La coda

sotto la lucertola – la eartweek 2009 in second life (ecchissene)

Potrei morire, adesso.
Sotto questo sole di capannoni rumorosi.
In attesa di promesse di baci di giornali spiegazzati.
Su tetti che rimandano indietro la luce che hanno appena ricevuto.
Dietro rincorse di insetti appena nati.
Su un tappeto di verde inaspettato fra l’asfalto e il muro.
Potrei morire e non sentirei dolore, né rimpianto.
In una primavera di fiori sperati e di balcone di casa senza più la buganvillea.
Con la voglia di glicine negli occhi.
Grappoli di lilla e verde, su argento di rami avvolgenti.
Potrei.
Ma si vede che ho perso il numerino.
Devo ricominciare la coda.
(E.)

Palloncini

la foto è di Ghiro60

Le cose belle devono essere inafferrabili.

Sapere di poterle avere quando si vuole, poterle imprigionare, vuol dire ferirle, ucciderle. Far loro perdere la bellezza. Lasciare che essa sfiorisca come un fiore reciso, precocemente.

Sapere invece di poterle riincontrare prima o poi, consapevoli della loro esistenza al mondo, è una sensazione piacevole. Trovarla e fare tesoro di questa netta emozione è cosa rara, ma di una pace indescrivibile.

La prima naturale tentazione di fronte alla bellezza è di scovarla, di averla,  di trattenerla. La seconda  di mostrarla a chi si ama per farla riamare di ritorno, perché la condivisione è parte della conoscenza, rende la conoscenza conoscibile.

E invece basterebbe lasciarla solo andare ed imprimere il suo odore,  aspetto, colore nella mente prima di vederla sparire. Liberarsi dell’egoistico afflato. Del sistematico bisogno di avere e lasciare andare il colpo, mollare, sciogliere le dita e lasciar scivolare via.

Salutare la bellezza, lieti di averla incontrata e lasciarla tornare a mescolarsi col mondo. Salutarla senza sapere se mai si rivedrà.

(E.)

Published in: on febbraio 23, 2009 at 9:20 am  Comments (11)  
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Viola soprattutto

foto mia – pomeriggio cupo, viola quasi innaturale, sovrastante

È tutta questione di prospettive.
Lo stesso soggetto, le stesse parole, gli stessi colori possono voler dire cose opposte, contrarie.
Il viola per mia madre, artista e commediante, vuol dire fame e teatri chiusi. Sino all’adolescenza l’ho creduto anch’io, attribuendo a quei due primari mescolati un potere quasi, una negazione. Quella sottrazione che non amo, quell’operazione spietata che pure si deve saper fare.
Eppure esiste in natura ed è un vestito che la natura indossa per effetto della luce sulle sue forme. È un gioco bizzarro che spesso un’ottica non umana fa fatica a percepire e l’ottica della macchina fotografica va mutata per poterlo afferrare.
Spesso la natura si cela. Impedisce di essere imprigionata nella sua realtà percepita e quindi cattiva lascia solo nella mente quelle cose, non restituendo le immagini che vedi, ma solo un loro stupido effetto.
È tutta questione di fantasia. O ce l’hai o no.
Se la possiedi, o meglio lei possiede te, puoi liberamente lasciare che ti stupisca e trovi un varco per entrare nella tua giornata, nel tuo occhio, nelle tue falangi per colorare qualcosa che è spento o per far sorridere un muro di carte inutili.
È tutta questione di volontà.
Questa è da sempre la mia scommessa. Se vuoi davvero che venga su qualcosa la fai venire, a costo di sbatterci la testa mille volte, di rimanere lì ancora con gli occhi che si chiudono e le dita irrigidite, screpolate e malconce.
Quando ho dipinto, anni fa, il quadro per i cinquant’anni di mio padre, ho rifatto la parte inferiore credo una ventina di volte. C’erano tanti sassi, una infinità di sassi. E dovevo renderli nel modo giusto, senza che nessuno sembrasse lì per un motivo, ma per un purissimo caso. Incontrando gli altri e facendone parte. Non lo ricordo più adesso. Ricordo solo i sassi, chissà perché, e un tronco livido e solo.
Comunque il verde è il colore che mi intimidisce quando lo uso. Ce n’è sempre troppo e non è mai vero.

