
Saskatchewan – Felix Constantinople

Saskatchewan – Felix Constantinople
Ci si dovrebbe lasciare andare.
Non lo imparo mai abbastanza.
Si dovrebbe non rimanere legati a questi cordoni.
Si dovrebbe avere la forza di mollare.
E di lasciare la presa.
Possedere, toccare, stringere, non esime dal perdere.
Il guinzaglio rende solo tutto piu` difficile.
Si dovrebbe spegnere la luce ad un certo punto.
Per non vedere e fare cio` che non si farebbe con la luce accesa.
Per permettere al proprio volto di rilassarsi.
E ai sospiri di essere riposti nei cassetti.
Comodini di sospiri.
Nastri per incartare e cartoline per non tornare.
(E.)
Mi sono ubriacata di Michael Jackson. Mi sono ubriacata di cose inutili, di iniezioni inconsapevoli. Mi sono chiesta perché niente è cambiato da quando ero piccina. Ho sentito dire che gli anni ottanta sono stati gli anni più trasgressivi, quelli in cui tutte le devianze sono uscite allo scoperto. Mi sono chiesta come mai questa ignoranza venga iniettata a così alte dosi e quali siano gli altri effetti collaterali. Oltre agli effetti desiderati. Ho bevuto sorsi di Socrate per controbilanciare. Ho sorseggiato una cedrata per stemperare tutto quell’alcool. E ho aggiunto due gocce di Wilde, così per non smettere del tutto. Ho pianto sulle tombe della cultura, dell’arte e della scienza, ormai rimaste senza fiori.
(E.)
Le panchine hanno una loro storia, dicono le prime parole fra le stecche di metallo, fresche di vernice odorosa, appaiono comode a chi ha le scarpe strette, a chi cerca refrigerio nell’angolo in ombra. Spesso affiorano, come foglie su uno stagno, quelle che hanno avuto un senso, le panchine amate, quelle dimenticate, quelle sotto gli alberi, quelle al sole, quelle di fronte al mare.
Una panchina a Villa Ada, a Roma, accanto ad un albero molto alto, col tramonto rosato di un giugno modesto, con i bonghi in sottofondo. Un libro di compagnia o un bacio rubato con un vestito leggero.
Le panchine dei boulevards di Parigi o di Montmartre, le panchine su cui finivo, sfinita, dopo lunghe camminate a scrivere le parole nuove che avevo imparato, il senso dei silenzi e delle pause fra di loro.
Quelle di Stoccolma al Djurgården, davanti ad un mare increspato di ottobre, con i colori caldi dell’autunno e le cuffie nelle orecchie.
Panchine dimenticate e solitarie, nascoste sotto rientranze che non vedi, cucite fra il verde e il muro, di legno masticato dal vento e dalla pioggia, vuote e ospitali, riparate ed esposte.
Ci sono luoghi che non ti aspetti, congelati nella memoria o svaniti ma pronti a tornare, arrampicati sulle stecche di legno sino in cima. E ci sono panchine sbocciate come fiori nei ricordi di fotogrammi. Le panchine dei film.
La panchina di Sweet November sulla quale ho versato due lacrime silenziose, una panchina non usata, lì sullo sfondo di un’alba di commiato, quella di Monty della 25a ora, quella di fronte all’Hudson, sempre all’alba dell’ultimo giorno concesso, muto, intenso, immobile. La panchina di Will Hunting, di quelle che ricordi le parole una per una, perché “sei solo un ragazzo, tu non hai la minima idea delle cose di cui parli”.
E le panchine di saluto, dolenti come quelle di Dostoevskij, belle e profonde come un ultimo respiro prima dell’apnea o dell’oblio, prima di finire tutto e tornare a casa. Le panchine di Amburgo, che suonano nelle parole di Capossela. Esilio e nuvole, dice. Che pare raccontare della panchina di Beckett, quella dove conosce Lulu e dove va a cercarla poi per ritrovarla. Panchine all’alba o al tramonto, panchine di passaggio, indecise. Fra il buio e il giorno. Fra i desideri e le stagioni. Che corrono veloci davanti a loro, corrono per arrestarsi sulle foglie cadute, per poi volare sbattute dal vento. Panchine di sostegno. A ricordi.
Ho prenotato una sosta alla Feltrinelli questo sabato. Se piovesse non sarebbe grave. Comprerò libri. Per panchine.
(E.)

