Oroscopi e bombe

Two hundreds miles above Central Asia, the skies are visibly calmer as polar mesospheric clouds are captured on film. While the earth is still shrouded in darkness, the clouds are illuminated by the first streaks of sunlight (courtesy of NASA)

Calendari e nuvole rosa su questo mattino di fine anno.
Un sole arancio da risveglio da savana sui tetti lividi di una città che dorme senza scampo, col ghiaccio a terra e la neve a pochi chilometri, sui rami spogliati da un inverno inclemente e due cuffiette nelle orecchie che concilierebbero piu` il sonno che un inizio di giornata di lavoro.
Il cielo si tinge di rosa, colora le finestre e i cavalcavia, la lattuga oltre i guard-rails, le scavatrici lasciate a dormire lungo la strada.
Dura qualche minuto questo silenzio e questa magia, poi tutto torna normale, come se te lo fossi sognato e il sole, un miracolo, inonda tutto, come fosse sempre stato lì.
Lì a guardare tutto.
Il mondo, i conflitti, le bombe, i morti ammazzati, le auto accartocciate, gli addobbi natalizi, i libri sul comodino, i corpi nudi di chi si ama e i corpi denudati dalla povertà e dalla morte.
Le cose tutte insieme, sparpagliate come in una soffitta, come un riassunto strampalato, fatto di immagini, di gol, di tacchi a spillo, di elezioni, di striscia di gaza, di into the wild, di finestrini appannati, di pagine scritte fitte, di mani troppo spesso dimenticate.
E avremo un secondo in più domani. Lo hanno stabilito senza chiederci il permesso.
E giù retorica sul valore di un secondo.
Che vale davvero un secondo. Non un primo, nè un dessert.
Vale quanto una parola detta piano, senza fretta. Che duri il tempo giusto e che significhi tutto il suo significato, pieno, senza risparmiarsi.
Vi auguro quella parola.
Quella che volete.
Ché si muore un po’ quando qualcosa finisce e gli occhi pieni di lacrime illuminano ancora di più la vista di un sole inatteso.
Io prendo il sole. Lo prendo per mano, lo infilo nei calzettoni. Fin quando ce n’è.
(E.)

A fari spenti

la foto è di Paolo Pizzimenti

Con un palmo di mano, senza manette, che già è un miracolo.
Mi sento di non dire parole inutili, ma non per via del fatto che possano essere intercettate.
Mi domando dove andare se non a quel paese.
E ci vado dunque, con le poche forze rimaste. Col fiato per cantare e con lo stomaco da riempire.
Luci spente, alla cieca.
Canto (questa) e Vi auguro ciò che desiderate.

(E.)

Published in: on dicembre 19, 2008 at 12:41 pm  Comments (20)  
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Oxford circus

oxford-circus

la foto appartiene a simon chirgwin, sotto la foto, london calling

Conoscevo le fermate a memoria. Tutte quelle intorno, quella dove avrei trovato il ristorante aperto a quell’ora con qualcosa di commestibile, l’uscita per hamleys, quella per il posto dove lavoravo. Conoscevo l’odore delle strade al mattino, diverso dalle nostre.
Conoscevo la pellicola trasparente che ti si poggia sui vestiti appena usciti da casa, con i vetri appannati e le case strette e a due piani, coi giardini tutti uguali e le stazioni tutte uguali.
E le strade che sembrano tutte penny lane. Quelle periferiche, quelle in cui si cammina e si cammina senza mai lasciare che il freddo sia cancellato.
E conoscevo il profumo che il natale ha lì, un natale di cannella, vuoto e pieno di luci, di palazzi a pacco regalo e di neve finta e vera sui tralci di plastica fuori dai negozi.
E babbi natale con pentole di latta fuori dai centri commerciali.
Il silenzio non me lo ricordo, come se nemmeno nelle strade buie dietro waterloo station potesse esserci l’assenza di rumore. E la luce gialla sussurrava sempre qualcosa.
Due strofe di qualcosa e due dita di birra.
(E.)