In qualsiasi modo si immagina noi stessi sempre ci immaginiamo veggenti. Credo che l’uomo sogni unicamente per non cessare di vedere. (Goethe – Le affinità elettive)
(E.)

Published in: on aprile 8, 2008 at 8:47 am  Comments (28)  

For sale: baby shoes, never worn

– baby shoes lollipop –

Una storia che racconta senza raccontare.
Suoni uniti, pronunciati lentamente o di seguito, a divorare il momento.
Tutti hanno una storia da raccontare, spesso non sanno, non trovano le parole.
Hemingway ne ha trovate sei. Per il suo romanzo più breve.
L’illusione che tutti possano scrivere un romanzo, la sensazione che basti poco per dare voce ad una storia.
E se davvero le storie hanno tutte un inizio lontano, lo si cerca con l’immaginazione, lo si calza come una scarpa, la propria.
Senza che l’autore ci indichi la strada, se non un tema e tante possibilità.
Tutte le combinazioni possibili, anche quelle che non abbiano senso.
I lettori sono egoisti. Necessitano di leggersi e di trovarsi.
Di poggiare la testa su un cuscino che abbia la forma della loro testa e il profumo che li faccia sentire a casa.
E poi si fanno condurre.
Ma servono le parole, tante e non mezza dozzina. Non bastano. Non sempre.
A volte ne bastano pochissime.
Ecco il mio.

“palloncini”
ho avuto momenti, li ho mollati.

(E.)

il sito dei romanzi qui
da ascoltare: quintorigo – grigio
Published in: on febbraio 6, 2008 at 11:37 pm  Comments (28)  
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Colui che spera

Torno sulla ricerca della perfezione, che è da sempre molla di spunto a spiccare il volo, molla necessaria e fantastica che mi permette di affacciarmi ogni giorno con uno sguardo diverso al circostante.
Le lingue e la loro mutabile perfettibilità, il loro fascino e la loro infinita potenza di rendere pensieri e concetti solo nel loro idioma puro, nella loro primigenia natura.
L’esperimento del Doktoro Esperanto* fu appunto un tentativo di racchiudere proprio tutte le bellezze ed imprigionarle in un idioma non parlato, non vissuto.
La partenza era meravigliosa: rendere la bellezza di tutti i fonemi per lo stesso concetto e racchiuderla in un fonema nuovo, simile, imparentato, comprensivo, accogliente e impronunciabile, anarchico nella sua diversità.
La resa assomigliò ad un accoppiamento in vitro.
Ad un bisogno di impadronirsi del volo dell’uccello rinchiudendolo in gabbia.
Eppure “colui che spera” era un buon inizio.
La purezza del linguaggio dei latini, l’immediatezza degli anglosassoni, la rudezza dei germanici, i suoni mozzi degli slavi.
Perché le lingue sono convenzioni e levare loro la convenzione per riconfezionarle poteva sembrare un esercizio di libertà.
Ma le lingue sono anche vite, irripetibili sensazioni rese perfettamente nella tradizione dell’idioma, con sfumature irraggiungibili in altre.
E idem non è come the same thing.
Nella ricerca della perfezione questa sosta curiosa può solo servire a proseguire la strada.
Le parole devono fluire nell’immediatezza dell’idioma che scegli per esprimerle.
Colei che spera si augura che non resti solo l’inglese. Nudo e povero, poetico solo nel to be or not to be.
Lezioni di esperanto.
Istruzioni per una speranza, una delle tante.
Uniformare non è mai la soluzione.

(E.)

* Zamenhof, padre dell’esperanto
per la musica: qui
Published in: on gennaio 29, 2008 at 8:30 am  Comments (25)  
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Partire (III e ultima parte)

Neil. L’avevo baciato, mi faceva ridere e anche stare in silenzio mentre mi diceva di lui, mi dava i brividi mentre mi guardava senza parlare e, mentre impegnato a spiegarmi qualcosa, lo spiavo di nascosto; cercavo nei suoi occhi di trovare qualunque menzogna o qualche falsità, trovavo timidezza, forse, sogni, ma non bugie. E sorridevo. E lì Neil si fermava per guardarmi, rapito. Rincorreva le luci che sgorgavano dal miei occhi sorridenti, disse, cercava di capire come si formavano quelle angolazioni dolci della pelle e come si tendevano le mie guance mentre accennavo ad una smorfia di disappunto.

