The hill

 Dove sono i generali
che si fregiarono nelle battaglie
con cimiteri di croci sul petto
dove i figli della guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male
hanno rimandato a casa
le loro spoglie nelle bandiere
legate strette perché sembrassero intere.

Dove siamo noi, finiti male, sotto il peso dei nostri anni.
Dove sono finiti coloro che ci ispirarono i primi passi.
Dove sono finite le nostre mani operose, i pensieri matti e sconcertanti, le dolorose certezze che portavamo al guinzaglio quando pensavamo di avere il mondo dalla nostra parte.
Non al denaro non all’amore né al cielo.
Non sono dove non potremo trovarli.
Dormono lì, in cima alla collina.
Ché di colline qui intorno ci vuole fantasia a trovarne.

(E.)

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Published in: on gennaio 12, 2009 at 9:16 am  Comments (11)  
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Sulla mia cattiva strada

il titolo del post è di de andrè, sotto la foto d’autore, star wars e i frankie goes to hollywood

adoro i fiori, anche se son recisi
diffido dei moralisti, che ce l’han su con quelli che comprano fiori
detesto i fiori finti, le piante finte, i campanelli che suonano in modo strano e i telefonini che cantano al posto di suonare discreti o di tacere
adoro le strade, i fiori e le strade, la natura e i petali sparpagliati dal vento nelle mattine gelide
adoro le donne del nord dell’europa che camminano al mattino con la spesa e i fiori
come se il bello e il buono dovessero andare sempre insieme

(E.)

Published in: on ottobre 31, 2008 at 11:11 am  Comments (18)  
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Volvi – I’m back

la foto è di subcomandanta – in cochabamba, bolivia 

Torno alla paura.
Ne ho parlato tempo fa nel modo primordiale e forse infantile, prendendo in prestito Primo Levi e i distacchi, le lontananze.
Stamattina penso alla paura sociale, a quel distacco dal resto del mondo che può dare la paura di essere braccato, privato della libertà, dei propri sogni, del proprio diritto sacrosanto di stare al mondo. Della paura che la propria identità venga violata.
Quanti che hanno queste paure ci scorrono al lato e li lasciamo scorrere aspettando che colino giù nel tubo?
Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria | Col suo marchio speciale di speciale disperazione | Chi tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi | Per consegnare alla morte una goccia di splendore | di umanità, di verità. (De Andrè)
(E.)

Published in: on giugno 5, 2008 at 10:32 am  Comments (10)  
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Colui che spera

Torno sulla ricerca della perfezione, che è da sempre molla di spunto a spiccare il volo, molla necessaria e fantastica che mi permette di affacciarmi ogni giorno con uno sguardo diverso al circostante.
Le lingue e la loro mutabile perfettibilità, il loro fascino e la loro infinita potenza di rendere pensieri e concetti solo nel loro idioma puro, nella loro primigenia natura.
L’esperimento del Doktoro Esperanto* fu appunto un tentativo di racchiudere proprio tutte le bellezze ed imprigionarle in un idioma non parlato, non vissuto.
La partenza era meravigliosa: rendere la bellezza di tutti i fonemi per lo stesso concetto e racchiuderla in un fonema nuovo, simile, imparentato, comprensivo, accogliente e impronunciabile, anarchico nella sua diversità.
La resa assomigliò ad un accoppiamento in vitro.
Ad un bisogno di impadronirsi del volo dell’uccello rinchiudendolo in gabbia.
Eppure “colui che spera” era un buon inizio.
La purezza del linguaggio dei latini, l’immediatezza degli anglosassoni, la rudezza dei germanici, i suoni mozzi degli slavi.
Perché le lingue sono convenzioni e levare loro la convenzione per riconfezionarle poteva sembrare un esercizio di libertà.
Ma le lingue sono anche vite, irripetibili sensazioni rese perfettamente nella tradizione dell’idioma, con sfumature irraggiungibili in altre.
E idem non è come the same thing.
Nella ricerca della perfezione questa sosta curiosa può solo servire a proseguire la strada.
Le parole devono fluire nell’immediatezza dell’idioma che scegli per esprimerle.
Colei che spera si augura che non resti solo l’inglese. Nudo e povero, poetico solo nel to be or not to be.
Lezioni di esperanto.
Istruzioni per una speranza, una delle tante.
Uniformare non è mai la soluzione.

(E.)

* Zamenhof, padre dell’esperanto
per la musica: qui
Published in: on gennaio 29, 2008 at 8:30 am  Comments (25)  
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