Lo scambio

…alle volte un fuori luogo, un fuori forma, un fuori misura, un fuori pista, un fuori tempo. È  che il desiderio di un mandarino fuori stagione, come quando comincia l’estate, e ce ne vuole ancora, éIncollerei anche il profumo

Published in: on giugno 10, 2011 at 11:50 pm  Comments (6)  
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Cous cous

baking - bonita (che ritrae sua figlia) - new zealand

baking - bonita (che ritrae sua figlia) - new zealand

Ci sono ricette da fine settimana.
Il cous cous è una di quelle.
Con le verdure, fresco e leggero. Senza pretese.
Il dolore si snocciola in grani sottili, a volte si attaccano fra loro, si fanno compagnia, ma il sapore si sente, intenso e forte, salato di salsa di soia.
Il bene contiene tutto questo. Contiene i granelli di cous cous e il salato, il dolore spezzettato. Il bene comprende.
Quindi non si sente. Non si percepisce, mentre il dolore sfonda forte, tutto insieme, prorompente.
E si  distingue netta più la assenza di questo sapore che il sapore stesso. Come un bassorilievo.
Il bene non si coglie, il male tutto insieme, le lontananze, le assenze, i turbamenti.
E le cose smarrite diventano più nitide di quelle avute, le pause di rincorsa più degli arrivi.
Quindi il cous cous ci manca quando non lo mangiamo.
Fermarsi quando lo mangiamo sarebbe meglio.
Non perdere questi arrivi e prendere i luoghi. Fermarli.
Stati in luogo.
Dove sei tu.
(E.)

Il mio concerto

Handmade guitar wood picks

La pasticceria è una scienza, dicono.
Dosi precise e meticolosità.
Sono meticolosa, ma non sono d’accordo.
La pasticceria, come tutta la cucina, è arte.
E io mi diverto con tutto ciò che è arte.
Sento mio ogni suo risvolto.
L’arte figurativa, quella musicale, l’arte in movimento, quella statica.
La fotografia, la pittura, il profumo delle erbette e delle spezie. La cannella, il cardamomo, i colori ad olio, l’acquaragia, la macchina fotografica, le matite colorate.
Tutto questo fa parte della mia vita.
E quindi, eccomi, come ogni anno nel periodo prepasquale ad inondare di profumi e di canzoncine di accompagnamento per occupare le ore di preparazione, il rito divertente e impegnativo del dolce pasquale. Le ordinazioni partono da natale, quindi rischio ogni volta di sfamare il continente africano, ma resisto e, anzi, con rinnovato entusiasmo cerco di fare proseliti, masochista, dei fan del mio dolce pasquale. Che è Il Dolce Pasquale.
La pastiera.
La scelta degli ingredienti costituisce il rito primario, da consumare nei giorni liberi che precedono la preparazione. I limoni migliori, le arance più profumate, la ricotta ordinata per tempo da ritirare all’ultimo momento. Finanche le scatole dove metterle. Le ho cercate sabato scorso in tutta la città approdando a brera in un negozietto in via solferino.
E stasera al mio rientro mi aspetta la serata finale, con un numero impressionante di teglie da riempire e di impasti e di pasta frolla. Dosi fatte ad occhio, ad esperienza.
Il tutto sarà accompagnato dal profumo di fiori d’arancio che farà destare il vicinato (che è allertato per l’occasione e si è anche messo in fila) e renderà il mio viso infarinato più accettabile agli occhi di chi mi vedrà.
Se sentite un profumo forte e fresco entrare nelle vostre case stasera (orario imprecisato, forno permettendo) sappiate che è colpa mia.
Non bussate perché quest’anno siamo al completo.
Sto pensando seriamente di farlo di professione, visto che uomini duri e viaggiatori hanno persino spostato le loro partenze per attendere il mio dono.
Che dite, a quanto la metto una pastiera l’anno prossimo?

