Streptococchi alla deriva

Streptococchi alla deriva.
Mascherine protettive inutili.
Reflusso gastroesofageo.
Reflusso.
Reflusso di parole, che dalla trachea risalgono,
morte o ammazzate,
da un’ernia iatale precoce o latente.
Un dottore qualunque rinverrebbe
la mia incontinenza.
Prolissa.
Prolassi.
Ma l’impotenza è ben altra cosa.
L’impotenza non è come il vaginismo.
L’impotenza dal coito,
qualunque esso sia, di qualunque natura.
Anche un coito scritto.
Uno scritto.
Un herpes maledetto
che t’impedisce di baciare,
o di scrivere, o di trombare.
Miopia.
Ben poca cosa a confronto.
Sì, poca.
Astenia? Agorafobia?
Mancanza di tatto? Nevrosi?
Ancora meno.
Virus letali.
I giudizi.

“oratorem simulare non dedecet”
Ipocondriaco!

(E.)

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Published in: on novembre 30, 2007 at 9:52 am  Comments (7)  

Case

Nevio Leoni - Case

Non volendo distaccarmi troppo dal tema appena toccato, mi sono divertita trenta secondi col gioco delle associazioni. Padronanza. Evoca un padrone, certo, uno che abbia il possesso, la proprietà di una cosa. Ecco, la proprietà, uno dei temi portanti delle lotte di classe, il tema delle case, quindi.
Certo le case. Le case che sono il nostro rifugio, la nostra croce anche, perchè raccolgono dentro di loro i nostri affetti, i nostri dolori, i nostri sacrifici, i nostri segreti.
Le case. Alle porte di dicembre pensarci ovviamente evoca l’ICI e il fatto che i flagellati dai mutui di cui si parla tanto sono tenuti al pagamento di questa tassa, che serve fra le tante a permettere ai Comuni di fare tante cose, di far funzionare i mezzi pubblici, di comprare le coperte negli ospedali. E serve anche a dare da mangiare ai poveri portaborse degli assessori che altrimenti non saprebbero quale vacca mungere. Certo.
Ma non parlerò di case con questa accezione, il tema è scottante al punto giusto certo, ma se si può ne ho uno più scottante o comunque altrettanto interessante, spero.
A questo punto se fossi Zauberei, che sa bene intrattenere il pubblico e sa fare la buona padrona di casa, offrirei biscotti, panini e il suo immancabile caffè. Non essendo lei, tuttavia apprezzando oltre ad altre sue doti anche quella della convivialità, faccio lo stesso.
Servitevi pure, il caffè è appena fatto.
Dunque di che case vorrà mai parlarci vi chiederete.
Di Case ben più costose delle nostre, di Case che contribuiscono a costruire e ad affossare il mondo contemporaneo.
C’erano una volta i laboratori, popolati da studiosi che lavoravano alacremente per provare, riprovare, testare (il verbo non mi fa impazzire molto), valutare e sperimentare cose nuove e farle diventare ancora qualcosa di diverso. Questi studiosi hanno prodotto cose come la bomba H, la pennicillina, le cellule staminali.
Ecco, ed hanno generato valanghe di implicanze concatenate con la nostra vita di carattere sempre etico, sociale, politico ed economico. Oltre che religioso, certo.
E la pecora Dolly e il silicone nuovo di zecca, per attributi sempre all’avanguardia.
Dunque proprio stamattina ascoltavo alla radio della rinata esplosione dell’AIDS a Washington DC e, nonostante i sensazionalismi ed i terrorismi dei media che fanno diventare l’aviaria un male che distruggerà il pianeta, con l’AIDS non si scherza.