Notte lunga, quella, da quanti mesi durava? Neanche Neil lo ricordava, una delle più lunghe che ricordasse comunque.

Io non ne ricordavo una così, ma speravo quel momento durasse a lungo, con la musica del bar che cullava un racconto di due anime sconosciute che si stavano cercando.

C’erano molte ore ancora allo smistamento, chissà a chi m’avrebbero assegnata e soprattutto che ruolo mai potevo avere io, che diamine avevo scritto su quel foglio?Neil era pilota e io? Che cosa mai avrei potuto fare in Costa d’Avorio o tantomeno su Exaticon?

Due dita mi sfioravano le ciglia, e tornai al presente, a quella notte e a Neil che mi baciava dolcemente con quelle labbra morbide e calde.– Andiamo Holly, ti porto in un posto bellissimo-.

Seguimmo una stretta stradina che aggirava un grande edificio e entrammo nel retro.

Neil aprì una grata e ci infilammo in un corridoio largo e buio fino a raggiungere un montacarichi, che Neil disse serviva per i materiali di scarto, era un posto che conosceva, ci veniva a pensare e a suonare lontano dal frastuono della strada.

Il montacarichi si mosse e ci portò lentamente in alto, mentre Neil raccontava ancora sfiorandomi il volto con il dorso della mano. Eravamo sul tetto. Era quasi completamente buio, c’erano capannoni coperti solo da tetti di latta e un ampio spiazzo illuminato da un neon verdognolo di una insegna di fronte. Una luce verde diffusa, a tratti più forte, a tratti fioca e morbida come quella di una candela che oscilla al vento e sta per spegnersi.

Ci sedemmo quasi sul bordo del cornicione a guardare in alto e in basso, su quella città così lontana adesso, e così piccola. Dove adesso tutto sembrava tranquillo, e quella notte sembrava normale.

Una notte verde di neon e un cornicione con due persone che si raccontavano tenendosi per mano.

Poche stelle e Neil che riempiva il cielo con le sue parole e i suoi baci e i suoi sogni vestiti di viaggio e di speranza.

Due pattinatori del cielo quasi spoglio, sul tetto di un grattacielo punzecchiato da qualche folata di vento, umido della pioggia passata, caldo di carezze.

Neil mi stava amando, con quel suo sorriso che attraversava il buio e il verde del neon, amava i miei silenzi e le mie parole, accarezzava il mio nome come fossi l’unica al mondo.

E mentre quella notte continuava ancora chissà per quanto tempo, dimenticando Jane che avrebbe fatto un’altra nottata insonne col volume alto del televisore, facemmo l’amore, nel silenzio rotto da una nenia di un muezzin che da un altoparlante distribuiva il suo altalenante verso nella sua lingua, più vicina alla nostra di tutte quelle sentite in quella notte.

Nella penombra di quel tetto sotto il cielo ci amavano dolcemente cercando di abbracciare quella pace e di tenerla con noi il più a lungo possibile.

Il muezzin salutava i suoi fedeli da lontano e noi ci scoprivamo vicini e lontani da tutto il resto. Dalle religioni di quel mondo così rumoroso e dalle urla di quella notte infinita. Lontani da quel viaggio e dal passato.Ci sfioravamo la pelle sussurrando al cielo la nostra voglia di amare, a quel tetto verde il nostro sogno di libertà.

Jane era sparita, forse dormiva, chissà, Jan magari contava le stelle nel suo cielo lontano, e Neil sonnecchiava sulla mia spalla con un sorriso lieve che gli increspava le labbra.

Mai quel buio era stato così amato e liberatorio.

E la notte proseguiva, così avrebbe fatto per chissà quanto tempo.

Chiusi gli occhi e sognai che saremmo partiti insieme, che mi sarei trovata accanto a lui, su un aggeggio volante con la mia sacca e il suo sorriso, che avrei rivisto i miei amici, che avrei ammirato posti lontani e li avrei tracciati sui miei blocchetti, che avrei immortalato i volti di persone incontrate nella mia macchina e che avrei dimenticato il resto. Avrei attraversato il cielo scoprendolo casa con Neil accanto, su silenziose pianure senza neon e megaschermi, annusando l’aria d’erba e fiori.

