Breakfast in America

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

Indignazione silenziosa, di quelle impotenti, da hula hoop sul tiggì e da chi frega è più fico. Pagare per poter vivere. Come una scommessa. Chi offre di più. Dignità uno, dignità due, dignità tre. Aggiudicato. Un russo ci verrà a comprare. Un cinese ci farà le scarpe su misura, di cartone. Un giornalista chiedera` milioni per dire idiozie. Mentre centinaia di migliaia vorrebbero mille euro di salvezza. Per non scivolare. Andarsene potrebbe sembrare una sconfitta. Ma è la vera sfida forse. Via dalle logiche europee, dice Magalie. Lei che se ne è andata in Thailandia, senza certezze, solo sapendo che non sopportava più la vecchia Europa bofonchiona. E sabato ha i cartoni pronti per spostarsi ancora. A sud ovest, a Hua Hin, bord de mer, dice lei, che viene da Argences e lì ci torna solo quando ha nostalgia della matelote o del calvados. Che basterebbe solo avere il coraggio di perdere le abitudini e tornare a rischiare. Basterebbe per alzarsi una mattina e decidere che breakfast in america non è solo una canzone, ma anche un possibile piano per la giornata.

(E.)

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Published in: on ottobre 23, 2009 at 9:42 am  Comments (13)  
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Chiedi alla polvere

Saskatchewan – Felix Constantinople

Saskatchewan – Felix Constantinople

Giornate convulse, fatte di fiato rincorso, di esilio.
Esilio da se stessi.
Giornate di parole arrotolate e di altre sparpagliate a caso. Fatte entrare dalle orecchie o respinte, fatte circolare dentro e fuori senza lasciare traccia o pesate come fossero once di metallo prezioso.
Lingue fuse insieme, pensate da sole. Lasciate su una tastiera inglese, senza accenti, ritrovati sui simboli quando c’è tempo o dimenticati lì senza grossi rimorsi.
Parole di madre, in una casa vuota e enorme, senza mobili, che sgombera i resti di una famiglia che non ha mai avuto. Parole raccontate di fratelli coltelli, limati a dovere e pronti all’attacco, anche con sessant’anni a cranio. Mai domi, infelici e tristi, come gli intellettuali di cui sto finendo il libro.
E penso ai posti dove non sono mai stata. A posti lontani che non ci è concesso di raggiungere, alla Siria e al Medio Oriente tutto, che sento come il mio nocciolo.
All’America che rimane sempre troppo grande. Alle nostre case carbonizzate e a quelle cadute. A quelle in piedi che ci aspettano tutti i giorni, vuote. Con la penombra a combattere il caldo e le pale dimenticate accese al soffitto.
Al tempo che ci spezza. Che ci frantuma e non ci restituisce tutti i pezzi.
Alle persone smarrite, a quelle che vorremmo raggiungere per sfiorare loro il pancione e dire che siamo lì e che non ce ne andremo.
Alle persone che non si vedranno mai più e che all’improvviso ritrovi su un aereo che ti sorridono. A quelle che non saranno mai tutte insieme nello stesso posto.
A tutti i baci sperperati e a quelli dosati. Ai sentimenti spesi e mai restituiti. A quelli rimborsati sul 730 e alle case che non avresti mai voluto vendere, perché lì c’era il tuo essere, il tuo sudore. E alle pareti da ritinteggiare.
Che mettersi a ritinteggiare fa bene.
Pulisce i muri e i pensieri tutti insieme.
E a tutta la polvere intorno.
Quella che divora tutto.
(E.)

How to make

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Maker: Mrs. Benjamin F. Russell  Title: Woman making American Flag Date: 1910
George Eastman House Collection

Fatta l’Italia tocca fare gli italiani.
Fatta nel senso di fregata. Non nel senso dazegliano.
Fatta, disfatta, rifatta.
Fatta con le messe, con le promesse, con le rimesse.
Disfatta con le tombe, con le trombe, con le bombe.
Rifatta con i cerotti, con i biscotti, con i pulotti.

E` fatta.
Se sapete cucire poi, si fa meglio.
(E.)