L’Italia aveva le sue piccole Case, storiche, una era sulla Casilina per esempio. Il palazzo se non ricordo male, c’è ancora, con la sua bella scritta sopra. Poi anche quella Casa è stata comprata dai colossi, dai giganti americani.
Sì, parlo di Case Farmaceutiche. Che pompano continuamente soldi, dentro e fuori, come fossero un cuore gigante e pulsante.
Le grandi Case Farmaceutiche del mondo sono poche ed intorno ad esse fluttuano satelliti piccolissimi, fatti di Enti, Istituti, studiosi singoli, Dipartimenti. I soldi sono loro, sono loro che foraggiano la ricerca, che la pagano, che comprano topi (ci sono adesso quelli bionici, sentivo ieri, resistono al cancro!), che organizzano fasi di sperimentazione su pazienti, che organizzano raccolte fondi, che fanno beneficienza per pulirsi la boccuccia dopo aver spremuto il mondo. Che costruiscono un ospedale in Namibia, dopo aver spostato bancali di prodotti dall’altra parte del mondo, a scopo di ricerca, certo. Ma il lucro se lo dimenticano tutti. Tranne loro.
Non credo nessuno abbia il dubbio che lucrino su ciò che fanno. Eppure, visto che collaborano con Università, con Ospedali cui forniscono anche farmaci per curare malati terminali senza avere soldi in cambio, eccetera, attraversano i confini con pochi spiccioli, popolano le nostre terre più belle (la Toscana per esempio) importando sistemi americani di produttività in cui i piani di attacco prescindono dalle persone e dalle cose, l’obiettivo è scoprire prima delle altre, costi quel che costi.
E così le dogane le conoscono bene, hanno i loro dati, firmano senza guardare i documenti, basta che ci sia il timbro lì e la fattura là.
I broker doganali vivono di loro, le multinazionali del trasporto pasciono i loro figli con loro.
Ecco, la grande macchina che si muove e che paga profumato, a servizio ultimato e perfetto, che paga in poco tempo, senza storie.
Un mondo dorato. Due lacrime per il malato che soffre e il rumore dei soldi che cadono nelle casse dei palazzi di vetro.
E, dall’altra parte, c’è il pubblico. I dipartimenti universitari. Gli istituti nazionali vari, altisonanti o meno, conosciuti o no. Che lottano con i topi nei laboratori, quelli di fogna però. Che hanno macchinari che cadono a pezzi. Ricercatori che hanno deciso di lavorare per 800 euro al mese e che insegnano anche nelle aule di università, tutto compreso. Che lavorano sull’AIDS per esempio, sui tumori per esempio, per salvare il pianeta.
E non sono remunerati abbastanza, ma lo fanno col sorriso. Ne conosco un paio, hanno gli occhi che brillano, anche se la burocrazia li schiaccia e per chiedere una cosa in più debbono trovare i fondi, chiedere lo sconto, pagano in ritardo e molti non vogliono lavorare con loro.
Questo post è per voi, piccoli eroi silenziosi che combattete come Davide contro Golia. Anche se la guerra non è fra voi, quanto fra il male e il tempo. Fra la corsa e la cura.
E vi batteranno le Case, quasi sempre. Anche se non sempre succede.
Fin quando avrete soldi migliori, più veloci e paghe più dignitose. Fin quando la ricerca non sembrerà per la gente una perdita di tempo e di soldi. Ma la nuova risorsa per rinascere. Tutti. Economicamente, socialmente.
Per riavere dignità.

(E.)

Published in: on novembre 29, 2007 at 10:22 am  Comments (37)  