Riaprii gli occhi e Neil era ancora lì, stavolta sveglio, e mi chiamava: – Holly, sognavo. Eri lì. Vieni con me-.

(E.)

Published in: on ottobre 10, 2007 at 6:28 pm  Comments (5)  

Forbici

Le forbici riducono in brandelli,
danno forma ad un contenuto.
Strappano qualcosa che era perfetto
e adesso è solo scampolo.
Se sbagli taglio puoi ritrovarti
con un pezzo di nulla in mano
che serve solo a ricordare
quel tatto e quel senso di mare.
Che è la stoffa o l’amore.

 (E.)

Published in: on ottobre 6, 2007 at 3:02 pm  Comments (3)  

Partire (II parte)

Guardavo a terra, cercando qualcosa di familiare, visto che quello che scorgevo ad altezza uomo era sconosciuto. Uno strano individuo stava parlando in una lingua che conoscevo male, una lingua nippo-americana, un idioma usato nei comizi elettorali. Cercavo di carpire qualcosa per rendermi conto se si parlasse di requisiti per il reclutamento, ma riuscivo a capire solo la destinazione e la data di partenza: due giorni dopo e Costa d’Avorio, per poi eventuale missione su Exaticon, il satellite di insediamento del gruppo di ricerca delle riserve energetiche.

Una cosa lunga, forse, pensavo, ma la Costa d’Avorio doveva essere bella e poi lo spazio, visto soltanto una volta quando trasferivano il mio amico Jan alla stazione orbitante. Allora lo avevo accompagnato portando la macchina fotografica con un tesserino stampa falso.

Poteva riaccadere e magari avrei rivisto qualcuno di tutti quei pezzi di vita che si erano dispersi.

Nessuno che avesse sembianze simili alle mia intorno, qualcuno cercava di parlare, mi passava una birra, o chiedeva di cosa stesse parlando il tipo sul palchetto. Partire. Era la soluzione.

Una donna passava e distribuiva moduli prestampati da compilare, ne afferrai uno e lo compilai, forse avevo anche sbagliato a capire cosa c’era scritto.

Scrivevo e mettevo crocette su quadratini, mentre qualcuno si sporgeva a sbirciare cosa scrivessi.

Passarono a ritirare i fogli, che nel frattempo in pochi avevano compilato, la maggior parte dei presenti non aveva il pollice prensile o comunque non capiva una parola di quello che era scritto su quei fogli ingialliti.

Un’altra sigaretta nell’attesa, mentre il cielo che si stagliava sulla piazza era stranamente sereno, poche stelle ma vere, mentre le volute della mia sigaretta disegnavano scie che si dissolvevano lentamente. Chissà che ora era. Nella notte di poche stelle cercavo una storia da raccontarmi per ingannare l’attesa. Cercavo un motivo per rimanere o uno per andare.

Sentii fermento intorno alla camionetta, poi la voce dell’individuo col berretto di lana che aveva blaterato prima riprese a gracchiare. Chiamava. Chiamava nomi strani. E lentamente questi prescelti si avvicinavano. Sentii tanti nomi, sconosciuti, alieni. Sentii anche il mio, ma non lo riconobbi, perché detto in quella lingua infame. Riavvolsi un attimo il nastro dei pensieri e mi accorsi che ero davvero io, che dovevo andare, che ero stata chiamata. Mi feci largo fra la folla e presi posto vicino alle transenne, ricevetti un tesserino su cui scrivere il mio nome. Guardavo nel vuoto di quegli sguardi accanto a me. Ascoltavo ancora le sirene e i megafoni di altri richiami, di altre piazze forse. Guardavo le mie mani che stringevano quel tesserino, mentre una voce nella mia lingua mi parlava.

Mi voltai senza convinzione, convinta che fosse uno dei miei pensieri e trovai un uomo con le labbra socchiuse.– Mi capisci, vero? – Annuii e continuai a guardarlo interrogativa.– Sono stato chiamato, anche tu, vero? – Nessuna risposta, parlava il mio tesserino.– Sono Neil, sono un pilota, tu chi sei? – Pensavo, ma l’ascoltavo, Neil. Era forse quel Neil che era stato compagno di viaggio di Nirdosh, il mio fratellino d’adozione che adesso stava in India? Chissà quanti Neil esistono in questo universo.