rosa pomar e la "carnation revolution"
Svegliarsi un po’ è come strapparsi uno per uno i sogni, appesi ad asciugare, sogni di bianco e di nero con colore a sprazzi. Scollare i bordi di una scatola che contiene perline. Tenere nei palmi l’unica acqua rimasta a dissetare.
Svegliarsi. O tornare. Un po’ lo stesso.
Rimettere i pezzi insieme, disfare le valigie o lasciarle lì ad aspettare come se la porta fosse stata chiusa solo per un minuto e i piedi scalzi lo restassero solo il tempo di un sorso d’acqua a canna davanti al frigo.
Tornare e tornare adulti. Senza scampo. Come se si potesse regredire, ma solo nel sonno o nel viaggio.
Diventare due dita, piccole, e non avere paura del mondo, grande.
(E.)

cartier bresson
Oggi proprio mi va di scrivere scrictu sensu di me.
Uso questo spazio come disse un certo asino tanto tempo fa come fosse un diario di una adolescente mestruata. Mi sentii offesa quando lessi questo commento quando io scrivevo di ben altre cose che di personali sensazioni. Ma il senso era chiaro. Anche se attaccava me in quanto donna, risaputamente priva di contenuti al di là di quelli dello shopping e delle vacanze ai caraibi, in fondo al mio corazòn la pensavo anch’io cosi.
Ho sempre amato scrittori uomini, come se in loro trovassi il respiro che mi mancava leggendo la maggior parte delle donne. Dovute eccezioni, esemplari, eccelse, a parte. (Sorvolo volutamente, ma non col pensiero, su utilizzatore finale e sulle donne vituperate e svilite)
Ma non aveva tutti i torti l’asino anche se non vorrei saltaste subito voi donne che leggete, non scandalizziamoci se spesso parliamo di moccolosi e di unghie laccate, non tutte, per fortuna, e non scandalizziamoci se anche quando non lo facciamo non scriviamo benissimo.
E dunque questa avventura, nata in due, donne per giunta, e poi proseguita sin da subito da sola, oltre alla rivincita personale vuole essere anche un tentativo di distaccarsi dal diario, ma di non disquisire sui massimi sistemi, da scienziato avulso dal mondo pulsante e poco edificante che nuota intorno alle provette di fronte.
Davo un’occhiata stamattina alle chiavi di ricerca con le quali si giunge da me, su questo divano sgangherato, un po’ demodé.
E ho scoperto misteri incomprensibili, misteri della fede: uomini con gli occhi di fuori, rene magritte il principio di incertezza, “chi sta in alto dice”, dire bugie mentre si muore, donna capelli corti, buttate ogni opera in versi e in prosa.
Mi sono accorta che queste chiavi mi rappresentano perfettamente e non riesco a capacitarmene.
La cosa più interessante è proprio quel dire bugie mentre si muore.
La cosa peggiore, più becera.
Detesto chi mente, un tag utilizzato spesso è appunto bugie, come fossero i reati peggiori.
Mentire sapendo di andare verso la fine poi, tutti i giorni, è quello per cui protesto, quello per cui mi scaldo tutte le volte.
E tutte le volte penso che tutto venga generato e termini con o nelle menzogne, come una affannosa corsa in circolo di cui accennavo ieri.
La vita dei criceti.
E pensare che, ascoltando uno stupido esito di una ricerca scientifica anni fa, il mio compagno apprese che le donne assomigliano ai criceti e quando vuol far lo spiritoso mi chiama col suo verso.
(E.)

a "camera tossing" shot - mick logan
Giustizia - Cappella degli Scrovegni - Giotto

Bagdad - California

la Defense - Paris - Dmitri A. Mottl