Padronanza

Il presente post mi è stato inconsapevolmente suggerito da Offender, che in un suo commento ha sottolineato il fatto che secondo lui siamo padroni di noi stessi.
La filosofia brulica di pensatori i quali sono dall’una e dall’altra parte della barricata. In ogni caso il pensiero contemporaneo, mi corre l’obbligo di sottolinearlo, si schiera apertamente con coloro che parlano di influenza purtroppo determinante di fattori esterni che limitano o mutano la nostra libertà.
Se pensiamo che anche il buon Leopardi asseriva che l’uomo man mano che progredisce e supera l’età dell’incoscienza diventa schiavo della sua impossibilità di raggiungere la felicità. Beh c’è poco per cui stare allegri.
Lasciandoci indietro quindi i miti della caverna di Platone, Machiavelli, Schopenhauer e il velo da squarciare sul quale tutti abbiamo sognato e meditato, approdando al mondo di oggi ci scontriamo contro il muro della psicanalisi, che ahimè temo proliferi proprio sulla idea della impossibilità (da soli, senza aiuti) di poter acquistare padronanza, poichè tutto, dal neo del padre sulla nuca, al frullo d’ali di uccelli, influisce sul libero arbitrio, sulla esperienza e sulla vita di ognuno.
Al di là dei fanatici della psicanalisi, che non riscuotono successi dalle mie parti, tuttavia il raziocinio e l’osservazione del mondo mi suggerisce, senza dubbio alcuno, conclusioni simili alle loro.
Guardando un qualunque telegiornale ci si accorge che tutta la realtà è costruita e ricostruita in modo tale da farci credere di essere liberi, ma in realtà siamo, e la consapevolezza è ininfluente, prigionieri di situazioni, luoghi comuni, consuetudini, standard.
Il mondo ci vede incasellati in un target preciso: 30enni? mangiano ricotta e amano le maldive, cercano il sole anche dove non c’è, sono sensibili alle camicie a righe e all’azzurro intenso, e via così.
Studi e studi sulle tendenze e su come modellarle sono commissionati da chiunque.
Ieri sera anche il TG1 ringraziava perchè i risultati di un sondaggio attestavano che il 68 per cento degli italiani ripone fiducia nel tiggì della rete ammiraglia
Chiedono se abbiamo fiducia in loro per sapere sin dove possono arrivare, insomma. Ma soprattutto a chi chiedono queste cose? Chi sono i pazienti su cui si sperimenta questo tipo di cura nuova? E da cosa saremmo curati?
Secondo un detto orientale: l’uomo dorme e solo la morte potrà svegliarlo.
Non sono d’accordo purtroppo, anche per il fatto che non credo nell’aldilà.
Tuttavia che dorma (che veda uno stagno, come scrivevo tempo fa, credendo sia il mare) e che sia mantenuto sotto narcosi proprio perchè sia convinto che quello che vede sia reale e che la vita sia tutta lì, tutta la vita possibile, purtroppo lo credo. E non solo io.
Stando anche a studiosi dei nostri tempi, l’uomo di oggi è meno sensibile ai mutamenti del mondo, ai fenomeni naturali e per questo motivo non può accorgersi di SE.
Il dilagare comunque del “giustificazionalismo” rischia di far precipitare questa timida consapevolezza in un valido motivo per non essere perseguibili dalla legge.
Sono un assassino, ma non ero in me.
Queste sono le deformazioni del nostro tempo.
Non c’ero, se per puro caso riuscite a provare che c’ero, non ero pervenuto, avevo fumato, bevuto, o ero stressato o ero senza alcun dubbio vittima del mio tempo.
Uno sbadiglio si leva da questa valle di lacrime.

(E.)

Published in: on novembre 27, 2007 at 12:41 pm  Comments (13)  

