Potrei tornare

Bikes (Pedro Pacheco)

Bikes (Pedro Pacheco)

Considerati leggero come un sospiro di vento fra un orecchio e i capelli, come una corsa senza pedali in una discesa dimenticata in campagna, come un pensiero che non può avere luogo e non ha peso alcuno.

Considerami trasparente. Come acqua che scorre fra i raggi di un sole smargiasso. Come sorriso rubato di ruote cigolanti.

Considera che potrei tornare. Come potrei non.

Considera che il mio passo è diverso, a volte è spedito di fiato affilato, altre è lento di stagioni sonnecchianti. E il passo non è tutto, è solo un piccolo scorcio del viaggio. Che il viaggio intero non si vede, si accarezza nel sogno o si disegna nei suoi tratti più decisi e il resto si lascia andare da solo.

Dobbiamo vivere leggeri, con una maglietta sola, la ruggine lasciamola agli altri.

Mentre io per eccesso di precauzione, che non mi fido di lasciare andare il respiro come vuole, mi riempio le tasche di sassi.

Published in: on maggio 11, 2015 at 12:29 pm  Comments (3)  
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All about the shoes

toe shoes - di BocaBlaise

Tu sei più delle scarpe che porti ai piedi.
Sei quella che ho conosciuto. Sei il respiro che ho respirato e che ho smesso di respirare.
Sei quello che avrei voluto se solo te lo avessi detto.
Se mi fossi ricordato di dirtelo.
Te lo dico adesso.
Forse non conterà come allora. Forse non avrà lo stesso suono, la stessa voce giovane, fresca e figlia delle speranze che avevamo e che tutte le parole che pensavo portavano con sé.
Forse no, ma te lo dico. Con le parole che mi sono rimaste.
E anche se le mie ginocchia sono logore dal tempo, mi inginocchio.
Per ricordarmelo.
Che sei di più.
Più dei piedi, più dei popliti, più delle scarne spalle che spuntano dal tuo vestito morbido.
Sei colei che volli e che cercai. Sei colei che amare è difficile da fare, ma impossibile da dimenticare.
(E.)

Published in: on agosto 9, 2011 at 9:57 am  Comments (9)  
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Lo scambio

…alle volte un fuori luogo, un fuori forma, un fuori misura, un fuori pista, un fuori tempo. È  che il desiderio di un mandarino fuori stagione, come quando comincia l’estate, e ce ne vuole ancora, éIncollerei anche il profumo

Published in: on giugno 10, 2011 at 11:50 pm  Comments (6)  
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Jupiter crash

mix di commons (Elspeth and Evan)

Ci sono altalene di pensieri che possono fare meglio di una carezza, di un sorriso, di un bacio di Ospedaletti incartato nel cellophane.

Quando anche Giove vacilla e si sfalda come polvere, quando il silenzio sarebbe la migliore cura per ogni cosa, mancata, sperata, dannata. Ecco allora in quel momento arriva una mano a prenderti e trascinarti via.
Prende un lato del maglioncino, su cui si posa il riflesso del sole che filtra dalle veneziane e vola.
Come morire dimenticati.
Sotto macerie o dentro a un pozzo.
Spegnere il cielo e sfidare il buio.

Ho smesso di scrivere. Il tempo ha ingoiato le mie parole inutili, quelle che non producono danaro o che non sono necessarie a salire sull’autobus, a chiedere un caffè, a fare reclamo con la compagnia telefonica.
L’inutilità in effetti si è impadronita della mia vita. Ho come l’impressione che tutto questo affannarsi quotidiano non abbia senso alcuno. Danzare sarebbe meglio, non guardare il proprio volto sfiorire sarebbe meglio, viaggiare sarebbe meglio, non sentire più la propria voce seria sarebbe meglio.
E ho smesso. Un giorno, senza preavviso ho smesso.
Che si taglia in questi anni, si tagliano i servizi, mi hanno appena tagliato l’autobus che mi porta al lavoro. Senza preavviso, da lunedì.
E io ho tagliato.