(E.)

ecco le mie sei opere: 

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Published in: on marzo 19, 2008 at 8:14 am  Comments (37)  

Loro mangiano al buio

La vita è una brioche, diceva un amico di mia madre. Poi proseguiva con altre cose meno edificanti quindi non proseguo, tuttavia non aveva tutti i torti.
Parigi mi ha accolta con il suo sorriso migliore, il cielo azzurro intenso e il freddo insinuato come una mano fuori posto.
Due ore prima iniziavano le danze, io davanti al terzo caffè della giornata, gli altri alla terza pinta della giornata, il sole era allo zenit (per modo di dire perché Milano mi lasciava avvolta nella pioggia e molto mogia).
Dopo la tana scavata in camera e un po’ di sana televisione internazionale, aver combattuto con chi bussava per chiedere cachet e un cavatappi, in quest’ordine, ho preso l’ascensore e ritrovato facce note e meno nella hall, con occhiate nuove e usate per l’occasione.
Facce già provate dai troppi drink e facce da poisson bouilli.
Sorpresa! C’è una macchina ad attenderci. Si gira l’angolo e si scopre l’arcano.
Quindici metri di limousine, bianca.
Ma si può essere più kitsch di così?
Beh forse sì.
Champs elysées illuminati a festa, bonnes fêtes dovunque, mentre dentro il bar illuminato e i finestrini affumicati.
Pensavo a cosa avrei pensato fossi stata lì fuori. Mi sono concentrata sulle brioches.
Il locale non era da meno, con piramide illuminata centrale e palchetti vari con vista pista e tavoli con giovani zanzare in camicia bianca e braccialetto illuminato sul braccio (intermittente).
Ma chi l’ha detto che i francesi fanno il vino migliore?
Questa la frase più sensata udita, per fortuna detta a bassa voce e pronunciata, dalla mia sinistra, da labbra spugnose sopra occhi d’oliva.
Il buio pesto intorno a tutto.
La cena una sorta di pesca miracolosa, fra intuite lattughe, intuite aragoste e supposto riso in pappa esotica profumata.
Credo in questi casi guardare il piatto sarebbe stata la scelta migliore.
Ma data la futilità del gesto, restava far finta di guardare i commensali, tutti più o meno variamente partiti per incerti lidi, a parte i musulmani con bibitoni schiumosi imprecisati.
Tripudio di premi e cotillons. Non vinco mai. Estratta immediatamente.
Premio: tour in limò sino all’alba nella città delle luci.
Sorrido e alle quattro mi defilo mentre mi chiamano per l’award con facce da lupi mannari.
Cammino sui tacchi verso l’Arc de Triomphe nella speranza che tutto finisca e rido in silenzio, mentre sento ancora chiacchiere in tedesco e vedo cappelli di lana muoversi davanti a me.
Nel buio si vedono le luci.
Per questo mangiano al buio e accendono le stelle filanti sulle bottiglie di champagne!
Camminavo e me lo ripetevo, cercando qualcuno che mi smentisse.
In tutto questo ho letto un solo capitolo del libro, in compenso un paio di quotidiani, con Bush in kippah mentre un signore sulla navetta dell’aeroporto si affrettava a spiegarmi (non so perché visto che avevo commentato il titolo solo nella mia mente) che “Avremmo dovuto bombardare Auschwitz” era sensato.
Ho imparato che mangiano al buio e leggono nel pensiero.
Gli alieni esistono e sono fra noi.

(E.)

Published in: on gennaio 13, 2008 at 10:40 pm  Comments (12)  

Sushi (in my shoes)

