 am  Comments (8)  
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14 luglio

stay-tuned

I treni vanno a ballare nei musei a pagamento

prepare for landing - di Ault

prepare for landing - di Ault

Le vacanze sembrano ancora lontane. Appena arriveranno saranno già alle spalle, come tutti i presenti, tutti i presenti della nostra vita che diventano passati prima di sbattere le palpebre. Gli eventi sbattono sui nostri scogli, si schiantano come fulmini senza patria sugli oggetti che delimitano il nostro orizzonte.

Le vacanze paiono lontane. Le sento arrivare ma non so come andare a prenderle. Un tempo incomprensibile. Pioggia di notte da non farci dormire. E giorni di promesse, di cantieri roventi, di asfalti posati e di residence nuovi di zecca per i capi di stato. Compagnie di assicurazione che risarciranno i francesi dei giorni di sole mancati. I treni, gli aerei, i mezzi di trasporto, di locomozione, i mezzi che permettono di partire, di arrivare.

Scommettere. Come il superbowl. Come il lotto, numero star e tanti saluti e grazie. Non so quante caselle annerire, quanti numeri. Ti guardano come fossi sceso da marte.

Non si vince se non si gioca. Non si gioca se non si vince. Non si vince. Soddisfatti o rimborsati. Scommettere sull’arrivo, sul buon esito, sul numero di singhiozzi consecutivi. Scommettere sugli anni di vita del proprio cane. Scommettere sul numero di centimetri di pioggia caduti, sulle stelle che si contano in una notte intera, sui passi che ci separano dalla meta, sull’uscita dalla crisi, sui chilometri con un litro, sui giorni dall’apocalisse. E poi si va alla cassa, con lo scontrino. Un premio qualunque, purchè questa appaia come la nostra giornata.

Prego, gratti pure lei.

(E.)

p.s. per la musica cliccate qui

Otto per Mills

Tempo di dichiarazione di redditi, tempo infame per molti. Non l’ho mai vissuta così, forse perchè non ho mai avuto tanti soldi da poter dire che pago troppo. Botte da orbi e Torino pare in questi giorni l’unica parte d’Italia che non sia ipnotizzata da Letizia e Moratti. E dai soldi facili, da quelli che non si dichiarano e da quelli che paiono piovuti dal cielo. A miracol mostrare. Ma basta parlare del nostro Premier. Lasciamolo fare ai suoi avvocati. E alle sue televisioni. Ai suoi giornali. Ai suoi dipendenti. Ai suoi elettori.

100 euro di multa per aver detto “Ti vedo, Sarkozy”. Un professore di filosofia è stato multato di 100 euro dalla polizia giudiziaria, per aver gridato in cinque minuti una sessantina di volte (contate anche) quella frase durante una perquisizione della stazione di Marsiglia, costringendo la polizia che effettuava le perquisizioni ad interrompere (per molestie uditive?) la missione che stava svolgendo.

Ecco. Ogni tanto scopriamo che stanno peggio di noi. E sorrido ancora per l’imposizione che la sentenza diventi esecutiva dato l’ammontare dell’ammenda. Non si puo` fare appello se il valore non superi i 150 euro. Ogni tanto la magistratura non è contro il regime.

Mi sa che qualcuno va a farsi processare Oltralpe. Nel frattempo pensate ai vostri soldini e devolvete.

(E.)

Published in: on maggio 20, 2009 at 9:37 am  Comments (8)  
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Chercher à noyer le poisson

Maker: Eadweard J. Muybridge (1830-1904) Title: Jumping; running straight high jump – Date: ca. 1884 – 1887 – George Eastman House Collection

La cosa che mi ha sempre affascinato, a parte la lingua in sé e il suo attraversare i tempi, le tempeste, le carestie, le influenze, le conquiste e le disfatte, sono certi modi di dire, unici.

E ci sono certi scenari deliziosi su cui far muovere i nostri personaggi, come maschere di teatro, maschere di gesso, tragiche e grottesche.

Fare cedere una persona, snervandola. Tramortirla, sino a farle dimenticare il motivo del contendere.

Sono un po’ così anch’io, ma sorrido al solo pensiero di essermi messa così sul bancone del pesce. Nuda.

Ma ci sono mercati e mercati e taluni pescivendoli sui moli delle nostre isole siciliane per esempio, come delle isolette greche poco affollate di turisti, hanno il loro fascino e la loro poesia rugosa, nascosta sotto strati di sale e di vento scolpiti sugli zigomi.

Ma l’espressione, noyer le poisson, evoca i tempi moderni e le corse di chiacchiere verso il nulla, non tanto l’abilità del pescatore di fare cedere il pesce che ha già abboccato dal proseguire a muoversi vorticosamente, lasciandolo in una pozzetta d’acqua, in poco spazio da fargli perdere le forze. Da l’epuiser, direbbero i francesi.

Alludo alle chiacchiere distraenti, alle tecniche di marketing del distrai il cliente per fregarlo meglio. A certe caricature di ammaliatori di serpenti, di casanova da quattro soldi, di parroci di campagna in delirio di onnipotenza.