Segni di guerra

macerie

Il fine settimana passato porta con sè tanti itinerari.
Ho portato con me tutta la voglia di capire e di recuperare il tempo perso.
Sono stata a vedere una mostra, un collettivo di artisti vari, che interpretavano il disegno.
Una mostra nel cuore di Milano, di una Milano che fa convivere un po’ distratta il timido tratto di matita di un’artista russa che lascia intravedere, con tre al massimo quattro linee, una donna accucciata ed un gatto che dorme fra le sue gambe e le cornicette da rosario di un artista giovane e pretenzioso italiano che omaggia donne e cose del suo presente con colori sguaiati e con tratto sapiente.
Segni. I segni di un artista navigato che decide di descrivere l’interno degli alberi e quelli di una ragazza che su mattonelle di gesso fa emergere mani, braccia, corpi che spariscono nella stessa mattonella.
Segni che ho portato con me, a passeggio per tutto il fine settimana, mostrando loro i miei segni e le mie speranze. I miei colori e le parole che non ho detto e non ho scritto.
Rientrando a casa, dopo aver fatto un tuffo in uno dei bar affollati di aperitivi della città, e avendo constatato che nonostante le premesse il bar non era male, con tavoli e ambiente da vecchia bettola e con olive grandi quanto castagne, ho annusato la pioggia e le strade silenziose di un sabato sera. La metropolitana era assonnata, nonostante fosse l’ora di cena, la gente silenziosa guardava nel vuoto. Solo una bimba sgranocchiava salatini, occhi negli occhi col padre, giovane e slavo, che le parlava con la bocca piena.
Verso casa pensavo a quello che mi sono persa negli anni, ai segni che ho smarrito, a quelli che ho ritrovato.
Ho udito i miei passi nel silenzio e le fronde degli alberi cariche di pioggia.
Quegli artisti avevano taciuto, dimenticato di toccare un tema.
C’erano il sesso, la paura, il machismo, la vita comune, le donne e le loro paure, il pugile suonato, i bambini muti, la natura vera e quella sognata. Mancava la guerra, le sue linee dure e il suo tragico presente.
Mancava inspiegabilmente, come se i giovani non avessero avvertito questo urlo dall’interno della terra.
E questa tragica assenza mi ha ricordato che anche l’arte è interpretazione, forse non l’avevo vista io la guerra. O forse semplicemente gli artisti non volevano vederla; alcuni di loro ce l’hanno negli occhi ancora e la scacciano con forza, scegliendo tratti diversi, usando macchie di colore per cancellarla.
Forse.
Eppure esiste ed è alle frontiere.
E il nostro paese si appresta anche a foraggiarla ancora (qui).
Stamattina c’è il sole. Anche il cielo prova a far dimenticare la pioggia.

(E.)

Published in: on novembre 26, 2007 at 10:14 am  Comments (13)  

25 Novembre

Volevi un biglietto, ti piacciono i biglietti, te li scrivo sempre.
Volevi parole mie, parole che conosci.
Parole delle quali intuisci il senso, quello nascosto, anche se chiudi gli occhi, e vedi le immagini.
Parole che capisci anche leggendole al contrario.
Rivoltate come una maglietta bianca lasciata distratta sulla poltrona, come sempre.
Volevi due righe da me, perché il regalo lo hai già scartato.
Volevi un cerchio da riempire, con colore, il mio colore, cangiante, sempre.
Volevi una delle mie smorfie fotografata nelle parole sotto al cuscino, di domenica mattina.
Vorresti che restassi sempre, con la stessa forza con cui sempre mi spaventa.
Vorresti che la guerra, la nostra, la guerra degli altri, tutta la guerra, fosse un ricordo.
Vorresti che i sorrisi di chi non c’è più tornassero a baciare i tuoi occhi stanchi.
Ti lascio una canzone, che non ti piace nemmeno, ma che potrebbero essere le mie parole.
Due righe per dirti che sono ancora qui.
Ancora.

(E.)

ascolta qui
Published in: on novembre 23, 2007 at 6:36 pm  Comments (4)  