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Premettendo che un gruppo musicale si chiamava così, italiano, torinese, il bassista lo conoscevo, e che il sushi mi piace ma non perché va di moda, ammettendo che il titolo ha trovato il suo senso mentre scrivevo, eccovi il post da venerdì a casa. Direi che è cosa rara per me, quindi per chi non mi conosce affatto, vi spiego.
Non sono mai stata a casa per malattia tranne quando ero proprio in ospedale per gambe rotte o cose così, quindi diciamo che sono stata assente per malattia solo oggi dall’inizio della mia carriera lavorativa, quindi convincermi diciamo che è stato difficile.
Quindi o sono in ferie o sono al lavoro. Vie di mezzo nessuna.
Stamattina ho avuto più tempo per leggere le notizie del giorno, le perle di saggezza degli opinionisti, e di leggiucchiare qualche blog che mi ero persa.
Ho letto che l’independent ha pubblicato (si vede che aveva poco da mettere in stampa) le dodici regole per rispettare il pianeta nel nuovo anno articolo ispirato ad un imperdibile libro pubblicato di recente nel regno unito. In sintesi si insegna con una regola al mese a rispettare il pianeta, ecco un assaggio: A giugno, si può partecipare al monitoraggio annuale delle farfalle, organizzato da associazioni che si occupano di contarle e analizzarle.
Ecco. Giusto per capire di che baggianate si tratta.
Tutto questo mentre in Italia il mercato calcistico è in piena attività, dopo gli obblighi ai poveri presidenti di società calcistiche di pagare le tasse e di non spalmare i debiti come sinora avevano fatto. Ecco, come si fa a vivere senza Ronaldinho in un paese in cui l’inflazione è salita alle stelle e in cui il giorno stesso, dicono il contrario.
In un paese in cui una associazione ambientalista plaude e dichiara coraggioso l’ecopass.
In un paese in cui prima piace la tedesca e adesso la francese.
Ecco, proprio la francese no, per carità.
Fra poco ci saranno le code per la vendita di organi (come nell’india della città della gioia) non per dare un futuro ai propri figli, ma per fare il pieno alla propria vettura.
E in un negozio di milano, ecco il riferimento al titolo, vendono scarpette da ballerina-sushi.
Esilarante!
Vorrei vederle indossate da una ricca sciura ingioiellata, con l’ecopass in tasca e la tessera di una bella associazione culturale di monitoraggio farfalle in borsa, contenta di aver fatto del bene al suo mondo, mentre il suv la aspetta al parcheggio coperto.
Sono sopravvissuta alla mia prima mattina a casa in malattia.
Da domani si cambia registro.
Per ora mi accontento di ascoltare della musica.
Buon fine settimana.
(E.)

Published in: on gennaio 4, 2008 at 1:01 pm  Comments (10)  

Sugo di coniglio grigio di Carmagnola

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Ed eccomi qui, fra una valigia per il fine settimana da preparare e una corsa che è iniziata settimane fa e non so se e quando finisce.
Non la corsa di natale, non le solite cose di cui si lamentano tutti e che poi fanno regolarmente.
Le code, i regali di corsa, i pacchetti.
Quelle sono cose che si fanno anche, ma che se si prendono col giusto sorriso appaiono quasi come una pausa, un’allegra e ridicola pausa da tutto il resto.
Stasera, rientrando dal lavoro, dopo aver rubato due parole ad un amico al telefono, dopo aver pensato con gli occhi chiusi per un attimo a quello che avrei fatto volentieri, cioè un bel niente, ho scoperto un pacco appena giunto. Una di quelle strenne natalizie, che ricevi ogni anno dalle stesse persone. Roba non proletaria, s’intende. Roba che ti si intorcinano le budella solo a guardarla, per quanto mi riguarda.
Dopo il pane rincarato, i posteriori sbattuti in tv, il tiramisù che preparavo che non veniva e rimaneva liquido, che domani farò una figuraccia, io che i dolci li faccio con amore e profumano di amore, ecco il pacco, quello che ogni anno mi fa stramazzare dalle risate.
Si commentava liberamente in due sul contenuto; mentre litigavo con il mascarpone sentivo da lontano declamare nomi di cose strane e rare, nomi di conserve e di mostarde pregiate, nomi di vini che diosaquantocostano! Ed ecco la scoperta, quella del natale. Il sugo di coniglio grigio di Carmagnola. Un barattolo grande poco più di una mano contenente una gelatina gialla con una roba rossa in centro, che dagli ingredienti risulta essere un peperone.
Ecco, io, a parte che sono una nota carnivora (vedi pelle di pane), dopo la prima risata e la dichiarazione di farci sopra un post, ho iniziato a rimuginare.
Come si fa a regalare cose del genere. Perché coinvolgere nella propria mancanza di fantasia borghese chi pensa che il regalo più bello sia vedere il volto della vicina che sorride per il panettone o un fine settimana prenatalizio in campagna senza troppe pretese, senza semplicemente correre, che qui intorno tutti corrono talmente che se ti fermi ti senti un perfetto idiota?
Ebbene, ecco la corsa. Ecco qual è la mia corsa. Quella per uscire dal natale, quella per trovare il silenzio intorno e un sorriso di chi amo senza doverlo incastrare fra una nauseante presa di coscienza sul mondo intorno e una incombenza che come una tagliola leva anche il piacere di due pennette agli asparagi.
Ecco la corsa.
Povero coniglio. Lui sì che correva senza stressarsi.
Lo hanno levato di torno per imbarattolarlo.
E poi il Carmagnola non era il Conte di Manzoni? Ah sì una tragedia. Come quella del coniglio. Ecco che c’entra!
Ah, dicevo, a proposito: Buon Natale!