Published in: on dicembre 17, 2008 at 9:21 am  Comments (7)  
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Cavatina

Cantare alla luna. In una sorta di danza a salvataggio delle banche che sprofondano. Dei sogni che si frantumano, dei lavori che vanno per marciapiedi.
Ululare come cani nella pioggia di notti infinite. Sperando nell’argento, che l’oro ormai nemmeno il mattino lo porta più. Solo crac e il posto di lavoro da tener stretto.
Quando gli dei, dimentichi di tutto, stretti nei loro scranni, si sveglieranno dal sonno profondo, troveranno un paesaggio lunare, con bandiere sdrucite e ciottoli ventosi.
Quando la notte finirà il cor si libererà e il tuo volto, quello che conosco, quello pieno di perdono, illuminerà la cenere intorno.
E un po’ di luce senza nubi parlerà a questi nostri silenzi.
Infiniti.
(E.)

Published in: on dicembre 15, 2008 at 9:40 am  Comments (7)  
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Promessa

una mia foto di mattina, di neve alla cieca, sotto la musica giusta

Come alberi nella neve, muti e freddi. Sfumati e carichi di promesse, di un futuro che arriverà, ma che non è dato di conoscere.
Strozzate parole di chi conosce e non dice, di chi vede e lascia scorrere.
Scorrere o correre. Non c’è differenza. Ché l’acqua corre anche, se sai vedere le sue gambe, e scorrono i giorni, come nei ruscelli addormentati, come nei canali di nebbia mattutina.
La sorte che ci è toccata o le porte che non apriamo.
La corte di un palazzo dinnanzi a noi o la morte che non ha palazzi ma alberga, silente, nelle nostre stanze.
Il giorno tarda ad arrivare e lo vorremmo adesso. Subito.
Noi che non sappiamo aspettare.
E l’attesa, invece, è la promessa migliore.
(E.)

Published in: on dicembre 8, 2008 at 10:30 pm  Comments (11)  
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Man on the moon

Ci sono comici con vite patetiche e maschere tragiche con intime allegrie.
C’è un lieve distacco fra ciò che è e ciò che viene restituito alla nostra comprensione.
Il divario fra la rappresentazione e il canovaccio, per esempio.
Ovvero la differenza che fa una voce rispetto ad un’altra per rendere la stessa frase, lo stesso contenuto.
La differenza che fa una pausa.
Un silenzio. Messo lì a respirare in mezzo a tutte quelle parole.
Che a volte dicono meno.
Dicono poco.
Ci sono sguardi che parlano, altri che dicono nulla.
Altri che sono offensivi come uno schiaffo in pieno volto nella piazza centrale della città e altri che mansueti dicono casa e pace.
Anche in mezzo al traffico dell’ora di punta.
Ci sono giorni che affiorano dalla memoria e ti chiedi come abbiano fatto a volare via inesorabili, che ti pare siano stati ieri.
Ci sono battute che rimangono a portata di risa, ma che abortiscono, ingoiate da laghi di nebbia di mattine assonnate.
E lune, di insalate capresi, che coprono funerali di salame dai capelli verderame.
(E.)

Published in: on dicembre 4, 2008 at 10:10 am  Comments (15)  
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Meritocrazia

-lost in translation-

Si diventa segretari di stato dicendo che per superare la crisi l’america ha bisogno del mondo e il mondo dell’america. Ribadendo lo yankeecentrismo del mondo. Anche sotto le macerie.
Si diventa buoni cristiani se si condanna l’omosessualità, perché i paesi che mettono in galera per unioni con persone dello stesso sesso non si sentano in demerito se la puniscono. E non si dica che la chiesa non pensa ai musulmani.
Si diventa buoni governanti se con il bonus bebè e la social card si risolve l’emergenza del paese e si insegna agli altri come si fa. Con banche sicure, tetti sui mutui e iva sui satelliti. Che i comunisti non saprebbero fare di meglio.
Si diventa buoni cittadini se si pensa che acquistando una risma di carta con su scritto give a tree your name questa scritta copra le nefandezze fatte al nostro pianeta e gli investimenti non fatti nelle cose che contano. Non le banche, ma il sole.
Il potere. Che sapore ha?
Quello di idiozie affastellate a mascherare crimini.
Spiegatemelo, ché ci ho capito poco. Ché il mondo non va verso il sole, ma si volta solo verso la telecamera.
(E.)

Published in: on dicembre 2, 2008 at 9:31 am  Comments (13)  
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