Mar adentro

foto di Une petite touche française

Ci sono mattine di vento, immaginate, mattine in cui qualunque tempo sia il tempo dentro è impetuoso, arriva piano nelle orecchie e soffia fra i vestiti.

Rammenta il mare e il silenzio, le urla della natura che ti accoglie in sé senza chiederti nient’altro che semplice, completo abbandono.

Questa mattina il risveglio è stato dolce, come se tornasse la vita a bussare dopo troppe porte lasciate chiuse per non farla entrare, perché il tempo non c’é mai.

Pensieri spettinati, come spettinati si dovrebbe stare di fronte a se stessi, che quando ci si mette a posto si diventa qualcun altro.

(E.)

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Published in: on settembre 22, 2009 at 8:54 am  Comments (8)  
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The mexican

cartier bresson

cartier bresson

Ferma sotto una tettoia di bamboo, ferma a cercare un paio di storie su cui soffermarmi, distratta dalle parole in bergamasco che ascolto, mentre il mare davanti mi ricorda che non sono in lombardia. Apro questa pagina dai giorni passati, come se fosse ancora viva, colori ancora chiari negli occhi, vividi, come li avessi qui davanti. Tavoli di plastica bianchi, sassolini sui piedi, un cappello da messicano su una parete del capanno, due celle frigo con disegni di gelati sopra, si scorge dentro un bancone, unto e silenzioso. Ferma lì, con in bocca ancora il sapore di caffè e negli occhi le onde davanti, raccolgo i pensieri, convinta che mi ricorderò tutto questo per poterlo scrivere. Che ricorderò il volto abbronzato e spavaldo del finto milanese che racconta le barzellette o del silenzioso nell’angolo che legge le notizie sportive. Convinta che questo sarebbe il posto migliore per scrivere, come un buen retiro, se questo capanno fosse mio d’inverno e se potessi metterci dentro qualcosa che me lo rendesse casa. Gli agavi intorno, i ciottoli, i fichi d’india, piccini, ripiantati dopo la mareggiata devastante dello scorso inverno. Un colore rossastro assieme al verde al grigio e all’azzurro. Un colore spietato con altri indulgenti. Come la vita. Che sorprende e scuote, riportando in bocca i sapori dell’adolescenza e poi schiaffeggia con la costanza di un pendolo e la crudeltà di una tempesta. Guardo il mare di fronte, in basso, riesco quasi a vedere il fondo sotto il pelo dell’acqua. Potrei farti venire a vivere qui, se ne avessimo il coraggio.

(E.)

p.s. il luogo raccontato esiste e tutti gli anni non posso non andarlo a trovare.

Cima

cartagena - pedro pacheco

cartagena - pedro pacheco

Un passo dietro l’altro, mattina fresca di edera arrampicata, di ciottoli sotto i piedi.
Un passo di danza immaginato. Per pudore d’essere osservata.
Occhi socchiusi solo per intuire i passi e per non perdere la luce giusta.
E in mezzo ai palazzi, freschi di mattino, di vetri puliti e di nuvole riflesse dentro, arriva l’odore del mare.
Come se arrivasse di lontano, ma venisse vicino a sussurrare ad ogni passo.
Un ricordo di mare a curare questi passi, stanchi.
Un’ illusione di pace di amaca.
Come a Favignana, in quel giardinetto spogliato dal sole, prendere un fresco improvviso dopo una corsa in bicicletta.
Certe mattine sono come porte.
Inaspettatamente la maniglia si gira e un sorriso cieco ti porta soffi di iodio.
E dimenticare tutto, come se tutto fosse curato d’improvviso e una cima fosse stata lanciata poco prima di cadere giu`.
(E.)
Published in: on luglio 10, 2009 at 9:09 am  Comments (4)  
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