Il mio Paz

vogliamo tutto

installazione alla fine di calle Prado sul Malecon – L’Avana 

Quattro anni, vestitino rosso, cappottino caruccio, forse troppo, calze non pervenute, chissà perchè, eppure a Bologna il freddo c’è.
Piazza San Francesco. Trattoria vicina.
Si abita fuori Bologna, sui colli, verso Imola. Casale di legno, tanti ragazzi e bambini, pochi adulti arbitri, alcuni anche poco svegli.
Dicevo di Piazza San Francesco. Come se fosse presente, al presente.
Intorno tanta gente, molti, tutti giovani, bambini pochi, credo solo io e la mia sorellina di tre anni.
Si cammina e si canta. Si guarda la mamma giovane e bella nei suoi jeans e nel suo poncho che canta. L’internazionale. Si cerca in mezzo al fumo di scorgere altri volti amici, qualche Piero o Giovanni, qualche Maria o Elisabetta, non so, pilastri di sicurezza in una marea di estranei, che pare una festa.
Il rumore è assordante, c’è chi ha i bastoni e li batte contro qualunque cosa, c’è chi fischia, c’è chi urla contro il potere, così dice la mamma, c’è chi canta ancora e ancora cose incomprensibili, parole che si affastellano confuse nella mente ma restano se si chiudono gli occhi, la sera, sotto un tetto di travi a vista in mezzo al nulla lì fuori.
Fischi di molotov, fumo che pare di stare davanti al camino acceso, solo che in questo caso non c’è la Rosa che pulisce le patate e canticchia qualcosa che sembra allegro.
C’è solo fumo, mia sorella che sta muta, non parla ancora, chissà perchè, e io che faccio tante domande. Che afferro qualche parola smozzicata nella folla e chiedo: “Ma perchè vogliamo la casa, se noi la casa ce l’abbiamo?”.
Risposta non pervenuta, confusa nel rumore, o confusa nella memoria.
E si cammina, ci si ferma a Via del Pratello, si prosegue verso il centro, i ragazzi dell’università sono con noi, si va. C’è anche qualche fotografo, sparso, ci sono ragazzi con cartoncini disegnati che non si capisce cosa ci sia scritto sopra. C’è tutto un gran caos che il freddo non si sente più, si canta e io scimmiotto i grandi, canto come se fosse la canzoncina della scuola. Che all’asilo mi scappa anche di cantarla e la gente non so perchè mi guarda strana e sorride. E io che penso di essere furba.
Si prosegue, i portici sono stracolmi di gente, si sente qualche sirena, si vedono da lontano divise scure, alcuni fuggono, fuggiamo anche noi, sembra mosca cieca, il centro della strada resta vuoto in un baleno.
La ressa sui bordi, le stradine interne ingolfate di ragazzi con le sigarette in bocca.
La mamma deve andare, ci lascia con Elisabetta o un nome simile, deve andare a Radio Alice. Si trasmette, si deve raccontare che sono arrivati e hanno colpito a muso duro. Mi sembra di capire questo da quello che bofonchia a qualcuno.
La vedo sparire nelle stradine, io la seguirei, lei dice che sono sveglia, che capisco, ma la sorellina ha le mani fredde e guarda il cielo come se non l’avesse mai visto. Tocca restare con lei.
Il mondo è all’inverso. Lei cammina a testa in giù, pare, quindi la prendo per mano, cammino ancora, con la tizia con cui siamo che continua a parlottare con chissà chi, con un barbone scuro che pare mio padre.
Si va verso la corriera, si torna verso casa allora.
Riconosco la strada che porta alla fermata, la ottocento di mamma è parcheggiata sotto casa, siamo uscite presto ieri mattina ma senza macchina.
Si torna a casa, allora, ieri sera eravamo in un posto grande, stanzoni enormi e ragazzi con un fuoco improvvisato. Non so leggere bene, non so che cosa ci fosse scritto su quell’edificio, ma dicevano che era una caserma. Una caserma occupata, adesso che ci penso.
Stavolta si torna a casa, se siamo fortunati sentiamo anche la mamma alla radio con Enrico e i ragazzi che saranno senz’altro a casa. Loro non vengono a fare queste cose.
Loro cantano, loro guardano la mamma e pensano che sia bellissima, sono giovani, tanto giovani, la mamma invece ha più di vent’anni e i suoi capelli corti sono diversi dalle altre.
Magari usciamo anche in bici, se c’è ancora luce, mi metto sul cestino come sempre e Gioacchino pedala. In mezzo al silenzio, intorno al laghetto coperto di ghiaccio.
La corriera procede lenta, la gente dentro parla, racconta, si lamenta. Qualche vecchietto legge il giornale e vuole si tacciano tutti, sorbole! Ma continuano a parlare, anche la Betta parla, sempre col tipo con la barba e con altri che non ho mai visto.
La mamma tornerà mi dice uno di loro, io annuisco, ma non glielo avevo chiesto. Lo so che torna, c’è il bucato da fare, mi sembra.
Il mondo va al contrario. Sono a testa in giù io adesso, guardo il tetto della corriera e dietro la strada che corre.
I mondi possibili non li conosco, conosco questo ed è bellissimo, ci sono tanti ragazzi e la mamma torna.
Scendo e vedo la casa, da lontano. La Betta ci lascia ad Enrico, che con i suoi occhi dolci ci accoglie e ci dà qualcosa di caldo, mentre la Rosa è in cucina e si sente un profumino niente male.
Stasera ruberò un goccio di vino a tavola, la mamma ha detto che non devo farlo, ma è così buono. Tanto, solo per sentire il sapore.
La radio è accesa, si sente la radio, ma è un’altra stazione, uno dei ragazzi cambia e c’è della musica, poi ancora e c’è Radio Alice. Dico tronfia ad Enrico che la mamma è lì e che oggi eravamo insieme. Lui scuote la testa e non capisco, ma poi torna a sorridere.
Angelo, uno dei ragazzi, corre lungo il corridoio, fra poco si cena, niente bici.
La radio parla lingue strane, non capisco un tubo, e quindi canticchio.
Canto sempre quando fa freddo.
E anche quando mi nascondo sotto il tavolo con mia sorella per fare una sorpresa alla mamma quando torna. Ma lei mi sente e mi scova subito.
Torna, fra poco torna.