(E.)

Published in: on dicembre 21, 2007 at 10:51 pm  Comments (14)  

Frittata di Natale

Senza parole, amore, dice una canzone che mi ronza in testa dallo scorso fine settimana.
E in testa ho un bel frullato misto di tuttifrutti.
Vedo un papa che stringe mani e che ciarla di forza dello spirito. Vedo un capo di stato che stringe chiappe di modelle e con le stesse mani saluta i suoi ospiti, che con le loro mani insozzano il paese, il nostro. Vedo un altro capo di stato che dichiara che l’italia non cede al declino e mi chiedo a cosa bisogna aggrapparsi per non cedere al declino, che di per sé come parola evoca ciò che è già fatto. La discesa verticale.
Sento voci di telefonate e lacchè, sento chiacchiere da avanspettacolo e attricette da piazzare e puttane di stato denunciate da chi di puttane ne conosce e ne ha pagate tante.
Sento col respiro affannoso parlare di rai e di governo. Sento onorevoli disonorevoli vendere il loro voto sulla fiducia prima di passare alla cassa e ritirare il loro obolo di fine anno.
Ricevo una e-mail da un assessore della capitale che dichiara di usare il web per gli auguri risparmiando sulla carta per usare i soldi per il bene di altri, di bambini. Sento l’ipocrisia nel suo albero di natale con le frecce, scarno, figlio di una innata volontà di confondere, di intenerire. Quando ai bambini, ai bambini di nessuno, si pensa solo quando sta bene, quando ci sono le lucine intermittenti nelle città che ricordano che la grandezza si misura con la quantità di neuroni sprecati per idiozie natalizie.
E sento gli americani urlare allo scandalo per gli attacchi armati dei turchi, solo perché non sono loro a sferrarli.
Sento fumo negli occhi, sempre, come se si vivesse accanto ad una ciminiera in perenne attività.
Sento parlare ancora di regali e di promesse, mi giro nel letto senza riuscire a prendere sonno, penso a quanto poco tempo ci è rimasto per noi.
A quanto tempo ci ruba un mondo che non conosce verità.
Intorno fibrillazione, come se il natale fosse ad aspettare chi corre più veloce e chi prima lo raggiunge possa godere più degli altri fessi rimasti indietro, a respirare, a cercare di annaspare in mezzo al fumo e alle lacrime.
E poi vedo i coccodrilli, quelli che scrivono i libri, quelli che parlano alla gente e credono di avere le parole, quando ce ne sono rimaste poche.
Ed eccomi quindi a parlare d’amore.
Sotto, fra le righe.
Levo il fumo e cerco di prendere sonno, a pancia in giù.
E in fondo alla cortina di fumo scorgo le parole. Quelle che servono.

“salimmo sù, el primo e io secondo,

tanto ch’i’ vidi de le cose belle

che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.”

(canto XXIV – Inferno)

(E.)