Alludo a questo mondo che rotola giù senza mister muscolo, in un ingorgo di inutili chiacchiere che viene voglia di spegnerlo e di dormire.

Eppure il sonno tarda ad arrivare.

(E.)

Published in: on maggio 5, 2009 at 10:29 am  Comments (3)  
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Musique silencieuse


L’homme moderne stressé, devrait écouter de la musique silencieuse di Benoit.P

L’uomo stressato dovrebbe ascoltarla, dice Benoit.
Illuminante.
Per elevarsi dalle sue miserie.
Ma perché silenziosa?
Come si fa uno show di musica silenziosa?
Stamattina sentivo la musica negli occhi, una musica che non fa rumore, ma che si infrange e rincuora, precipitando sulle lenti abbrustolite per guardare il mondo.
Mai vista la luce quando finisce fra l’occhio e la lente?
E proietta sulla lente l’immagine delle proprie palpebre, con le ciglia e le pieghe?
Ho pensato a quanti anni sono passati dalla prima volta e a quante volte ho cercato di vedere la pupilla e le efelidi.
Ho pensato alle pieghe nuove e ho pensato a quante ne vedrò nei prossimi anni.
La musica della luce sulle pieghe.
Ho visto nelle linee la mia vita, senza far rumore.
L’ho vista senza poterla toccare.
Proiettata come un quadro astratto, carica di note e di curve.
Musica, per chi ha gli occhi per poterla ascoltare.
Ho immaginato il tempo che vedrò cantare sui miei occhi e sugli angoli di questo concerto di luce, tutto privato, e a quando ricorderò linee dritte e suoni puliti, incontrando onde increspate e suoni dolenti.
(E.)

P.s. per riflessioni supplementari vi invito fortemente a cercare in Proust la sua visione della musica, anche silenziosa,  il libro di Götting “La Symphonie Silencieuse”, Jef Lee Johnson e “la Chanson silencieuse” e gli esperimenti di Bell Orchestre.

La cagoule

In Francia si cerca di interdire la presenza di incappucciati nelle manifestazioni.
Una sorta di protezione dalla immunità dell’anonimato.
L’anonimo è violento. La propria faccia fa la differenza.
L’essere riconosciuti, scoperti.
Proibire il nascondersi.
Proibire. Nascondersi.
Vorrei poter pensare che il primo verbo possa aver senso senza essere collegato a schiacciare.
Vorrei poter pensare che i modelli cui ci si ispira siano davvero tali. Integri uomini che fanno il loro dovere.
Che mettono la loro faccia, che si sottopongono al giudizio senza fuggire, senza nascondersi.
Eppure quei modelli proibiscono per nascondere. Di essere colpevoli.
Come chi indossa la cagoule per fare del male.
Fosse facile cancellare il male tagliando i cappucci.
Fosse facile fermare gli scemi con un bavaglio.
Gli scemi li fermi insegnando loro che chi sbaglia paga, sempre, anche se è il re.
(E.)

Published in: on aprile 9, 2009 at 10:16 am  Comments (18)  
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Non tutti i mali

la foto è del solito, bravo, BNCTONY (Tony Aubry)

Giusto il tempo di espatriare per tornare e rendersi conto.
Che la primavera accarezza le finestre.
Che c’est Fini.
Che le barzellette sono sempre le stesse e non fanno più ridere.
Che noi mangiamo con meno burro.
Che volendo si possono mettere le ballerine.
Che le banche non sono poi così salde come volevano farci credere.
Che si torna in trincea tutti i giorni, anche se da noi, per fortuna, è solo un modo di dire.

I mali e i nocimenti.
Ma tutto il mondo è paese. Il partito socialista si riuniva ieri in Francia nella primavera delle liberta`. Non c’è piu` religione, libertà e primavera nella stessa frase. La domanda più ricorrente fra i partecipanti: ma ci sono match di calcio oggi?
Obiettivi: sviluppare la solidarietà e la fratellanza.
Quindi libertà evocata e anche fratellanza.
Libertà ch’è si cara…
L’uguaglianza può aspettare. Altrimenti ai banchieri cosa diciamo.
(E.)

Altrove

Le trasmissioni religiose nei prossimi giorni trasmesse da France 2 saranno accompagnate dal logo della campagna della lotta contro l’AIDS.
Quando i francesi decidono di manifestare si ferma il paese.
Non esistono più le mezze stagioni.
Siamo sempre meglio noi.
Lo scrittore Frédéric Beigbeder non ama più scrivere su facebook, non ama più le relazioni virtuali, chiuderà il suo spazio, esprimendo la deriva intellettuale del virtuale e non solo quella intellettuale.
Molti di voi si chiederanno chi è Beigbeder. Direi che è un simpatico nichilista edonista. Un sobillatore, un pioniere, un matto, un cartone del latte.
Ma in un mondo di cartoni di latte, più o meno scaduti, più o meno avvelenati.
In un furgone pieno di orci d’ olio, l’uno che sfrega sull’altro.
In un luogo comune su cui si scivola.
In un pianeta di governanti sorridenti e di talk shows, ogni tanto tocca sperare di essere spediti altrove.
(E.)