(E.)

Published in: on novembre 22, 2007 at 4:40 pm  Comments (12)  

post maivisto – post preparatorio

Il presente post è preparatorio per un altro pezzo di memoria, purtuttavia è solo un modo di omaggiare una persona del tutto maivista che ha incrociato solo col pensiero la mia vita, o meglio la mia infanzia.
Si tratta di Andrea Pazienza.
Lui scrisse di sè sul Male nel 1981 una sua presentazione, dicendosi cose banalotte come Gemelli ascendente Sagittario e raccontando che “Sotto l’aspetto fauto e salottiero nasconde abilmente torbidi legami con il movimento del ’77 e con altri movimenti analoghi.”
Non me ne vogliano i gentilissimi fruitori del MIVA blog.
Non ho intenzione per il momento di parlare di quel periodo, tuttavia lo vissi, intimamente vissi, fortissimamente vissi, lì dove lo visse lui e merita un capitolo del mio viaggio.
Post mai visto perchè lui e Sparagna fondarono il maivismo, una cosa genialissima, a parer mio, che mi vide spettatrice inerte, tuttavia questo bastava per un movimento di questo tipo.
Dunque il buon Paz attraversa parecchia della mia vita, gli anni ’70 li ho vissuti con occhi di bambina, tuttavia molto vigili e presto li racconterò.
Il mio intento non è quello di nostalgiche rivisitazioni di un fumettista-pseudopensatore e del periodo nel quale mi fu vicino nel pensiero, tuttavia nel recente 2002 uscì un filmetto italiano (di Renato de Maria) che io e il buon amico mio Penthotal (nome copiatissimo ovviamente da uno dei suoi personaggi) andammo di corsa nelle sale a vederlo, ricordo al Tibur per l’esattezza.
Quel periodo mi ha segnato la vita, nel bene e nel male.
Pertanto merita il mio omaggio e merita il mio ricordo.
Merita che lo regali a chi non lo conosce e merita che prepari la scena per un pezzetto del mio Paz, tutto personale.
Per il momento saluto Andrea Pazienza anche se non può sentirmi.
Lo ringrazio per avermi fatto credere che in fondo la vita poteva anche essere ben colorata e fumettata nonostante la sua crudezza.
Ciao Paz!

(E.)