Chissà poi Nirdosh dove era adesso. Se aveva davvero mollato tutto e buttato la fortuna dei suoi dietro le spalle per rincorrere i suoi desideri.

Neil continuava a parlare, parlava della Spagna e dei viaggi spaziali, ma si soffermava di tanto in tanto per guardare se lo seguivo.

Se era quel Neil io ne ero da sempre affascinata. Ma non era quel Neil. Era un Neil qualunque, uno reclutato con me e altri sconosciuti per una missione che nessuno aveva ben capito cosa fosse. Era un Neil e parlava la mia lingua.

Mi prese la mano per attirare la mia attenzione. Lo guardai e chiesi: – Neil andiamo? – . Nel frattempo si erano quasi allontanati tutti e il gruppo di reclutanti aveva dato un programma a ciascuno di noi. Avevamo almeno 12 ore prima del prossimo incontro per lo smistamento.– Come ti chiami? – Al suono del mio nome mi guardò e mi strinse le dita. – Dove andiamo? Hai fame? – Perché era così accomodante, mi chiedevo. Si sentiva solo anche lui forse, lontano dalla sua terra o soltanto bisognoso di dividere un pasto con qualcuno che capisse cosa diceva. Neil. Era il nome che avrei dovuto avere se fossi nata maschio, diceva mia madre. Neil. E lui mi accarezzava con lo sguardo come da tempo non accadeva più. Si accostò alla mia spalla, ci poggiò il suo mento e sussurrò:– Andiamo, facciamo due passi – . Prese la mia sacca e la mia mano e mi chiese di alzare lo sguardo, le luci erano meno forti e la nottata era serena, dovevo godermela. Non guardavo più i piedi, avevo nei jeans il tesserino e dalla mano Neil.

Iniziai a parlare, ma dei sogni che facevo, raccontai che avevo sognato una cosa simile tempo prima, una nottata simile intendevo, e forse di lì avevo preso coraggio per partire, come molti dei miei più cari amici avevano fatto. Pensavo a Jan, lontano, che non sentivo da tanto, che forse non avrei rivisto, pensavo a Nirdosh e a quel Neil che non avevo mai conosciuto. E invece un Neil sconosciuto mi teneva la mano e mi ascoltava, mi faceva sorridere e mi mostrava le poche stelle rimaste raccontandomi le loro storie.

Mi porgeva un boccone di qualcosa di commestibile mentre parlavo di una canzone che stavo canticchiando quella mattina, o quella notte, comunque quando m’ero svegliata, o di un libro che avevo letto. Mi saltellava accanto cercando di farmi sorridere, per far comparire quelle pieghe sulle guance che aveva scorto per un attimo e che voleva rivedere assolutamente.

Non pensavo più a Jane, al viaggio, quella notte improvvisamente era lunga ma non troppo. Andavamo verso un gruppo di uomini, individui era forse la migliore definizione. Forse Neil ne conosceva qualcuno. Ci avvicinammo mentre sentivamo che sembrava litigassero. Neil lasciò la mia mano delicatamente e si avvicinò ad uno di loro, vidi il plutoniano indicare una strada sulla destra, poi fare giri con le dita, o con le estremità che possedeva, per poi tornare a litigare con il resto del gruppo. Mi avvicinai a Neil che era rimasto fermo lì davanti ad un cartellone luminoso. E la luce si rifletteva sul suo volto illuminandone le pieghe e esaltandone lo sguardo, colorava di rosso i suoi capelli e le sue gote, trasformava il blu del suo maglione. Neil incantato lì come in trance davanti a quel rosso accecante.Trovai il suo viso arrossato dalla luce e avvicinai il mio per provare la sensazione di quel colore sul volto. E lo abbracciai.