Ho spento il cielo.
(E.)

Published in: on marzo 25, 2011 at 2:19 pm  Comments (12)  
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Less is more

 
Pagine della mia vita si aprono tutti i giorni. Basta una parola, una canzone, una frase ascoltata, un profumo e si aprono, inaspettate.
Il tempo che mi è concesso per questi momenti, del tutto superflui a guardarli con occhio severo, non c’è.
E quindi mi aggancio alle piccole gioie, quelle che si leggono e si vedono, quelle che durano il tempo di leggere una mail, di corsa, mentre si vorrebbe essere altrove magari.
Pagine che senza non sarei la donna che sono. E rimangono non sfogliate.
Che sfogliare e non avere il tempo di immergersi è come assaggiare un piatto prelibato e rimanere con la voglia di un bel boccone. Di sentire il sapore espandersi all’interno del palato.
Un assaggio sia quindi.
Oggi ho viaggiato con il pensiero sino in Nuova Zelanda. Ho una coppia di amici che ci vivono, sposati da poco. Lei slovacca, lui neozelandese. E ironia della sorte oggi c’è Slovakia-New Zealand e lei nell’inverno neozelandese, nella sua Christchurch, isola sud, provincia, senza riscaldamento centralizzato, in una casa che non può comprare perché non lavora ancora, senza gas per riscaldare, solo con l’elettricità, ha organizzato un party alle 11,30 di sera, ora in cui lo trasmetteranno lì, per tifare da sola per la sua Slovakia.
Ho pensato che siamo nello stesso girone dei mondiali di calcio.
Come nella stessa vita.
Come pagine dello stesso libro.
E quel poco che ci unisce ci basta, il resto possiamo toglierlo.
Le distanze, le abitudini, le stagioni.
(E.)
Published in: on giugno 15, 2010 at 3:36 pm  Comments (26)  
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La cedrata

Troppo piccola per arrivare al bancone, ma due o tre monete in mano e in punta di piedi e un signore, che sono tutti signori quando si è piccoli, che sporge un po’ a chiedere cosa voglia. Le ciabatte infradito spugnose e rosa, intrise di sabbia, si sfilano da un piede nello sforzo di spostare il piede e di impuntarlo contro il bordo dei bancone, bancone fatto di mattoncini rustici. Si sbuccia un dito per lo sforzo di rimanere in equilibrio, nonostate un piede sia scalzo e insabbiato. Scappa un ahi, ma nessun’altra parola. Intorno voci, dietro le spalle una signora (a ricordare bene una ragazza, ma siccome ricordo un seno, viene signora in automatico) parla con un bimbo più piccolo imbronciato e gli chiede se “lot dog” (mai sentito) lo vuole con checiap o senza. Il checiap e` una specie di sugo, esce da un tubo, ma sa di aceto. Il bimbo capisce e chiede maionese. Ci sono bimbi che rispondono o no o con o senza e bambini che danno la terza opzione. I più fortunati. Il signore dietro al bancone è distratto, la manina ancora stringe le monete e si sporge per attirare la sua attenzione. Ma nessuna parola. Allora i piedi tornano del tutto a terra, lo sforzo di rimanere in punta di piedi per oltre due o tre minuti si fa sentire, e il dito sbucciato richiede attenzione. Naso in giù, sui piedi insabbiati con una ciabatta sì e una ciabatta no. Trovata la ciabatta smarrita e sbirciato un po’ di checiap sul dito, sotto la sabbia incrostata, checiap si fa per dire, monete serrate fra le dita della mano destra, altro sforzo per allungarsi sul bancone. Nel frattempo il bimbo guarda in alto, dove compare la sua ricompensa alla maionese. Ricompensa perché il broncio è sparito. Il signore che sporge dal bancone, liberatosi del panino, chiede: e tu, bimba? hai deciso? La risposta: mi sono sbucciata un dito. c’e` la cedrata? Monete sparite e apparsa cedrata. Magia fra piedi di sabbia e un bancone troppo alto. Ma perché non fanno i banconi per i bambini?

ma trova un minuto per me…

(E.)