Published in: on novembre 21, 2007 at 3:25 pm  Comments (21)  

Sei donne sotto un tetto – 2

Fotografia natalizia. Abete vero, non si usava avere spirito ecologico, gli aghi riempivano dopo qualche giorno l’intero pavimento dell’ingresso.
I soliti festoni argentei, il solito rito della ricerca dell’albero, fatta rigorosamente il 7 dicembre, perchè l’8 l’Albero andava montato in ogni sua pallina, sistemato in modo che a Natale già fosse bello che spogliato da ogni ago.
L’otto dicembre era un rito da consumare in gruppo. Le piccole marmocchiette in attesa che fosse issato nel suo bel vaso, guardavano l’abete e decidevano la posizione migliore, quella a favore di occhio.
Palline alla mano, gancetti pronti, si lanciavano nell’addobbo, senza pudore alcuno di mettere colori insieme poco abbinati, nella ricerca selvaggia di ricoprire tutto l’albero rendendolo simbolo di abbondanza.
Dunque dicevo fotografia. Ricordo una delle tre zie immortalata in una di queste preparazioni. Ha i capelli sempre gonfi, anche se siamo già nei primissimi anni ’80, e neri. Ha un abito di lana rosa, che si ferma sopra il ginocchio, si intravvede nella foto la sottana bianca, ha una pallina in mano e una espressione da bambina, anche se ha più cinquant’anni.
Si vede il suo volto appena in ombra, il protagonista è l’abete, tuttavia sfigurato da un taglio di inquadratura che lo rende spuntato e senza il lato destro. La foto dunque smarrisce il ricordo del puntale d’argento e delle palline contenute nel lato destro, vittime dello scempio.
L’immagine seguente ritrae lo stesso albero, sotto il quale due bimbe sono inginocchiate sotto. Una ha il viso pieno e capelli corti addomesticati sul liscio. Formano due onde strane e innaturali ai lati della fronte e l’espressione è da furbetta, una calza di lana è smagliata sul ginocchio, le babbucce sono rosse. L’altra soliti capellucci lisci a incorniciare il viso e espressione da madonna addolorata con babbucce identiche ma blu, senza smagliature alle calze.
Le stesse due impunite compaiono in altra foto, unica per tantissimi motivi.
La composizione rara raccoglie quattro persone, per caso e per fortuna comprese in una immagine e una sola.
Centrali un uomo coi baffi scuri (un uomo!) e i capelli ricci scuri, espressione distesa (strano!), e una donna, anni ’80 senza alcuno scampo, vestito bordeaux, capelli ricci in criniera (fasulli) castani. Bella nonostante tutto. Ai lati le due impunite.
La furbetta a destra ha le babbucce dell’altra, scambio furtivo ma con giusta motivazione, almeno stavolta.
La mariaaddolorata è modestamente mascherata con oggetti e indumenti di fortuna. Ha le calze scure lunghe, un giaccone pesante rosso, le babbucce rosse (tono su tono), un fazzoletto bianco a mò di barba e un cappello rosso di lana. Un Babbo Natale improvvisato.
La foto nella sua incredibile unicità immortala quella che non fu mai una famiglia.
Fu scattata da una delle zie, che non tranciò nessun particolare.
Per anni rimase in un cassetto alla vista degli avventori alla ricerca di calze e di maglie di lana.
Tutte le altre foto trovarono giusta allocazione in album e raccoglitori, onorate dalle sei donne come simboli di una famiglia che parlava solo al femminile.
Come si parla donna?
Nel modo in cui ti viene, sempre attente alle sopracciglia ben pettinate e ai capelli in ordine, però.
Nessuna espressione che potesse superare l’oibò ovviamente. Da suicidare prima di varcare l’arcata dentale.
Porcaccia la miseria!

(E.)

Published in: on novembre 20, 2007 at 6:01 pm  Comments (10)  

da Serie BOCCIONI, Foyer Teatro Comunale Cilea REGGIO CALABRIA

alberodn2.jpg

Paesaggio con albero senza foglie, 1911

(grafite su carta giallina) 

Alle foglie [il turbine

ansioso di un uragano

che viene da occidente

che invade

Toglie foglie e figli

e piange, oibò, del vuoto.

 C.