Published in: on dicembre 20, 2007 at 9:12 pm  Comments (16)  

Pelle di pane

I sapori che amo di più sono normali, cosa che farebbe pensare alla mia perfetta normalità. Mi fermo un attimo, mi accorgo che iniziare un post parlando di normalità o comunque parlare di normalità rischia di farmi piovere addosso le solite frasi del genere: normale? E cos’è normale? Quali sono i canoni di normalità?
Pertanto mi rimangio tutto, che a proposito di sapori ci sta anche (chissà che sapore hanno le mie parole) e ricomincio.
Mi piace il sapore del pane appena sfornato. Ma a chi non piace?
Mi piace il pane in tutte le sue vesti, anche quelle sofisticate. Quello coi semi di papavero, con i semi di girasole, quello con le noci e con l’uvetta che diventa un dolcetto, quello con la segale.
Ma il pane migliore resta quello bianco, quello poco cotto, quello che sa ancora di lievito.
Pane salato ovviamente. Lo sciapo non l’ho mai capito anche se ho sempre avuto intorno toscani che ne elogiavano le proprietà nuziali con pietanze di ogni tipo senza peraltro capire, a parer mio, che il pane non per forza dev’essere accompagnato. È buono da solo.
Così com’è.
Le mie abitudini alimentari sono discutibili.
Feci una scelta che non mi pesa nemmeno troppo, a diciassette anni. Smisi di mangiare carne e parenti.
Ma niente di ideologico, sia chiaro.
Non sono veganamarzianasaturniana io.
Si trattava di una scelta dopo una scena raccapricciante.
Che vi racconto.
Se ne avete voglia.
Diciassette anni, quasi estate, preparazione agli esami di maturità.
Invitavo a casina compagnucci di ogni tipo, dagli scapestrati in cerca di tesina bell’e fatta ai convinti che la vita sarebbe terminata con una eclissi totale in diretta televisiva. Dai terreni terraioli ai presunti grecisti fans di aristofane, con tanto di striscioni.
Ogni tanto andavo io da loro.
Fui ospitata da un sofista, non tanto sofista per le scelte quanto per il cognome, che vi risparmio.
Abitava in un paesino, in campagna. Con tanto di aia, di pecorelle e gallinelle. Una roba bucolicissima e piena di odori nauseabondi.
La casa era tutta centrini e mamma con scialle nero, con papà con balcone spelato sul cranio e baffoni folti a proporzionare la quantità tricotica totale.
Si studiava, lui ogni tanto lanciava le solite frasi mortificanti del tipo: se fossi più magra mi piaceresti. Era un mio problemino avere un po’ di pancetta, sì, cosa che non si direbbe oggi, tuttavia me ne fregavo altamente, specie perché ridevo sotto i baffi metaforici comprendendo le origini genetiche delle folte sopracciglia che adornavano i suoi occhi da pesce lesso.
Si studiava e si commentava, letteratura latina, uscì greco allo scritto, quindi il latino andava ripassato all’orale (peccato che io portavo italiano e filosofia, ma si sa che la secchia rapita, era sì rapita, ma secchia rimaneva!).
Ad un tratto un urlo straziante di bimbo. Mi destai sollevando il mio pancino dalla seggiola merlettata e mi avvicinai alla finestra semiaperta sull’aia.
Il piagnucolio continuava insistente e il sopracciglione sofista ridacchiava come se sapesse.
Pensavo a quanto fosse sadico.
Il suo ghigno me lo ricordo ancora, lo caratterizzava eppure non era così stupido.
Non tanto almeno.
Insomma, mi avvicinavo e cercavo di scostare la tenda che svolazzava e nascondeva la visuale completa sull’aia.
Vidi del sangue. A irrorare la pavimentazione del cortile.
Un incubo. Mentre continuava il pianto.
Scostata la tenda capricciosa ecco il piccolo. Un maiale in agonia, sgozzato e peripatetico.
Il sofista commentava la scena dicendo che era tradizione ammazzarlo e che ci si faceva non so che ben di dio, persino con le sue setole. Pensavo ai pennelli e a quanti ne avevo usati. Pensavo al pennello grande e al grande pennello per cercare di distrarmi.
Ma il sangue era lì, come un fiume, e il maiale piangeva e si lamentava.
Terribile.
Decisi lì su due piedi di non mangiare più quella roba.
Prosciutti, salami, bistecchine e coratelle, trippe pe’ gatti e cose così.
Senza nessun motivo se non lo strazio. Che non posso dimenticare.
Bene, raccontato questo aneddoto, torno ai sapori.
Vado matta per i carciofi, il sapore dei carciofi alla giudia è una cosa magnifica.
Le patate in tutti i modi, sotto e sopra, di lato e di fianco.
Il pesce che non urla e non piange lo mangio. Quindi lo mangio.
Solo che il re di tutti i sapori è il pane.
Bianco, poco cotto e salato.
Dite che aumenta ancora?