Published in: on giugno 9, 2010 at 6:59 pm  Comments (2)  
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Ho paura quando ho freddo

   la foto è mia, ieri, parco
In quei momenti interminabili e unici, quando niente può entrare e niente può uscire, nessun sussurro, solo gli uccelli e due pagine di un libro letto all’imbrunire finchè gli occhi possano distinguere le lettere, sulla soglia del balcone, in un tempo senza tempo, tornano sapori non ascoltati o fuggiti per troppa fretta di arrivare e non si è arrivati, non ci si è mai fermati.
Momenti di magliette verdi, rubate su un letto, mentre storie di solitudine si srotolavano in case che non ci appartenevano.
E quella maglietta verde, che abbiamo indosso, è l’unica cosa che ci ricorda che quei momenti ci sono stati e che li abbiamo sprecati. Ad ascoltare i rumori della tangenziale rombante, in quella casa dove non siamo più stati.
Col caldo che stava arrivando e le speranze che avremmo fatto questo o quello. E poi scendere in strada in un giorno qualunque e rivedere volti dimenticati, rumori tappati come bocche che dicono troppo e dovrebbero tacere.
Alzarsi sulle punte delle scarpe e sentirsi felici per un attimo. E ricordare quella felicità fatta di nulla.
Perché è il nulla che ci strappa un sorriso, il pieno ci ingolfa, ci leva il fiato.
E ricordarsi di amare come quella volta, di essere ancora l’involucro che raccoglie tutti quei sogni, quelle corse coi piedi di rugiada in un giardino qualunque.
Ricordare che dentro quella maglietta verde, con un buco ormai, vestita come si veste il silenzio di ciò che non abbiamo saputo trattenere, c’è sempre quel sogno, quel canto per sconfiggere la paura e il freddo.
Anche se il freddo in sere come queste è un frullo di uccelli e un rumore lontano della strada.
Che c’è ma non si vede.
(E.)
Published in: on giugno 3, 2010 at 9:11 pm  Comments (5)  
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Colza e vento

(foto di Eros Gritti )

Immagini sfocate, tutte insieme, come se fossero giunte da un luogo nascosto della mente e si affannino tutte a volere uscire, ma lo fanno in modo confuso, come dopo una sirena dentro ad un luogo chiuso.
Come se non ci fosse più tempo per fermarsi e necessitassero tutte di prendere aria, di avere respiro, di dissolversi nel mondo, cui appartengono, necessariamente.
Prati di colza, stesi a coprire nudi panorami anonimi. Volti nascosti di donne per strada, con occhi fieri e sereni e nessun silenzio che tu riesca a leggere fra quelle ciglia. Nel fruscio delle vesti, nel rumore delle mie suole, che colpiscono lo stesso marciapiede, alle stesse ore, e spesso incrociano gli stessi occhi. Cui viene quasi naturale sorridere.
Rassicura la vita comune.
Allontana, penso, dalle brutture e spesso confonde da esse, trasformandoci in esseri di passaggio, in attesa giunga un nuovo orizzonte da guardare.
Come se bastasse sperarlo l’orizzonte per farlo arrivare.
E tutte queste immagini eccole danzare, davanti ad una giornata come le altre, una di tante, cui ne seguiranno altre ancora. Ed è sempre vento sotto ai vestiti, sempre vento fra i capelli e sempre vento che accarezza e cancella ciò che non potremo vedere.
Quelle cose che ci siamo persi, per strada, in questo giorno, fuori, a casa, sotto al letto, fra i vasi del balcone.
Tutte quelle che non abbiamo potuto vedere ma ci sono state. Tutte quelle, la colza, il vento, i volti di chi non ci siamo soffermati a guardare, le parole che abbiamo lasciato scorressero via senza afferrarle, i rubinetti che abbiamo lasciato aperti senza curarci che forse portavano via le lacrime che potevamo lasciare non andassero.
Tutto quello che non abbiamo potuto toccare.
Prati di colza sfiorati dal vento.
(E.)