Published in: on novembre 19, 2007 at 11:41 pm  Comments (5)  

Eternamente tua

fiori di sambucoLa partenza ha il sapore di caramelle ai fiori di sambuco. La campagna piatta ci lascia presto alle spalle ed ecco i colori e le curve che ci attendono. I gialli accesi dell’autunno, i campi pieni di luce e di viti spogliate.
Troviamo una città imbronciata e gelida, un vento sferzante taglia le guance, rotoliamo sui marciapiedi con i trolley verso una casa che man mano si avvicina, si vede la terrazza piena di piante, si vede quel buffo portalume da esterni a forma di foglia gigante, si sente la voce di mamma al citofono, sempre la stessa.
Uscita immediata, senza passare dal via.
Il freddo non invita, ma la voglia di infilarsi nelle sue strade è tanta. Dunque a piedi, come nella migliore tradizione, persa ma mai dimenticata, con la scusa di qualche acquisto, si va, si annusa l’aria piena di vita, frizzante sul naso, che scompiglia i capelli.
Una cena poi con sorella, maritino, e mamma diventa quasi obbligatoria. Infilata in un posto per carnivori, dove si scaldano subito le mani appena entrata, mi adeguo anche non rientrando nella categoria.
Non mi avrai mai, pensavo quando arrivavo a Milano la prima volta. E lentamente mi sta avendo, nonostante mi rifiuti di pensarlo e di accettarlo.
Roma non mi ha mai persa, non mi sono distratta nemmeno per un attimo dal suo splendore intimo, più che da quello esteriore, così visibile quasi scontato.
La giornata seguente è tutta per la città. Tant’è che c’è ancora chi si lamenta per i chilometri macinati, la cui somma forse racchiude quelli fatti in un anno di “prendi la macchina, scendi dalla macchina”.
Roma ci accoglie nel suo salotto bene, scendendo dalla scalinata più famosa del mondo. Il tramonto colora i tetti di rosso, i soliti uccelli in stormo disegnano vortici e forme diverse nel cielo, verso nord. La discesa è dolce e il freddo non si sente quasi. La gente straripa, ma nonostante tutto sembra di stare in silenzio, come in moviola, si scende, si chiacchiera, si commentano i colori incredibili del cielo, si cercano le caldarroste.
Il sapore di caldarrosta riporta inevitabile a questo periodo e a tanti ricordi. Gioiellieri ai bordi delle strade le vendono come un tempo. La prima in bocca è una poesia, calda e morbida come un ricordo.
Le strade sono affollate, il sabato pomeriggio è l’apertura delle gabbie, si dice. Quindi umanità varia si spalma sulle strade, assalta tutti i negozi.
Man mano che raggiungi Via del Corso sembra salire un boato, le stradine interne sembrano isole felici, mentre lì fuori il fiume scorre, implacabile.
Il tramonto è andato, le luci della sera avvolgono le strade, i negozi più chic mettono in mostra i loro denti lucidi e sorridono ai passanti intermittenti, ormai natalizi.
Domani si torna. C’è tempo per un’altra serata, stavolta in casa, con due spaghetti e chiacchiere spensierate.
La mattina che arriva è sempre assolata, ricorda che il freddo conserva.
E così conserva intatto il verde delle piante sul terrazzo, il verde della Villa (parco) che si vede dalla finestra.
Saluta Roma che è tardi.
Saluta mamma che è sempre alla finestra e se non ti giri continua a chiamarti perchè ti volti a sorriderle.
Sulla strada verso casa il sole ha deciso di fare una danza. Due dita di lilla, l’oro più caldo che c’e’ a contornare l’orizzonte e note di musica su cui scivolare.
Billie Holiday canta per una folla di gente mentre le nuvole si rincorrono e cambiano colore col sole che se ne va.
E tu, sulla coda della sua voce che si spegne: “pensa, queste persone che applaudono alla fine di questo brano sono tutte morte”.
La scatola di caramelle è aperta.
Viola come il cielo.
Noi, ancora vivi, guardiamo il sole che va a dormire.

(E.)

Published in: on novembre 19, 2007 at 12:08 pm  Comments (15)