Published in: on aprile 14, 2009 at 10:11 am  Comments (16)  
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Uomini bianchi con gli occhi azzurri

la foto è di James Good

Con gli abiti talari.
In un periodo di foto di gruppo e promesse, di ammortizzatori che non smorzano affatto, di oscillazioni da curve di montagna e da allarga la tua casa che c’è un amico in più, se sposti un po’ la seggiola ci cadi dentro anche tu.
In questi giorni di reality e di famiglie con tanti figli, inesistenti, di sogni attaccati con i post it sul bordo di uno schermo.
Nei giorni di questi scontenti in cui anche la chiesa si impietosisce e promette soldi e aiuti alle famiglie, le notizie non arrivano. Pare che solo fuori da questa nazione la gente protesti e resti senza un lavoro.
E non è così.
In questi giorni una realtà italiana prestigiosa, l’ultimo baluardo della ricerca italiana, è in agitazione e rischia di chiudere i suoi battenti.
I proprietari sono preti.
Ma non dovevano aiutare i malati o li sanno aiutare solo come hanno fatto a Serra d’Aiello? E aiutare i malati non significa fare in modo si trovino i rimedi per farlo?
La ricerca non riscuote molto successo in Italia, lo sappiamo.
Inutile ci raccontino gli imprenditori che vogliono si allenti la pressione fiscale per investire più allegramente sulla ricerca.
Fumo negli occhi.
Per salvare le chiappe del 5% del mondo ci siamo caduti dentro tutti.
E ci hanno levato la speranza. Quella di potercela fare, di riuscire ad elevare le nostre menti, se non possiamo elevare altro.
Quella di scoprire, di contribuire alla crescita del mondo.
E invece paghiamo la scelleratezza di pochi e la cecità di molti.
I preti ammoniscono sul paradiso, che ci attende. E di paradiso oltre al Liechtenstein e alle Cayman nemmeno loro sanno.
E mentre i presunti grandi, coi rialzi sotto le scarpe e la voce sempre troppo alta, fanno finta di lavorare, fuori il mondo scorre e avrebbe davvero tanta voglia di lavorare.
Senza elemosine.
(E.)

Published in: on aprile 3, 2009 at 10:32 am  Comments (4)  
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Touchdown

Nelle notti delle nostre attese, quelle notti in cui si tace sotto la neve silenziosa fuori dalle nostre finestre, in quelle notti in cui pensiamo di non essere stati mai e di avere sempre aspettato fosse, come in una perenne alba.
E in quelle notti, in cui lo specchio e i denti sono gli stessi, in cui se ti volti indietro trovi le solite scarpe sul tappeto e i teli azzurri puliti sulla cesta nel solito posto, in quelle notti proprio vorresti mettere altre scarpe e uscire.
Con le spalle imbottite per yarde e yarde. Senza lanci, come un running back.
Correre fuori.
Io di football non ci ho mai capito niente e nella corsa di resistenza non sono buona.
Ma di correre ogni tanto mi viene voglia.
Di sentire le narici nel vento e il freddo che si scioglie sulle guance.
E, alla fine, sfondare la linea.
Che è anche ora.

(E.)

Published in: on febbraio 2, 2009 at 11:12 am  Comments (8)  
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Set us free

Vicini al capodanno cinese.
Sti cinesi ne sanno una più del diavolo, ma questo è un altro discorso.
Con Obama insediato e un fiume di cappottini senape a popolare i nostri incubi notturni.
Col cuore colmo di speranza, bianco che più bianco non si può, anzi con cenere attiva. Perdonate i rigurgiti da massaia.
In attesa. Ché l’attesa è sempre la cosa che ci viene meglio.
Ché poi ci perdiamo in un bicchiere d’acqua quando siamo al dunque.
Non ci regge il cuore, ecco.
E torniamo piccoli, ai tempi delle letterine di natale, desideriamo la pace nel mondo, i pozzi colmi d’acqua in africa, la corrente elettrica, i fiori nei cannoni, i razzi come sinonimo di petardi, solo per i fuochi d’artificio, lontani dalle case, eh.
E da antiamericani diventiamo tutti americani, come fossimo stati fulminati.
Attesa e speranza. We can.
E pare il purgatorio, fra wall street che non ci crede e aretha franklin che pare un pacco regalo.

“Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe”.
(Purgat., Canto I)

.. e se conoscessero rino gaetano in america, avrei volentieri consigliato ahi maria.
Chi mi manca sei tu.

(E.)