Published in: on maggio 15, 2010 at 8:07 pm  Comments (1)  
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It’s not my cup of tea

Questo mondo tarda ad arrivare, me lo avevano promesso dopo una serie di peripezie.
Che ci sono state puntualmente.
Ma lui non arriva.
Credo di non essere il suo tipo, credo sia inutile mettersi all’ascolto, annusare profondamente i giorni sino alla loro fine.
Non verrà.
Il mondo adulto, quello che pareva facile da ragazzi, quello di cose sicure, salde e di puntelli lungo le rocce.
Un mondo di montagna sonnecchiosa, un mondo di stabile placido passeggiare con scarpe che non facciano male, con piedi fermi.
E invece piove, ho una bustina di nel cassetto e dovrei dimenticarmi di quello che c’è intorno e delle attese e delle inutili giornate.
Immergersi come bustina in un qualunque brodo.
Guardare fuori e dimenticare il mio nome o solo confonderlo con le note della vita intorno che va ininterrotta, noncurante, strafottente.
Note che suonano nel rumore della pioggia che cade.
Che la mattina pare troppo presto e la sera non c’è mai tempo.
Tempo di avere tempo.
Un mondo qualunque ma non questo.
Non quello che rincorre senza sapere dove andare, che si perde in un rumore assordante di parole messe a caso che si assorbono senza davvero chiedersene il senso, il modo, lo scopo, l’arrivo.
Che non è vero che c’è sempre un arrivo dopo una partenza.
Che le partenze sono solo tazze di , brodaglia d’illusione esotica.
Non arriverà.
Non c’è verso di aspettarlo alla fermata.
Tutti i giorni, di cui ho perso il conto.
Che dicono maggio, ma possono essere anche ottobre o chiamarsi alfredo.
Perché i giorni dovremmo chiamarli per nome e non lasciarli marcire in attesa.
Prendo un tè.
(E.)

A ognuno la sua rivoluzione

“Nelle epoche rivoluzionarie, coloro che si attribuiscono con un così strano orgoglio, il facile merito di aver sviluppato nei loro contemporanei lo slancio delle passioni anarchiche, non si accorgono che il loro deplorevole trionfo apparente è dovuto soprattutto a una inclinazione spontanea, determinata dal complesso della relativa situazione sociale” (Auguste Comte, Corso di filosofia positiva)

Il relativismo delle nostre percezioni, ci fa sembrare ogni piccola conquista come un meraviglioso traguardo, ci fa sentire pionieri e fieri.

Nel deserto delle emozioni, nella mercificazione dell’immagine come fosse unico strumento per dimostrare la propria esistenza, nella assoluta massificazione dell’individualismo spacciato per community, nel sotterramento delle piccole grandi conquiste sessuali, culturali, sociali fatte passo passo nei decenni passati, dopo la grande depressione per l’essersi scoperti soli nel collettivo e dopo la trasformazione di questa solitudine in una moltitudine di parole senza volto, senza paternità e senza attributi, il senso della rivoluzione muta.

La rivoluzione diventa sottolineare la libertà. Sessuale, culturale, ideologica. Evidenziare col pennarello, per poi dimenticarsene nell’essenza. Come se la parola bastasse a ripulire tutto.

Coscienze e significati.

Dopo il clima intellettuale di masochismo e depressione degli anni ottanta, reduci dagli anni settanta di stregoneria e di superstizione, dopo l’euforico edonismo di cancellazione, dopo un ventennio di silenzi di messe in piega e di estetico annullamento della propria identità, conosciamo il torpore della rivoluzione.

Delle rivoluzioni che hanno creato a tavolino come fossero sempre state così.

Confezionate con una bella scatola ammiccante, nello scaffale del supermercato sotto casa.

Liberi di farci tristemente gli affari nostri, di fare la rivoluzione sessuale a patto che mio figlio non baci il compagno di basket.

Nemmeno la violenza, l’illegalità, il malcostume ci indignano.

La rivoluzione cibernetica ci fa firmare una petizione per dare banane fresche alle scimmie del Madagascar.

(E.)