Dita di paglia

una mia visione della riserva naturale di Vendìcari

Son tutte balle.
Tutte quelle che ci raccontano, tutte quelle che diciamo, tutte quelle che leggiamo o scriviamo.
Tutte balle.
Ben confezionate, ben vestite, ben truccate. Con gli sfondi colorati e i cartoncini bellini, quelli da convenscion.
Carine però. Balle ben pensate, tutte messe in fila come soldatini pronti all’attacco sulla vallata di cartapesta.
Capisco che è venerdì.
Ma non per questo possiamo far finta di nulla.
E ci sono anche tante cose che non sono fasulle.
Prendiamo quelle. E portiamole a fare un giro.
(E.)

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Published in: on agosto 29, 2008 at 8:53 am  Comments (23)  
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Abitudini

nella foto la mia Bibi

I gatti prendono le abitudini, specie quelle cattive, in pochissimo tempo.
Basta una volta ed è fatta.
Immagazzinano orari, posizioni, postura dei piedi su cui strofinarsi.
Contengono tutte le informazioni e le reiterano.
I parallelismi fra uomini ed animali non li ho mai amati, ma stavolta lo prendo in prestito questo.
Giammai sentirmi un gatto. Per rispetto, s’intende.
Ma noi umani, con braccia e gambe, con un cervello pesante, tendiamo a prendere le abitudini.
Ci sono gli abitudinari cronici, quelli che vorresti strappare dalla solita routine in modo forte, per vederli con i loro occhi veri, quelli non da pilota automatico.
Ci sono gli abitudinari per comodità, i pigroni. Quelli che sanno esattamente dove è il pulsante del canale preferito o dove si trovano le calze appallottolate in fondo all’armadio ma non le afferrano mai. Se non quando chiedi loro dove sono finite. E a naso, in tutti i sensi, ci arrivano.
Ci sono quelli che le abitudini le ripugnano. Ma che ci nuotano dentro.
Orari, tempi, giorno, notte, sonno, veglia, supermercato, bollette. Quelli che il telefonino è una palla al piede ma lo hanno con sé per rammentarsi che debbono, che sono costretti ad essere.
Quanto ci si mette a pensare che una persona che abbiamo conosciuto stia lì da sempre?
Quanto ci mettiamo a darle le pantofole e le chiavi di casa?
Basta poco.
Eppure non ci pensiamo a quanto mondo abbiamo fatto entrare nella nostra abitudine scomoda.
A quanti divani, a quante sedie, a quanti balconi abbiamo fatto posto nel nostro monolocale.

A quante vite sbeccate, come tazzine usate dal tempo.
A quanti caffè ci berremo ancora.
A quanti sapori di caffè esistano al mondo, ma noi ne riconosciamo solo un paio.
E di solito quello amaro è il migliore.

(E.)

Published in: on agosto 28, 2008 at 9:09 am  Comments (28)  

Polirematico

paris – sant’eustache – l’écoute di [au ro]

Adoro nel frattempo.
Non che io provi adorazione mentre faccio qualcos’altro. Non intendevo dire che provi un sentimento di riverenza durante lo svolgimento di attività di altro tipo. Adoro la locuzione “nel frattempo”.
Non perchè evochi sveltezza, efficacia, inutile perdita di tempo. Fosse così non l’adorerei, basta il mio lato concreto a farlo per me.
L’adoro perchè dimostra che si può fare tanto altro mentre si fa qualcosa.
Che esiste un mondo parallelo che vive nel mentre. Che vive durante. Che attraversa il presente atto e ne rende possibili altri.
E quelli possibili rendono l’atto principale solo un fratello e non un figlio unico.
Si può essere singolari e rendere un plurale.
Si può stare fermi e nel frattempo andare.
(E.)

Published in: on agosto 27, 2008 at 8:42 am  Comments (20)  

Verso sud

una mia immagine del ragusano

Sento ancora il vento di scirocco, che accarezza e sagoma i colli, i muretti a secco e il profumo di qualcosa che ti è familiare ma non sai riconoscere.
Col naso all’insù cerco le somiglianze, fra ciò che vedo qui e ciò che ho ancora negli occhi.
Tempo fermo e sole senza scampo.
Come se i vecchietti immortalati in una foto in una chiesa, fermi sul ciglio di un podere con cappelli e fazzoletti in testa, sotto un sole in bianco e nero, potessero ancora essere qui, dietro al trattore fermo, accanto alle mucche al pascolo, sui cucuzzoli dei monti dolci terrazzati, erosi dal vento e dalla vita che non perdona.
Già perdonati dall’arsura con corsi d’acqua generosi e verde a perdifiato.
Come se il sole non fosse già abbastanza.

Magari la vita perdonasse allo stesso modo con cui la natura perdona le nostre mani maldestre.
(E.)