Uno sfiorarsi dolce e intenso, anche se breve. Cercò i miei occhi in controluce e così anche le mie labbra. E nel rumore intorno, mentre gli energumeni litigavano ancora e quella luce ci attraversava i capelli, ci baciammo a lungo. Ad occhi chiusi e ad occhi aperti, per assaporare la sensazione del solo rumore intorno e anche della luce forte nel buio. A lungo, con le labbra morbide e dolci di bambini che si addormentano con le dita in bocca o che mangiano la cioccolata sporcandosi ovunque. Un bacio che ad un tratto era quasi nel silenzio; sparì ogni frastuono intorno, mentre qualche goccia di pioggia bagnava i nostri volti. Lenta pioggia quasi musicale, mentre il bacio si spegneva in una carezza di Neil sulla mia guancia su cui scivolavano le gocce di pioggia.

Entrammo in un bar, mai staccando lo sguardo l’uno dall’altra, e su una sedia posammo sacca e giacche, mentre una donna ci porgeva da bere. Guardavo Neil, quello sconosciuto che mi aveva fatto dimenticare quello che lasciavo e quello che dopo meno di due giorni avrei fatto. Io con i miei colori e la mia macchina fotografica. Con una sciarpa e due paia di mutande nella sacca. E qualche altra cosa appallottolata di corsa prima di chiudere quella porta a chiave.

(E.)

Published in: on settembre 26, 2007 at 10:28 am  Comments (9)  

Partire

Marciapiede gremito. Occhi bassi a guardare i piedi, i miei, che attraversavano le strisce pedonali sbiadite.

Piedi e altri piedi. Tanti.

Nel buio di una notte lunga, troppo lunga, insolita.

Dove stavo andando e dove andavano gli altri piedi?

Avevo chiuso la porta a chiave, avevo detto a Jane mentre preparavo la sacca che andavo alla Torre, lei mi aveva chiesto da cosa scappassi, le avevo risposto che non scappavo, che c’era un reclutamento e che era un’ottima occasione per andare via. Andare via da quella notte troppo lunga, che durava da mesi, anni, non ricordavo più.

Ecco, c’era il reclutamento.

Calpestavo cartacce e fanghiglia, cose dimenticate da qualcuno, e il frastuono intorno non lo sentivo.

Spallate o scossoni. Camminavo con lo sguardo a terra con fugaci sguardi a mezz’aria per cercare spazio in mezzo a tutta quella folla.

Ombre scure, gente sconosciuta, tute mimetiche e colori sgargianti nascosti da quel buio interrotto da qualche luce improvvisa di sirene o di vetrine rosse o blu. Angoli di edifici irriconoscibili, manifesti elettorali, mentre dai vetri di qualche shop qualcuno blaterava qualcosa dentro schermi enormi e azzurrognoli.

Piedi, ancora piedi e volti scorti fuggevolmente, cicatrici, ghigni, zigomi forti e cappucci di tela.

Forse tutti andavano alla Torre nella piazza centrale, e io perché ci stavo andando? Per i reclutamenti servivano piloti, esploratori, semmai reporter o diplomatici, ma non una come me che offriva solo se stessa e il viaggio, che non aveva nulla da perdere, stava tutto nella sacca sulle spalle, i pochi strumenti che portavo dietro, due blocchetti bianchi, un paio di matite e cere e una macchina fotografica.

Ma c’era il reclutamento e avevo chiuso la porta a chiave, ero uscita mentre Jane non c’era. Per non doverle ammettere che comunque sarei andata.

Ad un tratto percepivo di nuovo i rumori, ovattati dal mio ritorno al suono, mentre accendevo una sigaretta in un vicolo.

Nella notte le luci repentine diventavano accecanti e socchiudevo gli occhi per abituarmi lentamente alla loro violenza.

Luci di megaschermi e di spot fuori dalle banche, fari di auto e di stelle finte nei negozi.

Ero quasi arrivata alla Torre e sembrava davvero andassero tutti lì, ma che poteva mai significare questo reclutamento per tutti quegli esseri che si accalcavano nella strettoia che portava alla piazza?

C’era una camionetta al centro, un palchetto improvvisato e transenne e luci alimentate dal motore di un furgone. Un migliaio di persone di ogni specie, di ogni pianeta esistente, di ogni stazza.

Un assemblaggio di volti, di lingue, di sessi.

Partire, forse era una soluzione.

Jane tornando avrebbe visto che non c’ero, avrebbe acceso la tv e avrebbe guardato un telequiz.

Partire.

(E.)

Published in: on settembre 12, 2007 at 1:47 pm  Comments (11)