(E.)

Published in: on dicembre 13, 2007 at 2:14 pm  Comments (7)  

Per golosi

Ieri sera ho visto un film gradevole.
Qualche risata ben assestata, un paio di sorrisi e pop corn nel frattempo che aiutano a sopperire a tutta quella cioccolata.
Il film, vincitore ho scoperto del film festival di Montecarlo della Commedia, che non è che sia fra i prestigiosi ma dirlo non guasta, scorre via senza pause, si lascia guardare.
Facilissimo cadere col tema trattato nel melenso, nello stucchevole, nel volgare.
E invece no, nessuna sbavatura, tranne che di cioccolato.
Non incanta nessuna battuta in particolare, ma fa sorridere a più riprese come detto e risultano indovinati i luoghi, che sono fra i più belli d’Italia, forse perchè lì lo sponsor per nulla occulto ha la sua sede e la sua storia.
Produzione americana, che utilizza quindi il nostro spirito, i nostri prodotti, le nostre fissazioni, per rivendercele. Tipico.
Quanto alle lezioni vere e proprie diciamo che si impara poco, a parte “la ricerca dell’estasi” che risulta il tormentone. Le altre cose si tacciono inesorabilmente: il ruolo del cioccolato come surrogato dell’amore, il fatto che faccia venire i brufoli, che abbia tante calorie quanti sono i pentimenti dopo averlo mangiato.
Lo consiglio comunque, per due ore di sorriso. Senza pretese. Belle facce e l’Umbria come sfondo.
(Poi l’inizio con Why can’t I be you dei Cure, val bene una messa. In sala.)

(E.)

Published in: on dicembre 3, 2007 at 11:06 am  Comments (17)  

Non sono generosa

Buongiorno, Happy Halloween.
Per una frase cosi potrei anche non parlarti per il resto della vita.
Avendo esaurito la generosita’ a disposizione, oggi non perdono.
Pensare che i bambini stasera vanno a feste in cui qualche demente si maschera pure, mi infastidisce, ma la cosa mi tocca da vicino e sto zitta, ma friggo.
La zucca mi piace, adoro il risotto che mi cucini tu.
Il resto no, per piacere.
Non amo particolarmente gli scherzi, preferisco le battute, l’ironia, ma lo scherzo no, perche’ trascende quasi sempre nel cattivo gusto.
Sono golosa di dolci, ho anche fatto venir voglia di dolci a chi non ne poteva quasi vedere, tuttavia ne faccio a meno, ne posso fare a meno.
Quindi, gentilmente, cortesemente, quel dolcetto-scherzetto, quella zucca che sembra la faccia di Prodi col sorriso statico, per piacere…
Ma come mai questi bambini son piu’ scemi di quelli che eravamo noi?
Perche’ forse noi siamo peggiori dei nostri avi?
Perche’ pur di assecondare, perche’ abbiamo poco tempo, diciamo di si alla prima stronzata ci dicano?
C’e sempre stato Ognissanti.
Ricordo che da dopo il film “Il Corvo”, che peraltro mi piacque anche senza troppa infamia e senza troppa lode, per il mistero mediatico ad hoc che portava con se’, questa festa e’ entrata nelle case di molti.
Stamattina in radio si affrettavano a dire che e’ festivita’ di origine irlandese e ci appartiene piu’ di quanto sembri.
Tutto questo scomodarsi per giustificare l’ennesima carnevalata che ci fa entrare tutti nel magnifico calderone dell’elettroencefalogramma piatto?

Lo so che sono intransigente, ma lo so che mi ami cosi.
E che gli altri in fondo mi vogliono bene.

(E.)

Published in: on ottobre 31, 2007 at 1:45 pm  Comments (17)