Published in: on agosto 26, 2008 at 9:12 am  Comments (12)  
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Incoscienza

the key di NaNa

Nel silenzio di due occhi socchiusi e di una tastiera familiare, ma non usata da giorni, si ritrova un giorno che è sempre stato lì ad aspettarti ma che non c’era mai stato.
Come quando stai per avere un appuntamento con una persona che non conosci e poi scopri che era lì nella tua mente e che toccava solo prenderla e portarla fuori.
Questo giorno ancora incartato, dentro la sua carta di cielo a pecorelle, di una città ancora senza un nome, perchè lo acquista quando sono in tanti a popolarla e a correrla affannosamente, questo giorno, dicevo, è un giorno di passaggio.
Un giorno che sapevi sarebbe avvenuto ma le parole non sono ancora state create.
Un giorno di ritorno, in cui ciò che ti era familiare prima è una sorpresa e le facce di coloro che incontri sono quasi piacevoli.
Perchè hai dimenticato completamente quello che sono capaci di fare.
L’incoscienza delle cose dimenticate.
Il tempo per ricordarle viene presto e senza avvisare.
(E.)

Published in: on agosto 25, 2008 at 9:42 am  Comments (17)  
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Spazi

una mia foto

Sono fatti per andare.

Tutto triste, il camaleonte
si rese conto che,
per conoscere il suo vero colore,
doveva posarsi sul vuoto.
(A. Jodorowsky)

Dove è un altro discorso.

P.s. parto per due settimane. un abbraccio a chi resta. (da bep lec’h. war vor atao)
(E.)
Published in: on agosto 8, 2008 at 9:11 am  Comments (26)  
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Only happy when it rain

uno specchio e una forchetta - di michele pedrolli

Dopo la pioggia, camminare nelle strade solitarie di una città ancora addormentata e vuota, è quasi liberatorio.
I raggi del sole attraversano la mia ombra e la disegnano lunga sull’asfalto e scopro i ciuffi di capelli ribelli verso l’alto ai lati.
Qualche vecchietto col cane, i negozi chiusi.
Ricordo una mattina d’agosto a Roma, nella mia vecchia casa nel quartiere africano. Cercavo un bar disperatamente per far colazione e un giornale da leggere.
Mi ritrovai in un bar con un egiziano sorridente che mi faceva il cappuccino e una copia di uno di quei giornali da metropolitana di una settimana prima fra le dita.
Di noi conosciamo solo quello che vediamo.
Ciò che vedono gli altri ci sfugge, anche se vorremmo saperlo.
Ed è per questo che in certe fotografie scopriamo alcuni lati di noi ed alcune espressioni che non conoscevamo.
E scopriamo che al di là di ogni nostra comprensione la faccia che ci restituiscono è solo di qualcuno che ci somiglia.
Ma di brutto.
(E.)

qui la canzone
Published in: on agosto 7, 2008 at 9:22 am  Comments (14)  
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Pastis

Non amo l’anice.
I miei amici del sud della Francia lo trovano dissetante.
Non amo nemmeno la menta, ad essere sincera. E tutte quelle cose che dicono dissetanti, ghiaccioli compresi.
Il pastis è l’aperitivo perfetto, annacquato quanto basta per perdere la sua forza, il suo coraggio.
Perché anche i liquori hanno coraggio.
Si presentano in bottiglia, chiari, trasparenti, innocui. E poi mollano il colpo.
Eppure, pur di essere via di qua, lo berrei anche.
Pensando di essere in vacanza, con l’ombrellino sul bicchiere, davanti ad un paesaggio provenzale qualunque.
Io e il pastis.

(E.)

Published in: on agosto 6, 2008 at 8:42 am  Comments (27)  
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Apri la porta e andiamo via

la foto è mia

Specchio di pioggia e asfalto
Oggi il mio viso è più leggero
Senza pianto, solo acqua e cielo

Prendo in prestito queste parole in un giorno come altri, sonnecchiante d’estate e di sveglie troppo anticipate, dal caldo e dai pensieri.
Affollati come una metropolitana all’ora di punta.
Se prendessi il volo oggi non ci sarebbe nulla di strano.
L’aria leggera danzerebbe e si scontrerebbe con quella umida.
E farebbero un rendez-vous. Le guarderei da qui, in silenzio, guarderei dove gli altri pensano non ci sia niente.

(E.)

Published in: on agosto 5, 2008 at 8:48 am  Comments (16)  
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Fili d’erba

whispering grass - di andy south wales

Sottili, arroventati dal sole o freschi di rugiada.
Se li pigi sulle labbra puoi farci suoni. Puoi sentire il loro rumore nel silenzio di un campo.
Puoi vederli ondeggiare al vento o gemere appiattiti dal caldo intenso.
Strapparli con rabbia, ferirti.
Correrli con le dita o lasciarli solleticare i tuoi polpacci.
Scoprirli sotto i piedi, impigliati nei lacci. Lasciar loro tingerti i pantaloni.
Sentire la loro fragilità spegnersi. Nel colore più forte.
Annusare l’aria che li ospita e sapere che anche loro fanno quell’odore.
Quello che pare essere altro, ma li contiene.
E li confonde.
E parla di loro anche se loro non lo sanno.
(E.)

Published in: on agosto 4, 2008 at 12:22 pm  Comments (10)