Published in: on gennaio 21, 2009 at 11:14 am  Comments (12)  
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Hudson? Amen

sera in arcadia – thomas cole – 1843

Conoscevo l’arte americana ottocentesca, i suoi colori, le sue estensioni.
Mi ero però fermata a pochi suoi maestri pur conoscendo oltre che la vastità dei suoi territori, la prolificità delle sue terre in fatto di arte e di nuovi modi per farla.
Cole e Durand senza dubbio sono i padri della scuola conosciuta come la Hudson River School, improntata sul nuovo rapporto fra la natura e lo spazio, dell’impegno di farsi bulbo oculare al servizio di una resa di luce e della immensa vastità della natura nella sua essenza intima e divina.
La mostra a Brescia presso il Museo di Santa Giulia raccoglie le opere più importanti e dimostrative di questa ricerca, la ricerca della scuola americana di costruirsi un suo spazio, una sua dignità, una sua unicità, in tempi in cui la scuola francese, i romantici inglesi e gli impressionismi regnavano nell’occidente più à la page.
Ed eccoli raffigurare la vastità, la bellezza del loro nuovo mondo, un mondo di spazi immensi, di vallate sconfinate e di fiumi, con colori di natura incontaminata e luci dal rosa all’arancio nei tramonti e nelle albe più belle del mondo.
E anche se questi stessi artisti viaggiando incontrarono Roma, Paestum, paesaggi osannati e ritratti da tutti i loro colleghi, è nel ritorno nelle loro terre che diedero il loro meglio, nel rendere paesaggi sconosciuti e dar loro la stessa magnificenza, lo stesso stupore e meraviglia suscitata dai paesaggi mediterranei o dagli acquedotti romani.
La conquista del loro territorio e delle sue migliaia di miglia nascoste all’uomo, all’arte, alla conoscenza.
Le sale della mostra segnano un percorso, a tratti commovente, all’interno dell’arte e della espressione americana, conducono verso una sorta di estatica riabilitazione, se ce ne fosse stato bisogno, di un’arte considerata, almeno nel periodo, minore rispetto a quella rispettabile e munifica del vecchio continente.
Oltre alla Hudson River e ai viaggi dei loro esponenti di spicco, oltre agli omaggi alle terre esotiche con lussureggianti vegetazioni e colori di fiori mai visti, oltre alle vedute d’arcobaleno delle cascate del Niagara, ecco il tuffo vero, quello al cuore.
L’arte western.
Le immagini di giovani cheyenne, i quadri di sciamani che sembrano parlare, le cacce di bisonti e Buffalo Bill con i suoi stivali, la sua colt. E le bambole sioux, perfette, vestite con le perline come ogni perfetto sioux, con le frange, con i colori sgargianti, con la pelle scamosciata, con le bocche cucite di perline rosse.
Le fotografie di uomini, dimenticati e vivi davanti ai nostro occhi, che si sporgono da un treno, di indiani d’america sulle gondole a Venezia o Buffalo Bill al Colosseo. Nell’Ottocento. Come se noi avessimo dovuto sapere prima e non ci è stato concesso di sapere ed ormai è troppo tardi per andare in quei luoghi e cercare le tracce del loro passaggio.
Un viaggio nei territori dei padri, dei fonemi dell’america, nel wild west show.
Non senza commuoversi davanti a volti che scoperti in quell’istante entrano per sempre nella tua mente, come fossero sempre stati lì.
Proseguendo nell’itinerario e accostandosi anche al tentativo impressionista americano del tardo ottocento, ecco arrivare i ritratti. Una sala a serpente attorcigliato con pareti colme di immagini di donne, di ogni età, di giovinetti col sigaro, di vecchi impettiti. E sembra di poter indovinare i loro pensieri e le loro indoli, tanto sono resi i loro occhi, le linee dei loro volti, persino le dita nervose di una signora in nero di mezza età fa intuire molto di più che un semplice ritratto di signora.

Dopo un sabato sera al Rolling Stone per il magnifico concerto dei Baustelle, con un Francesco Bianconi maestoso e musicisti di prim’ordine, per cui sembrava impensabile poter scovare una domenica che potesse offuscare due ore di musica talmente perfetta da non sembrare nemmeno italiana, ecco il sapore di questa domenica in America. A Brescia.

“Tutto lo spazio del mondo
tutto ciò che rimane
è qui
adesso
senza più luoghi
poiché tutto si è consumato
ogni cosa ha oltrepassato
il tempo

È lì l’America

senza sapere       senza più conoscere
se il tempo        sia stato
sia stato
o da qualche parte
invece         ritorni”

(M. Goldlin)

(E.)

Published in: on marzo 16, 2008 at 8:47 pm  Comments (21)  
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